Nell’Italia della prima-seconda Repubblica era una consuetudine sciagurata nei mesi estivi da parte dei governi balneari quella di nascondere i problemi sotto il tappeto, per poi preparare manovre finanziarie che infiammavano e dividevano le varie componenti sociali, preoccupate di subire dopo gennaio il peso economico nonchè sociale delle misure di finanza pubblica.

In questo scenario post globalizzazione i “moti”di piazza rischiano di diventare un lontano ricordo, un amarcord da cinefili, per la tempistica di reazione ai provvedimenti economici dei soggetti “percossi”, ma sopratutto a causa di un irreversibile cambiamento nel costume sociale e quindi per questa via anche del modo di percepire i problemi.

Se è vero che l’italiano medio manifesta apertamente e a muso duro il proprio dissenso solo quando è colpito direttamente nel proprio reddito, è indice di un epocale cambiamento la circostanza che nel paese del sole prevale o meglio si fa prevalere un ottimismo che è diventato contagioso, tanto che nella preoccupazione generale sull’andamento economico solo tiepidi e circostanziati dissensi rompono l’assordante silenzio.

I prodromi di tale mutamento risalgono più o meno al periodo della bolla speculativa degli anni 90′, nel quale il crollo del muro faceva presagire il trionfo della profezia del prof. Fukuyama e il trionfo del liberismo americano anche se in versione attenuata in Europa.

Ma così non è stato: nel 2001 quando si passava alla moneta unica, il “change over” è stato nel nostro paese disastroso, in quanto si è consapevolmente depotenziato il sistema di controlli predisposto per pagare una cambiale elettorale e favorire i suoi beneficiari che si sono arricchiti senza ancora rendere nulla di quel bottino.

Ma gli italiani poi si sono assuefatti anche ad altro: mentre il prodotto interno lordo di anno in anno crollava sotto la concorrenza delle tigri orientali, da noi ci si preoccupava di togliere reddito ai lavoratori dipendenti con una tassazione si diceva più leggera, “light” si, ma che prevedeva come rovescio della medaglia tagli lineari, con quindi minori entrate e meno risorse per servizi ed ammortizzatori sociali.

Così ogni settembre i prezzi  di beni e servizi sono cominciati ad essere ritoccati costantemente, mentre il fiscal drag non veniva restituito, i risparmi si assottigliavano per provvedere alle necessità quotidiane e mensili, il lavoro stagnava, e l’inflazione faceva fiammate. Purtroppo in questo lento declino, i corpi intermedi e la pubblica opinione si sono sfaldate, perdendo quel ruolo di pungolo alla politica e di guardiano che sarebbe dovuto essere l’antidoto a un insabbiamento delle responsabilità ormai costume diffusissimo nell’agone politico.

In questi giorni infatti ci si indigna più per lo sciopero(?!) dei divi del calcio che per le imprevedibili ricadute socio economiche dei provvedimenti tampone. Come se non bastasse nello scacchiere europeo, complice la circostanza del nostro debito pubblico, la voce dell’Italia, per tale motivo contraente debole, è sparita nei dibattiti sulle misure anti-crisi. Il pareggio di bilancio è diventato sotto pressione del duo franco-tedesco un totem davanti al quale genuflettersi, quando oltre che dati normativi (“il TENDENZIALE pareggio di bilancio” del Trattato ue), che ragioni di opportunità,( gli hedge fund e le banche internazionali drenano i soldi immessi dalla BCE e e dalle Banche centrali americana e inglese, non per investirli nell’economia economia reale ma in manovre speculative in attesa del sereno), consiglierebbero di non dirottare tutte le esigue risorse all’azzeramento del debito.

Se in Pil non cresce, se l’economia langue, sottrarre risorse allo stimolo della crescita potrebbe diventare un boomerang per una economia già fragile come la nostra. Sarebbe il caso forse di rivedere a livello europeo i parametri di Maastricht stabilizzare il debito ad una certa soglia, e cercare anche di far ripartire l’economia reale? Solo pochi e dileggiati economisti tentano tale soluzione. E il corpo sociale? Riscoprirà la sua vocazione di cittadinanza attiva? In attesa del “conto” dei provvedimenti anti-crisi..sul titanic si continua a ballare e ad aspettare che il calcio ricominci..

Annunci

Strasburgoattualmente sono in corso i negoziati tra l’Unione europea e gli stati aderenti alla CEDU aventi ad oggetto l’adesione dell’UE alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Questo tema di importanza storica, rappresenta una tappa verso l’unificazione giuridica nonchè sociale, oltre che economica; A tal fine, il Consiglio d’Europa ha attivato una sezione dedicata a tale argomento, che si può trovare facilmente nella seguente pagina web, nella quale sono riportati tutti i report degli incontri, le versioni aggiornate di accordi di adesione, le reazioni da parte degli stati e delle ONG .

Le tappe fondamentali

L’adesione dell’UE alla CEDU è richiesta in applicazione dell’articolo 6 del Trattato di Lisbona e prevista dall’articolo 59 della CEDU, come modificata dal Protocollo n. 14. Il 17 marzo 2010, la Commissione ha proposto delle direttive di negoziato in vista dell’adesione dell’UE alla CEDU (IP/10/291). Il 4 giugno 2010, i Ministri della Giustizia dell’UE hanno dato alla Commissione il mandato di condurre i negoziati a loro nome. Il 26 maggio 2010, il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa ha conferito un mandato ad hoc al suo Comitato direttivo per i Diritti dell’Uomo per elaborare con l’UE lo strumento giuridico richiesto in vista dell’adesione dell’UE alla CEDU.

L’importanza dell’adesione alla CEDU: Contesto storico-giuridico

La Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo – CEDU- costituisce il punto di approdo in relazione alla tutela dei diritti umani per il continente europeo. Invero, ancorando il funzionamento delle proprie istituzioni alle stesse norme in materia di diritti umani e allo stesso controllo vigente per tutte le democrazie europee, l’Unione europea pone un fondamentale paletto, mostrando in maniera inequivocabile che l’Europa muta al passo con i cambiamenti storico-sociali e che nessuno si defila dalle proprie responsabilità affinché il cambiamento non rimanga solo sulla carta ma divenga concreto. ( si veda al riguardo il discorso tenuto al riguardo da Thorbjørn Jagland, segretario generale del Consiglio d’Europa).

L’adesione dell’UE alla CEDU dal punto di vista sia formale ma sopratutto sostanziale, avrà come conseguenza quella di conferire la stessa dignità e posizione all’Unione europea e agli Stati membri nel sistema di tutela dei diritti fondamentali, al cui presidio è posta la Corte europea dei Diritti dell’Uomo con sede a Strasburgo. L’adesione quindi rappresenta lo strumento giuridico che consentirà all’Unione europea di essere ascoltata nei casi esaminati dalla Corte di Strasburgo. Con l’adesione, l’Unione europea diventerebbe il 48° firmatario della CEDU e potrebbe designare tra l’altro un proprio giudice alla Corte europea.

Con l’adesione si avrà un ulteriore vantaggio, con la predisposizione di una nuova via di ricorso a beneficio dei singoli individui che – una volta esaurite tutte le vie di ricorso nazionali – potranno adire la Corte europea dei Diritti dell’Uomo in caso di presunte violazioni dei diritti fondamentali da parte dell’UE.


Ormai da ben nove anni in pensione, con tremila anni di storia sulle spalle, la Grecia pressata da un possibile default si rifugia nella nostalgia per la vecchia valuta di Aristotele.

Preoccupazione e panico serpeggiano negli ambienti di Bruxelles. Ad agitare il sonno dei tecnocrati europei e la nuova cassandra greca: negli ultimi tempi, stretta dalla crisi e schiacciata dai vincoli di rientro del debito, nella penisola ellenica si è ingrossato sempre più il fronte dei nostalgici della vecchia moneta, che smarriti nel futuro sempre più fatto di lacrime e sangue, non vedono altra soluzione ai loro problemi che una difficile e disastrosa uscita dalla moneta unica europea.

Ma come è mutato un rapporto che fino a 3-4 anni fa era idilliaco? Come mai tale brusca virata dell’opinione pubblica ellenica? Le cause vanno ricercate in due ordini di fattori strettamente connessi e complementari. Da un lato, a causa della crisi, la madre premurosa, l’Unione europea, da prodigo dispensatore di aiuti economici che hanno tra l’altro permesso di raggiungere l’entrata nell’euro e l’organizzazione nel 2004 delle Olimpiadi, si è trasformata in un rigoroso e implacabile controllore.

In secondo luogo, tale mutato atteggiamento, nonostante la massiccia immissione di aiuti monetari elargiti dal Fondo Monetario Internazionale per scongiurare l’imminente default, ha inciso profondamente nel quotidiano del cittadino greco: consistenti riduzioni di salario, posticipazione del pensionamento, incremento reale del tasso di disoccupazione. A ciò si aggiunga la circostanza di matrice tutta economica, del super euro che mentre porta benefici sostanziali sul pil tedesco, che viaggia a ritmi di crescita pari a quelli della tigre cinese, comporta un gap difficilmente rimediabile per la Grecia, che invece deve fronteggiare il fenomeno delle svalutazioni mediterranee in un periodo di difficoltà economica interno. Orbene, un circolo vizioso difficilmente districabile per due ragioni. In primis, l’FMI è stato netto nel ribadire l’assenza di interventi salvagente alla nazione ellenica senza il placet e le garanzie della UE. Inoltre, c’è un aspetto giuridico di natura tecnica molto complesso: non sfuggirà ai più attenti osservatori che Il Trattato di Lisbona non prevede espressamente una specifica e definita procedura per l’uscita volontaria di uno stato membro dall’Eurozona.

Per abbandonare la moneta comune, l’unica eventuale strada percorribile è quella di uscire definitivamente dall’Unione europea. Questa restrizione è operante in virtù  del Trattato di Lisbona che in modo espresso prevede il diritto di ogni Stato di uscire dalla Ue (articolo 50), facoltà prima non sancita nei Trattati e azionabile solo mediante un percorso interpretativo e il ricorso alla Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati del 1969, che lascia spazio al recesso “anche quando i trattati non lo prevedono espressamente se questo diritto può essere dedotto dalla natura del trattato o dalla volontà delle parti”.

A questo punto, la procedura di recesso impone allo stato che vuole abbandonare l’Unione di comunicare la scelta al Consiglio. Quindi, seguirebbe un negoziato tra Unione e Stato membro e un accordo che determinerebbe le modalità del recesso, attraverso una delibera adottata a maggioranza dal Consiglio e approvata dall’Europarlamento. Tuttavia è prevista una clausola di “ripensamento”, per cui lo Stato dovrà sottoporsi alle ordinarie procedure di adesione, nell’ipotesi decidesse di fare retromarcia. In sintesi, la Carta di Lisbona tace sulla possibilità di abbandonare solo dell’Eurozona, poichè non prevede alcunchè sulla possibilità di smarcarsi dall’euro, consentendo solo l’opting out per alcuni stati.

Ne consegue da queste premesse, che il fenomeno delle “cassandre greche” sulla remota possibilità di uscita dalla UE, costituisce si un fenomeno isolato e difficilmente percorribile, ma potrebbe trasformarsi in un fiume carsico che minerebbe le fondamenta faticosamente edificate con tanti anni, qualora il malumore e la sfiducia si espandessero anche nella penisola iberica e contagiassero anche la Spagna e il Portogallo, tutt’ora vacillanti, sia dal punto di vista economico che sociale.


STRASBURGO – Una nuova tegola per l’Italia in materia di diritti umani sopratutto in un periodo così travagliato per l’esodo degli immigrati dalle coste del Maghreb: la nostra nazione è stata condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per aver espulso e rinviato un tunisino, che sulla scorta delle sue affermazioni, sarebbe stato dapprima tratto in arresto e in seguito oggetto di tortura. Ali Ben Sassi Toumi era stato condannato nel 2007 a sei anni di detenzione con l’accusa di terrorismo internazionale da un tribunale italiano. Fu a seguito scarcerato nel maggio 2009 ed espulso in agosto, nonostante la Corte europea avesse invitato l’Italia a sospendere la decisione, in quanto preoccupata dei possibili maltrattamenti e trattamenti inumani e degradanti che Alì avrebbe potuto subire in Tunisia. Tuttavia, è bene ricordare che al governo italiano erano state fornite rassicurazioni diplomatiche sulla sicurezza di Toumi. Ancora una volta il principio del “refoulement”, ovvero il divieto di espellere o respingere (“refouler”) – in nessun modo – un rifugiato verso le frontiere dei luoghi ove la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a causa della sua razza, religione, nazionalità, appartenenza ad una determinata categoria sociale o delle sue opinioni politiche”, mostra la fragilità del sistema di protezione dei diritti umani e le difficoltà di ordine pratico in ordine alla sua efficacia tutela.


Il problema della gestione e del contenimento dei flussi migratori, da sempre ha rappresentato una questione di vitale importanza per il mediterraneo, in quanto coinvolge da un lato l’esigenza di contrastare l’immigrazione clandestina e la tratta  di essere umani, dall’altro tocca la compatibilità  tra le politiche di regolamentazione dei singoli paesi confinanti e della UE con gli inderogabili obblighi giuridici nonchè morali  in materia di diritti umani. Come sempre accade, la storia va più veloce della Comunità internazionale, spesso smarrita ed impreparata di fronte alle sfide che si propongono sempre più complesse e insidiose, quale appunto la governance dell’immigrazione, sia essa clandestina o regolare. L’italia, da sempre finestra ed osservatorio privilegiato delle questioni mediterranee, negli ultimi anni ma sopratutto in questi  intesi mesi si trova spesso schiacciata e sola, tra due aspetti della stessa questione non scindibili, il rispetto del principio del non refoulement, ovvero il divieto di respingimento dei migranti verso paesi dove possono subire trattamenti inumani e degradanti, e  il contenimento e/o la sistemazione dell’enorme e crescente numero di persone provenienti dalle frontiere dei paesi del nord Africa.

Il contesto che ci troviamo ad affrontare, per un corretto inquadramento delle problematiche sottese e per la ricerca delle possibili strade percorribili, ci impone tuttavia di approfondire preliminarmente il concetto del refoulement e delle sue fonti: tale principio costituisce il caposaldo e il perno della protezione internazionale dei rifugiati, e si trova cristallizzato nell’art. 33 della Convenzione  di Ginevra del 1951, vincolante anche per gli Stati parte del Protocollo del 1967, e nello specifico sancisce che:“Nessuno Stato contraente potrà espellere o respingere (“refouler”) – in nessun modo – un rifugiato verso le frontiere dei luoghi ove la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a causa della sua razza, religione, nazionalità, appartenenza ad una determinata categoria sociale o delle sue opinioni politiche”.

Dal tenore letterale della disposizione si evince pertanto in maniera netta che,  tale protezione è accordata ad ogni persona che è considerata rifugiato ex Convenzione del 1951, ovvero a chiunque soddisfi i criteri “di inclusione” elaborati nella definizione di rifugiato dell’art. 1.A della Convenzione  e che non rientri nell’ambito di una delle disposizioni di esclusione.
L’obbligo di non-refoulement trova adeguata copertura altresì in trattati regionali, quale la Convenzione dell’Organizzazione dell’Unità Africana -OUA -che ha delineato la situazione dei rifugiati in Africa del 1969 (…L’art. II: “Nessuno può essere sottoposto da parte di uno Stato membro a misure quali il rifiuto di ammissione alla frontiera, il respingimento o l’espulsione che lo obbligherebbero a ritornare o a restare in un territorio dove la sua vita, integrità fisica o libertà sarebbero minacciate per i motivi enumerati nell’art. I, paragrafi 1 e 2 che riguarda la persecuzione per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale od opinioni politiche o che sia obbligato ad abbandonare la propria residenza abituale per cercare rifugio da aggressione esterna, occupazione, dominio straniero o gravi turbamenti dell’ordine pubblico”…) e nella Convenzione americana sui diritti umani del 1969. 

Il concetto si trova riaffermato anche nella Dichiarazione di Cartagena sui rifugiati del 1984, nonchè nel Patto sui diritti civili e politici del 1966 interpretato dal Comitato Diritti Umani( nel cui elenco è annoverato…  l’obbligo a non estradare, deportare, espellere o rimuovere in altro modo una persona dal loro territorio, verso luoghi in cui vi sia un rischio reale di danno irreparabile, quali quelli contemplati dagli artt. 6 “diritto alla vita” e 7 “diritto di essere libero da tortura e altre pene o trattamenti crudeli, disumani o degradanti” del Patto stesso, siano essi il paese verso il quale il trasferimento sarà effettuato o qualsiasi altro paese in cui la persona possa essere successivamente trasferita..) e nella Dichiarazione sull’asilo territoriale adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 14 dicembre 1967 tuttavia non vincolante.
Merita particolare attenzione l’art. 38 dello Statuto della Corte Internazionale di Giustizia che menziona “la consuetudine internazionale, in quanto prova di una pratica generale accettata come diritto”, come una delle fonti di diritto che si applica al momento di decidere su dispute, in conformità con il diritto internazionale: L’UNHCR ritiene che il divieto di refoulement, sancito nell’art. 33 della Convenzione del 1951 e completato dagli obblighi di non-refoulement del diritto internazionale dei diritti umani, soddisfi i criteri necessari per assumere il rango di norma di diritto internazionale consuetudinario.
Dopo la rapida panoramica internazionale, bisogna analizzare l’Ordinamento comunitarioin primis, la Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione europea, che nell’art. 19 va a colmare una grave lacuna della CEDU, in quanto nella prima versione del 1950 si era omesso di apprestare una forma di tutela per gli stranieri contro misure abusive di allontanamento, riprendendo i protocolli 6 e 7 dela stessa CEDU e sancendo il divieto di espulsioni collettive nonchè l’estradizione ove vi sia il rischio di tortura e trattamenti inumani.
A livello settoriale, sono state elaborate le direttive comunitarie “accoglienza”(direttiva 2003/9),“qualifiche” (2004/83) e “procedure”(2005/85) con le rispettive norme nazionali di recepimento (d.lgs. 140/2005, d.lgs. 251/2007, d.lgs.2005/85), nell’ottica di adeguare la normativa europea in materia di rifugiati alla Convenzione di Ginevra del 1951.
Nel nostro Ordinamento, la tutela dei diritti fondamentali in tale materia a livello costituzionale è garantita dall’art. 2 Cost. e nello specifico dal diritto d’asilo sancito nell’art. 10, 3° co. Cost. Si aggiunga per completezza espositiva il  t.u. sulla condizione dello straniero (d.lgs. 25.7.1998, n. 286) che prevede all’art. 2, 1°co. il riconoscimento dei diritti fondamentali allo straniero “comunque presente alla frontiera o nel territorio dello Stato”; all’art. 10, 4° co. il divieto di respingimento in caso di asilo politico, riconoscimento dello status di rifugiato, adozione di misure di protezione temporanea per motivi temporanei; all’art. 19 il divieto di espulsione e respingimento verso uno Stato in cui possa essere oggetto di persecuzione per vari motivi ovvero corra il rischio di essere respinto verso un altro Stato in cui non sia protetto dalla persecuzione.
Da questa analisi emerge pertanto che tale divieto assuma il rango di jus cogens, in quanto sancisce il rispetto dei diritti umani fondamentali – espressione di valori della comunità internazionale – e quindi la loro tutela rappresenta un interesse della comunità internazionale nel suo insieme e non l’interesse del singolo Stato.
Dal punto di vista pratico, tale qualificazione ha importantissimi risvolti sopratutto sugli accordi di riammissione, che sono stati uno degli strumenti adottati dall’Unione per contrastare l’immigrazione irregolare nonchè per garantire l’effettività delle espulsioni e dei respingimenti.
Le preoccupazioni per il controllo e il contenimento dell’immigrazione sono un fattore costante nei programmi della Commissione Europea (“Tampere”, “L’Aja”,“Stoccolma”) per garantire lo spazio di libertà, sicurezza, giustizia: da “attenzione” tale tematica è diventata una “preoccupazione” negli ultimi anni per quegli Stati maggiormente esposti a tali flussi. A tal fine  Italia, Malta, Grecia e Spagna hanno costituito nel 2008 il “Gruppo dei Quattro” con la finalità sollecitare un intervento comune a livello europeo e una maggiore solidarietà tra i Paesi membri dell’Ue.
Tale intento tuttavia pare ormai lettera morta e si scontra con i recenti fatti: posto che il principio del non refoulement per la sua valenza di jus cogens non conosce nè tollera limitazioni in base alla provenienza geografica, diventa difficile per i governi dal punto di vista giuridico, in assenza di una univoca base e cornice comunitaria stabilire in situazioni come quella in fieri, chi possa ritenersi “rifugiato”, e pertanto beneficiare delle garanzie predisposte, e chi sia da annoverare “clandestino”, con conseguente decreto di espulsione e pronto reimpatrio, posto che in molti paesi del nord Africa dopo la caduta dei vari regimi manca un interlocutore che garantisca l’effettività della misura nonchè l’assicurazione del rispetto dei diritti umani.
Secondariamente, il codice Shengen, relativo al regime di attraversamento delle frontiere,  prevede che uno Stato possa legittimamente rinviare al paese di primo approdo i clandestini, come sta avvenendo con la Francia che surrettiziamente e cinicamente invoca tale norma, respingendo de facto e de jure quei migranti che fuggono dai centri di identificazione ed accoglienza.
A prescindere dai limiti di carattere giuridico, quello che più desta preoccupazione e profondo rammarico e la totale mancanza  di solidarietà non solo di Parigi, per un problema che attanaglia quotidianamente le nazioni rivierasche in spregio aperto ai basilari principi fondativi della UE.
Invero, esiste una norma europea, nell’occasione volutamente dimenticata o posta in secondo piano, che ha stabilito quando ci sono afflussi improvvisi di sfollati verso uno o più Paesi, spetta all’Ue adottare un piano straordinario che includa la distribuzione tra i Paesi membri degli sfollati per un periodo temporaneo necessario per attuare poi il rimpatrio di coloro che non sono rifugiati: tale  lungimirante ed utile legge infatti potrebbe rappresentare sia in questa occasione che in altre future la clausola di uscita di un intricato quadro politico-giuridico.
In conclusione, sarebbe auspicabile ma sopratutto logico ed urgente abbandonare una politica dell’immigrazione, nello specifico di rimpatrio e di asilo dello “scarica barile” tra stati e quindi di sola matrice intergovernativa ( es. Il Trattato tra Italia e Libia di “amicizia, partenariato e cooperazione”…” il gruppo dei quattro del 2008″) ma comunitaria, come il Trattato di Amsterdam aveva indicato, e che lo spirito di solidarietà a cardine UE dovrebbe informare e guidare  saggiamente.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: