Sembra uno scherzo, un pesce d’aprile estivo, ma non è così! E’ il responso pesante come un macigno che creerà un prevedile vespaio di polemiche: l’AIA, viene accordata allo storico stabilimento siderurgico di Taranto.

Allo stato dei fatti, l’accordo è più un frutto avvelenato che una conquista dopo anche le polemiche che lo hanno preceduto e il rifiorire degli attriti fra istituzioni, comitati cittadini e associazioni ambientaliste sulla necessità di conciliare le produzioni dell’Ilva ed le necessità occupazionali dei i suoi circa 13mila dipendenti, con la tutela di popolazione e ambiente che hanno subito e tuttora subiscono i danni irreversibili di questa convivenza, da anni senza un preciso raccordo normativo adeguato.

Ma non mancano, nemmeno a livello istituzionale, le voci a sostegno di esso: “Siamo riusciti a tenere insieme le ragioni dell’ecologia con quelle dell’economia e del diritto al lavoro”, ha con fermezza ribadito Lorenzo Nicastro, assessore alla qualità dell’ambiente della Regione Puglia. Al contrario, vengono respinte tali iniziative e bollate come conquiste insufficienti dai comitati cittadini e  dai gruppi ambientalisti che invece pongono l’attenzione sull’aumento della capacità produttiva di acciaio stimata sui15 milioni di tonnellate annue, nonchè sull’assenza incomprensibile di restrizione di alcuna sorta alle emissioni per diverse tipologie di sostanze dannose e altresì si lamenta l’inadeguatezza dei monitoraggi e dei controlli sulle emissioni e gli scarichi dell’industria. Su questo ordine di idee si staglia la dichiarazione di Angelo Bonelli, il presidente nazionale dei Verdi, “È una Aia vergognosa perché non sono previsti limiti alla fonte di emissione per quanto riguarda sostanze dannose per la salute come il cadmio, cromo esavalente, mercurio e i metalli pesanti”, con all’orizzonte un ricorso al Tar avverso la concessione dell’autorizzazione.

Un sostegno oggettivo a tali preoccupazioni concernenti gli effetti dell’impatto ambiatale dell’Ilva, arriva nel frattempo dagli ultimi dati dell’Arpa:La concentrazione di benzo(a)pirene sottovento nei pressi delle ciminiere è pari a 4.46 ng/m3, molto più alta di quella sopravento (0.06) e di quella con calma di vento (0.27). Se ne deduce il contributo praticamente esclusivo di Ilva”.

Purtroppo, a voler essere obiettivi, tale autorizzazione aveva già a monte un vizio difficilmente superabile con i buoni propositi, stante il reiterato e mai celato comportamento e la leggerezza con cui i vertici dell’accieria fronteggiano da anni la spinosa questione dei danni ambientali legati alla propria attività: invero, la situazione è stata monitorata prima e fotografata poi, da una relazione depositata nei giorni scorsi dai Carabinieri del Noe alla procura di Taranto, in relazione all’ inchiesta che vede attualmente imputati il presidente Emilio Riva, il figlio Nicola e alcuni dirigenti dello stabilimento per disastro colposo, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, avvelenamento di sostanze alimentari, danneggiamento aggravato di beni pubblici, getto di cose pericolose e inquinamento atmosferico.

Ma cosa è l’AIA? E QUALI SONO I FINI E SOPRATUTTO I PRESUPPOSTI PER OTTENERNE IL RILASCIO? L’autorizzazione integrata ambientale (AIA) é il provvedimento che autorizza l’esercizio di un impianto o di parte di esso a determinate condizioni, al fine di assicurare la rispondenza ai requisiti di cui alla parte seconda del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, come modificato dal decreto legislativo 29 giugno 2010, n. 128, che costituisce l’attuale recepimento della direttiva comunitaria 2008/1/CEdel Parlamento Europeo e del Consiglio del 15 gennaio 2008 sulla prevenzione e la riduzione integrate dell’inquinamento (IPPC). Ai sensi di quanto previsto dall’articolo 29-quattuordecies del citato D.Lgs. 152/06, tale autorizzazione risulta assolutamente necessaria per consentire tutte quelle attività elencate nell’allegato VIII alla parte seconda dello stesso decreto.

In linea con i principi della convenzione di Aarhus e con quanto previsto dagli artt 29-quater, 29-decies del D.Lgs. 152/06, per facilitare e promuovere l’accesso all’informazione e la partecipazione del pubblico, questo Ministero avrà l’onere di curare la pubblicazione on-line della documentazione fornita dai gestori ai fini del rilascio delle AIA di competenza statale, relative agli impianti di cui all’ allegato XII alla parte seconda del D.Lgs. 152/06.

Orbene, è utile ribadire che eventuali osservazioni sulle istanze potranno essere presentate dopo la pubblicazione dell’apposito avviso a mezzo stampa e durante tutto il procedimento dai soggetti interessati in forma scritta o con e-mail certificata al competente ufficio del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare.

E’ palese quindi anche ai non dietrologisti sulla base di quanto esposto, che il rilascio dell’Autorizzazione integrata ambientale (AIA) all’Ilva, più che essere un rimedio ai disastri ambientali perpetrati, rappresenta allo stato attuale un passaggio fondamentale, necessario esclusivamente per il proseguimento delle attività nel più grande stabilimento siderurgico d’Europa.

Ma come è possibile che uno strumento legislativo come l’AIA, si sottragga alle finalità che invece sarebbe chiamato a garantire e tutelare? Una dimostrazione ulteriore dello sconfinamento delle ragioni economiche su quelle statuali?

Purtroppo, in gioco ci sono innanzitutto valori costituzionali, quali il diritto alla salute ex art. 32, e di derivazione costituzionale, quale quello alla salubrità dell’ambiente, ma anche e sopratutto, la qualità del sistema democratico, in quanto vi è una prevaricazione e erosione degli interessi facenti capo alle parte delle lobby economiche sui diritti dei cittadini.

Situazioni come questa non hanno altro effetto che quello di alimentare la diffidenza dei cittadini verso le istituzioni e di accrescere il distacco e l’apatia verso il potere costituito. E’ innegabile che andavano salvaguardate le necessità occupazionali, ma mettere una toppa a un disastro ambientale senza almeno garantire una futura via d’uscita, con tempi e modalità certe di bonifica, è un prezzo troppo salato per i cittadini-contribuenti pugliesi e un boccone troppo amaro per tutte quelle famiglie che hanno visto i propri cari spegnersi lentamente a causa dei veleni sparsi negli anni passati.

Altro passo verso il baratro? In attesa di un ravvedimento o di rassicurazioni in tal senso…si!

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A pochi mesi dal discusso referendum ribattezzato “sull’acqua pubblica”, si registra un crescente numero di adesioni attorno ai comitati che da mesi hanno faticosamente portato alla ribalta un problema pressante e di notevole incidenza sulla qualità presente e futura di milioni di cittadini.

Il dibattito sulla “privatizzazione” della gestione  dell’acqua, successivo all’approvazione del Decreto Ronchi e alla decisione di sottoporlo a referendum ex art. 75 della Costituzione, ormai da mesi registra sempre di più una aumento di consensi e di contributi, ma anche una grossa incognita: è un triste dato di fatto che gli ultimi referendum non hanno raggiunto il quorum del 50% dei partecipanti, dimostrando la spossatezza dell’elettorato per uno strumento di democrazia diretta che dovrebbe essere usato soltanto come extrema ratio; tuttavia nel caso di specie, poichè la posta in gioco è altissima e con delicate implicazioni e ricadute oggettive, tale via appare necessitata.

Infatti, già si sono colti i primi segnali della via prescelta con il Decreto Ronchi, che di fatto obbliga ogni ente, (pubblico o privato che sia) che attualmente sta gestendo l’acqua, a trasferire il controllo a società private entro fine 2011, con i connessi problemi di determinazione delle tariffe, che sono lievitate anche in corso di gestione operativa, a causa di non trasparenti aumenti retroattivi.

Orbene, a questo punto appare necessario ed utile ripercorrere la trama legislativa ed estrapolare i principi che regolano le modalità di determinazione della tariffa del servizio idrico integrato.

Le fonti che regolano la materia sono di due tipi: generale e settoriale. Dal punto di vista settoriale, l’art. 9 co 2° della Legge 5.1.1994, n° 36 -la Legge Galli, che ha fatto da apripista ad una gestione improntata alla razionalità, e l’art. 150 del dlgs. n° 152/2006 del Codice dell’Ambiente, hanno dettato le linee guida degli aspetti organizzativi e gestionali del settore idrico, segnando il definitivo passaggio da una gestione “parcellizata” ad unitaria del servizio, con l’istituzione delle ATO, le autorità di bacino a cui sono affidati compiti di governance del settore.

Quindi, le basi su quale poggiava questa riforma erano:

1) la necessità di superare la estesa frammentazione del settore (si stimavano oltre 8.000 enti imprese che a vario titolo vi operavano) e di scegliere un’aggregazione funzionale, accorpando nella stessa gestione i servizi di acquedotto, fognaturae depurazione, al fine anche di sfruttare le economie di scopo;

2) aggregazione territoriale, assegnando all’unico gestore un territorio di riferimento sufficientemente ampio da sfruttare le economie di scala;

3) gestione industriale del servizio, isolato dai restanti servizi pubblici locali e soggetto adestesa e trasparente pianificazione nonché a vincolo di bilancio e quindi a tariffe capaci dicoprire non solo i costi e quelli correnti ma anche quelli relativi agli investimenti (per la parte non sostenuta da erogazioni pubbliche in conto capitale);

4) controllo pubblico locale della gestione e delle tariffe, sotto la supervisione generale di un Comitato di vigilanza nazionale che è espressione del Governo e delle Regioni.

Il risultato quindi di tale impostazione è un nuovo “servizio idrico integrato”, svolto di norma da un unico gestore su un “ambito territoriale ottimale” (Ato) definito dalla Regione.

Per quanto concerne la normativa di carattere generale, è da ricordare l’art. 113 del Dlgs. n°267/2000 il TUEL-poi integrato dall’art. 23 bis del Dl. n° 112/2008 trasfuso nella Legge n°133/2008, che definisce il “servizio idrico integrato” quale servizio pubblico locale, con conseguente prevalenza della normativa di carattere generale su quella settoriale in quanto compatibile, e abrogazione di norme particolari contrastanti con quelle  di portata generale.

Da questo spaccato ne discende una fondamentale implicazione: la nozione di servizio idrico integrato, ex art. 4 co I lett. f della Legge Galli,inteso quale «insieme dei servizi pubblici di captazione, adduzione e distribuzione di acqua ad usi civili di fognatura e di depurazione delle acque reflue» (L. De Angelis, Sulla nozione di “servizio integrato” con particolare riguardo alla disciplina del settore idrico) funge da presupposto normativo per  il dlgs. n° 152 del 2006 che predilige un modello organizzativo-gestionale a carattere unitario, con conseguenze sul procedimento di determinazione della tariffa.

Invero, sotto il profilo strutturale, la tariffa non ha più natura di tributo bensì di corrispettivo: tale principio di corrispettività è delineato nettamente nell ‘art 154 del dlgs n° 152/2006 .

Mentre dal punto di vista procedimentale, dall’ordito normativo esaminato emerge icto oculi che il procedimento di fissazione della tariffa si configura come una fattispecie a formazione progressiva, per cui le deliberazioni del consiglio di amministrazione dell’ATO anche se tardive, proprio per la connessione genetica-funzionale con quella dell’assemblea generale, si configurano come legittime, in quanto atto idoneo ad incidere, su un piano determinativo, nella fase di formazione e di perfezionamento della tariffa (sul rapporto che lega differenti provvedimenti, vedasi G.Virga, I provvedimenti amministrativi collegati, in http://www.lexitalia.it, n. 6/2005 nonchè la sentenza 12 gennaio 2009, n. 24 il Tribunale Amministrativo Regionale della Campania, sezione di Salerno).

Tuttavia, è bene ricordare che nel processo amministrativo vige un regime di acquisizione della prova attenuato in capo al ricorrente per cui, qualora come spesso accade si ritenesse leso da un atto della P.A. in tale materia, non vigerebbe a suo carico l’onere “della prova”, bensì l’onere “del principio della prova“.

Ne discende pertanto, che nell’esercizio del suo potere discrezionale la P.A., nella prova della non lesività dell’atto non sarà tenuta a dimostrare di essersi attenuta ai canoni di conformità del potere medesimo; altresì sarà sufficiente che fornisca la prova della correttezza del suo agere anche con elementi di carattere presuntivo, purchè caratterizzati dalla congruenza e dalla concretezza con i canoni di ragionevolezza ed attendibilità.

Purtroppo, le cronache ci hanno mostrato spesso come tale impostazione si è configurata pregiudizievole per i cittadini, che in svariate Regioni si sono visti inspiegabilmente aumentare ex post la tariffazione, a volte anche mancando i requisiti di carattere formale quali una delibera del Consiglio di Amministrazione dell’ATO, o la sottoscrizione di un nuovo contratto visto il carattere tariffario, nonchè l’invio della Carta dei Servizi, entrambi necessari per conoscere le regole del “gioco” in cui spesso le ATO  si ergono ad arbitro, dettando e cambiando i criteri senza però che i giocatori possano conoscerle, ed altresì dal punto di vista sostanziale, le motivazioni giuridiche necessarie e giustificative l’incremento stesso.

Con riferimento a quest’ultime, le giustificazioni addotte dai Gestore sono quasi sempre state aleatorie e sibilline, vertendo sulla vetustà degli impianti oppure sulla necessità di recuperare gli investimenti imprevisti che si sono effettuati, posto che quando venne indetta la gara d’appalto per il servizio, la condizione degli impianti era conosciuta o conoscibile dai potenziali gestori.

Orbene, in questa delicata trama si sono registrati due orientamenti contrapposti: dapprima la Corte Cost.le, con la Sent. n. 335 del 2008, alla stregua dei comuni criteri ermeneutici, aveva portato a ritenere che «la tariffa del servizio idrico integrato si configura, in tutte le sue componenti, come corrispettivo di una prestazione commerciale complessa, il quale, ancorché determinato nel suo ammontare in base alla legge, trova fonte non in un atto autoritativo direttamente incidente sul patrimonio dell’utente, bensì nel contratto di utenza».

Da ciò ne discende come logico corollario che un atto autoritativo della P.A., quale ad esempio un aumento della tariffa, deve essere specificatamente contemplato in atti amministrativi idonei a a confermare un riflesso conformativo sui rapporti di utenza ( le tariffe..).

A sostegno di tale impostazione la Corte ha addotto due motivazioni: in primis, l’inestricabile concatenazione tra prestazione e corrispettivo evidenziata, in particolare, dal dato che, a fronte del pagamento della tariffa, l’utente riceve un complesso di prestazioni, afferenti fondamentalmente alla somministrazione della risorsa idrica (ed alla connessa fornitura dei servizi di fognatura e depurazione). Secondariamente, come si ricava agevolmente dalla lettura dei lavori preparatori della “legge Galli”, il legislatore aveva esplicitato come avesse inteso costruire la tariffa in modo da coprire i costi del servizio idrico integrato, prevedendo che «l’utilità particolare che ogni utente ottiene dal servizio dovrà essere pagata per il suo valore economico» e che «la tariffa deve essere espressiva del costo industriale del servizio idrico rappresentato dall’integrazione dei servizi di captazione, adduzione, collettamento e depurazione» (vedasi, in proposito, Atti Camera dei Deputati, XI Legislatura, 6 ottobre 1993, pag. 18599; Atti Camera dei Deputati, XI Legislatura, VIII Commissione permanente, 15 giugno 1993, pagg. 57-58).

A tale rivoluzionaria impostazione si è sovrapposta quella dei vari TAR sopratutto quella del TAR Salerno con la sent. 12.1. 2009, n. 24,  che progressivamente hanno depotenziato la portata ed invertito la rotta di tale pronuncia: infatti, i giudici sono partiti da un presupposto, quello di considerare l’astratta determinazione della tariffa nella convenzione di gestione e nel disciplinare tecnico che vengono stipulati tra affidante Autorità d’Ambito ATO ed affidatario, i gestori del servizio idrico integrato. Per cui, sulla base di tale schema ermeneutico, tale determinazione, non ha alcuna influenza sulle posizioni giuridiche qualificate e differenziate degli utenti laddove essa non venga specificamente contemplata in atti amministrativi idonei a determinare un riflesso conformativo sui rapporti individuali di utenza.

In virtù quindi del suo carattere di corrispettivo consacrato nell’art. 154 co I del Dlgs. n° 152/2006, si è insistito su due punti, per evitare aggravi nei bilanci :

1)  la Corte Cost.le sul fatto che “l’unitarietà della tariffa impedisce […] di ritenere che le sue singole componenti abbiano natura non omogenea, e, conseguentemente, che anche solo una di esse, a differenza delle altre, non abbia natura di corrispettivo contrattuale”. E ciò perché il legislatore, per la remunerazione delle varie componenti del servizio idrico integrato, non ha istituito tariffe distinte, ma ha concepito la tariffa di detto servizio come un tutt’unico.

2) il legislatore, in sede di conversione del d.l. 30 dicembre 2008, n. 208, con l’art. 8-sexies della legge 27 febbraio 2009, n. 13, recante «Disposizioni in materia di servizio idrico integrato», ha disposto, al primo comma, che «gli oneri relativi alle attività di progettazione e di realizzazione o completamento degli impianti di depurazione, nonché quelli relativi ai connessi investimenti, come espressamente individuati e programmati dai piani d’ambito, costituiscono una componente vincolata della tariffa del servizio idrico integrato che concorre alla determinazione del corrispettivo dovuto dall’utente.

Ma emerge pertanto lampantemente, in relazione al secondo punto, come sarà facile gioco delle ATO, in mancanza di interventi mirati, fare leva su di esso unitamente al comma 1, dell’art. 154 (Tariffa del servizio idrico integrato) del Dlgs n. 152 del 3 aprile 2006 “Norme in materia ambientale”, relativamente alla parte dell’adeguatezza della remunerazione del capitale investito”, onde aggirare normativamente l’ostacolo e arginare le proteste legittime dell’utenza, fornendo così una base legale ad aumenti de facto ingiustificati.

Dopo questa approfondita panoramica, ancora una volta si evince come i quesiti referendari in tale materia siano di cruciale importanza, sulla qualità di vita dei cittadini, ma anche sulla scelta ed implementazione di un modello di gestione efficiente ed equo.

Speriamo, per i promotori e per i cittadini nella realizzazione della massima Ghandiana: ” PRIMA TI IGNORANO, POI TI DERIDONO, POI TI COMBATTONO POI VINCI!..

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