Domenica i cittadini italiani si sono pronunciati in maniera netta contro la”privatizzazione”della gestione dell’acqua. Hanno quindi senza mezzi termini bocciato un sistema che obbligava all’affidamento della gestione del servizio esclusivamente al privato. Ma il nostro paese come ha gestito negli anni passati il suo “oro invisibile”? C’è un pericolo reale sulla scarsità di tale risorsa?

Nei mesi che hanno preceduto la tornata referendaria infatti, il cittadino medio è stato spesso allarmato oltre il normale  e ossessionato da scenari da Africa sub-sahariana, paventandosi una scarsità di risorse idriche che una gestione pubblica avrebbe definitivamente compromesso. Ci sono tuttavia in questa visione due verità ma altrettante bugie. Con riguardo alle bugie, in Italia l’acqua non è una risorsa limitata, tutt’altro per noi è un petrolio invisibile! Come ci testimonia un autorevole ed indipendente studioso del CNR, Romano Pagnotta, in Italia cadono circa 296 miliardi di metri cubi all’anno, dei quali sono convogliati, sotto e sopra la superficie, solo 168 miliardi di metri cubi; per farci un’idea la capienza di una piscina olimpionica è la quantità a disposizione di ogni italiano. Emerge quindi, raffrontando la nostra situazione con quella della Germania e della Francia che non possiamo ritenerci poveri di acqua.

Con riferimento invece alle verità, l’espressione “prezzo dell’acqua”, o meglio “tariffa” a seguito della riforma Galli, come ci spiega nitidamente e senza preconcetti l’economista Antonio Massarutto (I privati dell’acqua), non contiene in se solo elementi speculativi: infatti non si fa pagare solo la remunerazione del capitale investito, fissata per legge intorno al 7% ed ora abolita grazie al secondo quesito referendario, ma anche e sopratutto ciò che è necessario per far funzionare, mantenere e sopratutto migliorare il servizio. Basti pensare al fatto che la Regione Puglia sarebbe a secco se non funzionasse l’acquedotto della Basilicata. Da qui ne discende una inevitabile conseguenza di ordine pratico: se dichiarare di mantenere il “prezzo” dell’acqua basso è lodevole oltre che elettoralmente premiante, è altresì necessario anche affermare senza mezzi termini che gli investimenti che danno risultati poco spendibili  politicamente ma concreti sulla qualità del servizio idrico e del cittadino sono improcastinabili e di difficile attuazione in un periodo di scarsità di risorse pubbliche e di tagli generalizzati ai trasferimenti.

La seconda verità sta nella circostanza, conseguenza di quanto sopra affermato, che  il 35 % dell’acqua viene sprecato per perdite nelle condutture, quando da analisi comparative si stima che il dato fisiologico dovrebbe stimarsi attorno al 15%. Inoltre, sempre conseguenza di una gestione poco attenta, al frammentato rifornimento di acqua si sommano i problemi relativi alla depurazione, con 1/3 degli scarichi ancora non depurati con problemi di inquinamento e relativi costi, con all’orizzonte la minaccia di una pesante e salata multa della UE se nel termine del 2016 non si invertirà la tendenza.

Orbene, a questo punto, è da domandarsi come ovviare a tali problematiche. Se è vero che con il referendum gli Italiani si sono schierati contro la “privatizzazione della gestione esclusiva”, è però illusorio sperare, salvo una nuova cultura politica, sensibilità ambientale e lungimiranza amministrativa, che lo Stato predisponga un poderoso piano per garantire una adduzione e depurazione di acque sufficiente ed uniforme su tutto il territorio nazionale.

Non è un caso che in Germania dove le perdite si attestano solo al 9%, si investono per abitante ben 90 euro l’anno contro i soli 30 nel nostro paese. Per cui, sarebbe errato e pericoloso, nonostante la bocciatura referendaria fare un salto nel passato e utilizzare metodi amministrazione clientelari in luogo di quelli aziendali. Altrimenti, il pericolo sarebbe quello dell’implosione di un sistema già di per se fragile e bisognoso di interventi massicci. La gestione pubblica tuttavia, anche se strutturata in maniera efficiente non potrebbe ottenere risultati se non fosse accompagnata da una rivoluzione culturale: più che di prezzo politico, bisognerebbe invece spostare le attenzioni ad incentivare la popolazione a non sprecare una risorsa tanto preziosa anche se invisibile!

Infatti, in molte zone del sud si registrano sprechi stratosferici, proprio lì dove viene a volte razionata la risorsa. Dovremmo come sempre imparare dalla Germania, come ci suggerisce Giulio Conte (Nuvole e sciacquoni), dove l’acqua costa si di più, ma i consumi sono molto più bassi, in virtù di rubinetti con riduttori di flusso, o sistemi di riciclo delle acque grigie, o anche di conduzione dell’acqua piovana per l’irrigazione. Gestione con criteri aziendali ed educazione all’efficiente uso delle risorse sono i punti di riferimento a prescindere dallo schema utilizzato, su cui strutturare e far ruotare il sistema idrico.

Ma sarebbe anche utile è proficuo cogliere tale opportunità per strutturare un sistema di “reversibilità nella gestione”: mentre è stato possibile passare da una gestione pubblica ad una privata, sotto la pressante esigenza di cogliere l’opportunità di investimenti, con una strada a scorrimento veloce, mediante il canale legislativo, è stato invece difficoltoso e complesso percorrere la strada inversa, dal privato al pubblico, allorchè il sistema privato, come è accaduto si  è dimostrato inefficiente.

Infatti,  più che una strada si è dovuta scalare una montagna, in quanto è stata necessaria la via referendaria, con tutti i risvolti costituzionali che ne sono derivati. Non sarebbe, in tale ottica, errato obbligare il pubblico alla privatizzazione allorchè il sistema stia collassando o di converso, togliere la concessione al privato che lucri sulla gestione in danno della collettività, se  però si predisponesse un sistema legislativo semplice, trasparente con una Authority che vigilasse in maniera autonoma ed indipendente dalle scorribande politiche. Non sarebbe una via facilmente percorribile ed equilibrata?

Purtroppo, siamo troppo chiusi nelle vicende nostrane per non cogliere quello che accadrà in futuro: è ovvio che l’oro dei prossimi anni sarà la risorsa idrica. In Russia ne sono ben consapevoli, tanto che non solo stanno ovviando alle perdite degli acquedotti, ma addirittura visto il surplus di acqua, stanno organizzando un sistema di acquedotti che porterà oltre i propri confini, fino agli Emirati arabi, la propria acqua. I russi, hanno capito in primis che l’acqua non è una risorsa infinita, secondariamente che con una gestione oculata si possono sfruttare le proprie disponibilità, proprio con quei paesi che posseggono l’oro nero.

In sintesi, le linee da seguire sono: evitare gli sprechi a prescindere dal criterio pubblico o privato, di gestione; implementare un sistema tecnologico che riduca gli sprechi; sviluppare una coscienza sociale sul risparmio della risorsa; accellerare sulla ricerca di metodi per desalinizzare a costi ridotti l’acqua del mare.

Il rischio, in caso di lassismo o sottovalutazione degli scenari, è quello che a salvare il diritto di bere non sarà più sufficiente un referendum.

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Riusciranno i comitati promotori dei referendum ad incanalare il grande flusso di malcontento che ha trainato i quesiti referendari, al raggiungimento del tanto agognato e sperato quorum?

Ma sopratutto, vista la delicatezza e la complessità delle materie e degli aspetti di dettaglio sui cui si va ad incidere, saranno capaci i votanti di comprendere appieno il significato e la portata delle loro scelte? In materia di risorse idriche, si gioca una partita fondamentale per la qualità di vita non solo di questa generazione, ma sopratutto di quelle future. In questi giorni poi, si registra anche una lodevole ma intempestiva e indefinita proposta, che rischia di alimentare ancora di più i dubbi su quale sia la reale strategia in materia di beni fondamentali perseguita Governo: invero, al ridosso del referendum, da una politica improntata al laissez faire, con piena fiducia nelle capacità autoregolative del mercato, si è virato ad una di carattere “regolativo”, tuttavia in chiave “antireferendaria”, paventando l’istituzione di una Agenzia in materia idrica, in luogo di una preferibile Autorità.

Anche per l’acqua tuttavia, potrebbero esserci in caso non si raggiungesse il quorum, o anche viste le difficoltà di rescindere gli onerosi e lunghi contratti stipulati in molte ATO- ambiti territoriali ottimali, possibilità di ovviare agli inconvenienti emersi nella gestione privata, adottando un modello gestionale che fosse affiancato, sulla falsariga di come avviene per il gas, da un ente di regolazione.

Come il gas, l’acqua è oltre che un bene, un “servizio” che necessità di essere erogato con precisi vincoli  di prezzo e standards quali la sicurezza, la continuità, l’adeguatezza della fornitura, a cui dovrebbero affiancarsi sanzioni a beneficio esclusivo dei consumatori qualora le regole venissero violate dal gestore sia esso un privato quotato in borsa, concessionario di una fornitura di servizi, sia si tratti di una S.p.a mista pubblico-privato, sia si tratti di una gestione in house pubblica.

Tuttavia, a questa convinzione condivisibile di garantire tariffe e standards qualitativi e ben definiti, si è fornita una risposta molto confusa: l’Agenzia è un’organo di derivazione amministrativa che lamenta forti deficit di indipendenza, autonomia, e una carenza di poteri di intervento, vista la stretta dipendenza dagli indirizzi del governo, che ne depotenzia fortemente le capacità di regolazione.

Sarebbe stato infatti più saggio ed utile creare in primis un sistema tariffario mirato e definito, che stabilisse i parametri di determinazione della tariffa e le modalità di promozione di investimenti convenienti per i consumatori ed efficienti per il servizio. Secondariamente, istituire un’Autorità vera, sul modello delle Autorità amministrative indipendenti, avulsa da conflitti di interessi che snaturassero la fiducia degli investitori e degli stessi utenti.

In questo modo, si sarebbe incentivato il privato, qualora tale meccanismo fosse già stato implementato a gestioni improntate all’universalità ed economicità del servizio idrico, senza la ricerca affannosa e al limite della legalità del profitto: in tale ottica infatti, in un sistema di regole omogeneo per tutte le Ato, solo se la gestione risulta efficiente i benefici vanno ripartiti in parti uguali; al privato il 50 % nella forma del profitto, che tuttavia dopo un lasso di tempo di 8-10 anni  va redistribuito al privato. E il rimanente 50 % al privato tramite riduzioni di tariffe o blocchi di aumenti delle stesse.

Non è un caso che un quesito del referendum mira ad eliminare la remunerazione del capitale investito, per evitare la triste prassi di inserire nella tariffa spese non preventivate nei preliminari di gara o non realmente sostenute o utili per il sistema, che hanno sensibilmente inclinato la fiducia nelle “privatizzazioni”.

Servirebbe quindi, la remunerazione non tanto del capitale investito, ma quello del RAB – Regulated Asset Base, cioè di quella parte di capitale che l’Autorità certificasse come investito in maniera efficiente ed utile: così si riterrebbe “utile” solo quel costo “efficiente” per il settore e non quello ” storico” dichiarato semplicemente dal gestore. In sintesi, solo se gli investimenti fossero fatti a beneficio dell’utente e fossero controllabili in termini di economicità ed universalità, meriterebbero di essere remunerati. Si coniugherebbe con tale meccanismo, in un sistema fortemente frammentato ed aperto agli assalti degli “spiriti animali” del capitalismo, efficienza e trasparenza del settore con il giusto ed equo profitto del gestore.

Nella speranza che prevalga nel corso degli anni un modello pubblico di gestione del servizio idrico, e nell’attesa degli esiti referendari, non ci resta altro che attendere …

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