Un’altra silenziosa …ma pesantissima tegola si abbatte sul sistema giudiziario penale:

La legge fortemente perseguita dalla maggioranza fissa “termini di fase” per ciascun grado del giudizio e accorcia di fatto i tempi per l’azzeramento dei reati.  Tale disegno di legge come hanno sottolineato con diversi toni ed accenti l’opposizione, la società civile e la Magistratura si traduce in”una sostanziale amnistia”, in un colpo di spugna non solo per i processi che vedono coinvolti il Premier e politici di entrambi gli schieramenti, ma sopratutto delicatissimi e importantissimi procedimenti che toccano le corde e le sensibilità sociali:  dai crolli del terremoto dell’Aquila, alla strage di Viareggio, al Crac Parmalat, che vede 100 mila risparmiatori truffati e 22 persone imputate per bancarotta e associazione a delinquere, oltre a banche indagate e imputate, per il Crac Cirio, senza tralasciare il processo Eternit di Torino con 3.000 parti offese e infine quello per la scandalosa gestione dei rifiuti a Napoli.

Ma come mai il cuore della presunta riforma, che ha il fine lodevole di accellerare i tempi di celebrazione dei processi, si tramuta invece in un meccanismo premiale per chi delinque? Infatti, suscita qualche perplessità nonchè sospetto la circostanza che l’emendamento che ha inserito modifiche al DDL “MODIFICHE AL CODICE PENALE” vada nuovamente ad incidere sull’art. 161 c.p. riducendo ancora il termine di prescrizione dei reati già abbondantemente ristretto per effetto della Legge n°251/2005 meglio nota come Legge Cirielli, a favore degli imputati incensurati.

I Soloni della maggioranza inoltre hanno previsto i “termini di fase” per ciascun grado del giudizio, diversificandoli in base della gravità del reato.

Orbene, sarà agevole antivedere che l’impatto di un ulteriore riduzione dei termini sarà devastante, sopratutto perchè anche il labile argine dell’art. 3 co 2° non sarà sufficiente ad evitare ripercussioni per i gradi successivi al primo, nochè gli effetti per i futuri procedimenti, stante il ricorso al cavillo da parte dei difensori e a causa dell’inefficacia dell’azione penale per numerosi reati.

Su questo aspetto ci pare contraddittorio e fuorviante tale intervento, se si ricorda che l’Italia è stata ammonita già dall’Europa in tema di corruzione (vedi rapporto G.R.I.E.C.O), in quanto troppo spesso in tale materia i termini di prescrizione permettono a causa della loro brevità, un improcastinabile ed ineluttabile estinzione del reato socialmente rilevante e dannoso, se si stima che la corruzione costa al sistema italia 60 miliardi di euro l’anno (http://www.transparency.org/content/download/55725/890310).

Tuttavia, molto truffaldinamente molti relatori e sostenitori di tale progetto fanno leva sulla circostanza che l’Italia sia stata condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo in tema di ragionevole durata del processo ex art. 6 Cedu (..al diritto di ogni persona che la sua causa sia esaminata entro un termine ragionevole..): giova precisare, pertanto che la giurisprudenza della Corte così riduttivamente sbandierata e strumentalizzata va in una direzione che è opposta all’azione di tale Legge. Non sfuggirà ai più attenti osservatori che anche lessicalmente l’art. 6 parla di esaminare.. quindi di celebrare, di accertare nel merito una questione dedotta in giudizio. Tale convinzione, è confermata inoltre da supporti normativi rilevanti, in primis l’art. 6 della Convenzione, ma sopratutto gli articoli 24 e 111 della Costituzione, dalla cui lettura sistematica si evince chiaramente che il processo deve essere celebrato e che abbia come suo naturale epilogo una decisione di merito.

Sarebbe stato auspicabile e logico intervenire sulle regole prescrittive dopo l’introduzione della “cross examination”, ovvero il dibattimento orale di stampo anglosassone, che prevede una formazione della prova in contraddittorio delle parti, rimodulando i tempi invece che lasciarli inalterati, in quanto il vecchio codice penale si incentrava sull’uso delle prove scritte che snellivano di molto i tempi processuali.

Quindi, sgomberato il campo da ogni dubbio,  il  fulcro del richiamo della Corte europea sta nel trovare gli strumenti idonei ad accelerare lo svolgimento dei processi mediante un pronto accertamento giudiziario, non invece come si sta facendo da tempo con l’espunzione dei reati prima ancora che ci si giunga ad una decisione nel merito.

Il meccanismo quindi per realizzare questo obiettivo, nello scenario post “cross examination” non è certo la prescrizione per una serie di ragioni: innanzitutto, nel vigente codice penale – come peraltro nei suoi predecessori – difetta una definizione esplicita del concetto di prescrizione. Il codificatore si è preoccupato soltanto di definirne l’effetto, che viene identificato nella estinzione del reato (art.157 co. 1).

Inoltre, si ricordi anche la teoria elaborata dal Vassalli per individuare il fenomeno estintivo penale connesso al decorso del tempo, che andava ad attenuare e bilanciare precedenti orientamenti come quello del Codice Zanardelli, che rinveniva nell’istituto de quo, una “prescrizione dell’azione penale”, posto che il termine di inizio del decorso iniziasse a correre dal tempus commissi delicti.

Orbene, teorie come quella del Vassalli hanno il pregio di coniugare la legittima potestà dello Stato di perseguire i reati con il diritto dell’imputato di non trovarsi in una situazione di soggezione ed incertezza, avvicinando tale meccanismo alla decadenza, nello specifico integrerebbe una ipotesi di “decadenza dall’esercizio della potestà di punire”. Tale interpretazione del fenomeno estintivo penale si concilia con lo ius puniendi quale potestà statuale di punire, anziché quale diritto soggettivo statuale di punire. Inoltre bisogna far presente che la prescrizione esiste per i reati minori in tutti i sistemi per evitare che i procuratori potessero spulciare nel passato lontano per colpire un avversario.

Ragion per cui, sulla base di queste premesse, si è elaborato un sistema abbastanza bilanciato, che dagli ultimi interventi vede uno snaturamento dello strumento prescrittivo, in quanto stante gli insormontabili ostacoli di carattere normativo che si sono frapposti, allo Stato sarebbe precluso di fatto il perseguimento effettivo di numerosi reati, allorchè avesse deciso di esercitare l’azione penale.

Pertanto, un punto su cui incidere sarebbe stato quello di stoppare l’orologio della prescrizione, come avviene in tutte le democrazie del mondo, USA, Francia, Gran Bretagna ed Olanda, alla prima azione giudiziaria o all’inizio di un processo, evitando così da parte delle difese tattiche dilatorie e la ricerca estenuante di cavilli, che non fanno altro che allungare la durata dei processi a discapito della ricerca della verità ma sopratutto impediscono di giungere al normale sbocco ovvero una Sentenza sul merito.

Da questi elementi è quindi agevole ricavare che ci troviamo tristemente ancora a fronteggiare quel fenomeno fotografato da attenti osservatori quali Tocqueville e la Arendt, che nell’individuare i dilemmi endogeni della Società vedevamo emergere un “dispotismo democratico”:   oggi ancora di più che in passato, il cittadino italiano è un apatico homo aequalis , che si abbandona nelle braccia tutelari di un potere “previdente e mite”, incapace e svogliato di cogliere  la gravità di un’azione invisibile e silenziosa che erode e sconquassa le basi dell’uguaglianza sostanziale e del vivere democratico.

Anche la Democrazia si prescriverà a causa del processo breve?….

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Il fenomeno corruttivo, anche a seguito della pressante crisi che coinvolge le economie mondiali ha assunto sempre maggiore importanza nelle agende internazionali fino a diventare una priorità.

La corruzione difatti mina profondamente la fiducia nei mercati e nelle imprese di un paese, oltre a determinare come contraccolpo una perdita di credibilità e di competitività, posto che tali dinamiche allontanano sensibilmente gli investimenti con diminuzione di crescita economica.

A ciò si aggiunga la circostanza che a causa di essa si crea un terreno fertilissimo per le attività criminali che permeano nell’economia, inoltre a livello sociale, si erode lo stato di diritto e la cultura del  rispetto delle regole basilari al funzionamento ordinato di una società. Per contrastare tale piaga a livello internazionale si è agito su più fronti: dalla Convezione delle Nazioni Unite contro la corruzione ( UNAC) del 2003, fino all’istituzione di specifici organismi di sorveglianza , il GRECO, ovvero il Gruppo di Stati contro la corruzione istituito dal Consiglio d’Europa nel 1999, e il Gruppo di Lavoro sulla corruzione (WGB) su iniziativa dall’Ocse, fino al recentissimo European Anti -corruption Network, un ambizioso meccanismo anticorruzione a livello europeo che opera mediante una rete di agenzie. Purtroppo, l’Italia su tale fenomeno non pare essere ancora allineata con gli standard Europei, posto che non solo è scivolata nella classifica  redatta dalla Trasparency International fino al 63° posto nel report che documenta la corruzione “percepita”, ma è stata altresì oggetto di ben 22 raccomandazioni da parte del GRECO,  a cui non ha ancora dato alcuna risposta come prefissatale, posto che il termine del 31 gennaio 2011 è passato da due mesi.

Tale organismo ha come scopo precipuo quello di monitorare la conformità delle politiche degli Stati aderenti ai parametri anti-corruzione fissati del Consiglio d’Europa, individuando altresì le eventuali carenze nella legislazione e suggerendo soluzioni o aggiustamenti. Sono due gli strumenti mediante i quali opera: i meccanismi di valutazione, i peer reviews, e quelli di pressione reciproca, peer pressure, che si sostanziano in procedure dinamiche di valutazione e di follow up. Il nostro paese ha dapprima solo firmato ma non ratificato la Convenzione COE contro la corruzione, per poi partecipare tramite adesione al gruppo GRECO il 30.6.2007.

Nello specifico, tale organismo ha individuato i campi sui quali maggiormente si registra un lievitare del fenomeno corruttivo, stilando ben 22 raccomandazioni suddivise in due parti, l’una relativa all’attività di prevenzione, l’altra relativa alla repressione: i campi di maggior sensibilità e vulnerabilità al cancro corruttivo sono quello dell’urbanistica, dell’ambiente, degli appalti pubblici, del settore sanitario, nonchè quello giudiziario in cui si registra una aumento del 65%!!.

Con riferimento alle raccomandazioni di tipo repressivo, mediante il meccanismo del follow up tale gruppo di lavoro hai messo in luce tre punti dolenti: 1) la dispersione nei testi normativi, codice civile, penale, diritto commerciale e fiscale,  della disciplina di contrasto alla corruzione; 2) la mannaia della prescrizione facile; nonchè si prevedette con anticipo l’inopportunità della Legge 124/2008, nota sotto il nome di Lodo Alfano, successivamente dichiarata incostituzionale, mediante una raccomandazione ti tipo interlocutorio.

Da questo affresco emerge che due sono i campi su cui ha operato e opera tale gruppo nella stesura dei suoi report: quello giuridico, dove nello specifico si è lamentata la mancanza di uno specifico programma anti-corruzione, e quello sociologico, in cui emerge con preoccupazione l’espansione del fenomeno (… ” pervasiva esistenza del fenomeno che riguarda la società”).

Tale relazione ha il pregio di ripercorrere e vivisezionare la storia italiana degli ultimi vent’anni, fissando il picco massimo di corruzione negli anni 90 con l’esplodere del fenomeno meglio conosciuto con il nome di tangentopoli. A tale buia stagione il sistema Italia seppe reagire con un grandioso slancio, che sul lato giudiziario portò a penetranti indagini e alla punizione dei reati, dal lato legislativo a una serie di interventi mirati a stroncare tale problema: dalla previsione dei reati contro la P.A.,  alle leggi n. 86/1990 e 181/1992 che hanno apportato modifiche al codice penale, alla previsione della responsabilità per le persone giuridiche, al regime di confisca per i reati di corruzione, ai divieti per i condannati nelle gare di appalto. Purtroppo, un dato impietoso mostra una preoccupante inversione di tendenza, la diminuzione delle condanne su cui aleggia l’ombra della prescrizione.

Invero, sono numerosi i processi finiti nel macero grazie al meccanismo estintivo della prescrizione, che nel nostro ordinamento, differentemente che nella maggior parte di quelli europei, opera anche dopo che sia stata esercitata l’azione penale, ovvero anche nei ritardi dei vari gradi di giudizio. Un importante contributo in ciò è stato fornito dalla ex Legge Cirielli, rinnegata persino dal suo relatore, che ha ridotto notevolmente i termini di prescrizione di numerosi reati che toccavano personaggi dell’agone politico.

Ma tuttavia, non sono mancati i lati positivi, come le misure di Confindustria e della Camera di Commercio che sul versante della trasparenza hanno apportato un importante contributo in un periodo di incertezza,  invitando i propri associati a far sparire il cono d’ombra dell’omertà, sollecitando a denunciare le pressioni esercitate dalle organizzazioni criminali.  Ma ciò on è considerato sufficiente, perchè si sottolinea altresì come sia necessario improntare un sistema di confisca in rem sganciato dalle sentenze di condanna, e il miglioramento del sistema di feedback in tema di riciclaggio incrementando la cooperazione e gli scambi di informazioni in campo internazionali. Differentemente da come si è legiferato in materia di falso in bilancio, prevedendo una “depenelizzazione” con un ammorbidimento delle pene , si suggerisce di congegniare sanzioni effettive, proporzionate e dissuasive.

In sintesi, due sono gli interventi urgenti, misure di prevenzione non blande, sporadiche e timide ma incisive, che necessitano però di un approdo a lungo termine, e la diffusione di una cultura della legalità, non relegando il contrasto del fenomeno a una sola questione di regole.

Due mesi sono passati, speriamo che anche le raccomandazioni del Greco non cadano in prescrizione.

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