C’era da aspettarselo! Già serpeggiava il risultato di tale verdetto tra gli addetti ai lavori nonchè tra gli osservatori internazionali, analizzando il pacchetto di norme pasticciate che erano stata redatte sotto la spinta dell’ala oltranzista della Lega, noncurante dei più basilari principi in materia di immigrazione e dei diritti umani vigenti. Così come in passato, anche questa volta con il suo prezioso lavoro di ermeneutica la Grand Chamber di Strasburgo, ha ristabilito la legalità sostanziale.

Il caso Hirsi e altri contro Italia, incardinato presso la Corte europea dei diritti dell’uomo, concerne la prima operazione di respingimento collettivo che ha avuto luogo il 6 maggio 2009, in prossimità delle coste italiane per la precisione 35 miglia a sud di Lampedusa,  quindi in “acque internazionali”.

Orbene, in tale data le autorità italiane hanno dapprima intercettato come da protocollo una delle tante carrette della speranza con a bordo circa 200 rifugiati delle più disparate nazionalità del corno d’Africa, somali ed eritrei, tra cui  molti bambini e donne in evidente stato di gravidanza.  In seguito però tali migranti sono stati  si presi a bordo da una imbarcazione italiana, ma respinti a Tripoli e riconsegnati, contro la loro volontà, alle autorità libiche.

La gravità dell’azione non sta sic et simpliciter nella opinabile e seppur criticabile ratio del respingimento, avendo gli Stati in conformità con la cornice legislativa europea ed internazionale, margini seppur risicati di discrezionalità nella scelta degli strumenti da adottare.  La ingiustificabilità e superficialità di tale azione va ricercata bensì nelle modalità con cui si è attuato tale respingimento: invero, il respingimento è avvenuto senza che i migranti intercettati fossero in primis identificati, ascoltati e/o preventivamente informati sulla loro reale destinazione, in palese violazione di principi e norme a carattere cogente in tutto il mondo.

Il contesto che ci troviamo ad affrontare, per un corretto inquadramento delle problematiche sottese e per la ricerca delle possibili strade percorribili, ci impone tuttavia di approfondire preliminarmente il concetto del refoulement e delle sue fonti: tale principio costituisce il caposaldo e il perno della protezione internazionale dei rifugiati, e si trova cristallizzato nell’art. 33 della Convenzione  di Ginevra del 1951, vincolante anche per gli Stati parte del Protocollo del 1967, e nello specifico sancisce che:Nessuno Stato contraente potrà espellere o respingere (“refouler”) – in nessun modo – un rifugiato verso le frontiere dei luoghi ove la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a causa della sua razza, religione, nazionalità, appartenenza ad una determinata categoria sociale o delle sue opinioni politiche”.

Dall’istruttoria condotta infatti emerge che i migranti credevano di essere diretti verso le coste italiane.  Dopo tale accadimento all’incirca 11 cittadini di nazionalità  somala, e 13 cittadini eritrei, sono stati individuati in Libia dal Consiglio italiano per i rifugiati, ed hanno così deciso di ricorrere per far valere le loro ragioni incardinando un ricorso contro l’Italia presso la CEDU, assistiti e coadiuvati dagli avvocati Anton Giulio Lana e Andrea Saccucci, dell’Unione forense per la tutela dei diritti umani.

Questa vicenda mette in luce  altresì a prescindere dalle implicazioni giuridiche, come la nostra nazione si trovi spesso schiacciata e sola, tra due aspetti della stessa questione non scindibili, il rispetto del principio del non refoulement, ovvero il divieto di respingimento dei migranti verso paesi dove possono subire trattamenti inumani e degradanti, e il contenimento e/o la sistemazione dell’enorme e crescente numero di persone provenienti dalle frontiere dei paesi del nord Africa.

In seguito, con  la sentenza del 23 febbraio 2012 resa in Grande Camera,  i giudici di Strasburgo hanno statuito all’unanimità che essendo stati i ricorrenti intercettati in mare dalle autorità italiane, erano pertanto sottoposti alla giurisdizione italiana, ai sensi e per gli effetti dell’articoli 1 della Convenzione. Tuttavia si è evidenziato, dall’ordito normativo nonchè dalle circostanze fattuali emerse nella ricostruzione dell’accadimento e cristallizzate nella pronuncia, una duplice violazione dell’articolo 3: i ricorrenti, poichè sono stati ricondotti contro la loro volontà in Libia, erano  materialmente esposti al rischio effettivo di subire maltrattamenti e di essere rimpatriati verso la Somalia e l’Eritrea, loro paesi d’origine, con i connessi pericoli per la loro vita e le ripercussioni socio-legislative.

Infine dal punto di vista procedurale si è accertata in merito alla condotta tenuta dalle Autorità italiane la violazione dell’articolo 4 del Protocollo n. 4 alla Convenzione, che vieta  in maniera espressa le “espulsioni collettive” nonché la violazione dell’articolo 13, rubricato “diritto ad un ricorso effettivo” combinato con gli articoli 3 della Convenzione e 4 del Protocollo n. 4.

L’art. 13 costituisce nello schema di protezioni della CEDU la “pietra angolare” del sistema, in quanto garantisce e in certi casi sollecita, l’esistenza nel diritto interno di ogni singolo stato aderente alla convenzione, di un ricorso che permetta di far valere i diritti e le libertà in essa contenuti e consacrati. Invero, tale norma non solo un carattere programmatico, bensì anche precettivo, dal momento che pretende per gli addebiti che si possano ritenere «difendibili» ai sensi della Convenzione e dei Protocolli, l’esistenza e la operatività di un ricorso interno che “abiliti” l’«istanza» nazionale a conoscere il contenuto dell’addebito e ad offrire un rimedio appropriato.

Gli Stati contraenti, tuttavia, pur beneficiando di un margine di discrezionalità nell’individuare i mezzi necessari per conformarsi alle obbligazioni che derivano da questa disposizione, hanno l’onere di rendere operativo tale meccanismo di difesa in concreto. 

Infatti, il ricorso deve essere « effettivo » in fatto come in diritto, ovvero il suo esercizio non deve essere ostacolato, in modo ingiustificato, da atti o omissioni delle autorità statali. In secondo luogo, l’« effettività» del ricorso, è altresì sganciata dall’esito favorevole per il ricorrente. Infine, l’insieme dei rimedi previsti dal diritto interno sono rispondenti alle condizioni stabilite dall’art. 13, anche se alcuno di essi, isolatamente considerato, non soddisfa interamente siffatte condizioni (arrêt Kudła, § 157).

L’art. 13 riproduce il “principio di sussidiarietà” che informa il sistema europeo di protezione dei diritti dell’uomo, e deve – in combinato disposto con l’art. 35 -applicarsi con una certa flessibilità. La finalità dell’art. 35 è quella di offrire agli Stati contraenti l’occasione di prevenire o di rimediare alla violazioni prima che siffatte violazioni siano fatte valere dinanzi agli organi della Convenzione (voir, par exemple, les arrêts Hentrich c. France du 22 septembre 1994, série A n° 296‑A, p. 18, § 33 ; Remli c. France du 23 avril 1996, Recueil 1996-II, p. 571, § 33).

Gli Stati non rispondono in tale meccanismo direttamente davanti ad un organismo internazionale  del loro agere, in quanto hanno la possibilità di rimediare nel loro ordinamento interno. Questa regola  presenta strette affinità operativa con l’art. 13, postulando che l’ordinamento interno offra un ricorso effettivo per la violazione riscontrata. 

Nondimeno, l’art. 35 della Convenzione prescrive soltanto l’esaurimento di ricorsi disponibili e adeguati. Siffatti ricorsi devono offrire un grado sufficiente di certezza non soltanto in teoria ma anche in pratica, altrimenti mancano dell’effettività e della accessibilità volute; incombe sullo Stato dimostrare che queste esigenze sono soddisfatte.

Nella vicenda in esame a pesare come un macigno non è solo la mancata predisposizione di rimedi interni ex art.13, ma sopratutto la violazione della disposizione più carica di significati sociali, quella che sanziona i trattamenti inumani e degradanti che i fatti descritti hanno messo in luce.

Fatte queste dovute considerazioni e approfondita la problematica sotto il profilo procedurale, alla luce delle norme della Convenzione dei diritti dell’uomo, posso affermare che ancora una volta in seno alla Corte di Strasburgo sono prevalsi i principi universali e informatori di quei diritti che costituiscono il “common core” del vivere civile, ma che troppo  restano spesso abbandonati a giochi di real-politik o ad incomprensibili equilibri geopolitici. Per quanto concerne invece il legislatore italiano, auspico che le bacchettate servano da monito per il futuro. Quando si pongono norme e prescrizioni su delicati problemi gli slanci populisiti e i tornaconti elettorali devono essere sterilizzati.


Ogni persona i cui diritti e le cui libertà riconosciuti nella presente Convenzione siano stati violati, ha diritto a u

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ROMA Dopo gli svariati richiami in ambito europeo, nello specifico dagli organi istituzionali quali il Parlamento europeo, il Comitato dei ministri e la Commissione europea, nonchè la Corte europea per i diritti dell’uomo, anche il più autorevole organo sovranazionale, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite punta l’indice sulla tenuta dei diritti umani del nostro paese; dallo screaning effettuato, i punti dolenti sono quelli già sottolineati in passato: diritti dei migranti, dei rifugiati politici, delle minoranze. Purtroppo, il quadro che ne emerge evidenzia impietosamente e senza attenuanti il ritardo di una delle potenze industriali del G8, con sottolineatura di come ci si sia disinteressati delle pressanti raccomandazioni provenienti proprio dalle Nazioni Unite. E’ questo in sintesi il giudizio severo delle Organizzazioni non governative che hanno monitorato il nostro paese ad un anno dalle raccomandazioni del Consiglio dell’Onu per i diritti umani. Il modus operandi è stato quello di catalogare analiticamente e capillarmente, tramite il prezioso lavoro del Comitato per la promozione e protezione dei diritti umani, comprensivo di una rete di 81 associazioni e ong, tutte le mancanze e le storture in tale materia.

Orbene, emerge icto oculi che il nostro paese alla prova dei fatti si è mostrato, come è sancito nel report, assolutamente inerte –non ha attuato neanche in parte” più della metà dei punti messi in evidenza dall’organismo dell’Onu, cioè le raccomandazioni sui temi più scottanti. La lista è lunga, ma a destare maggior stupore è la mancata ratifica dei protocolli della Convenzione internazionale contro la tortura, che prevedrebbe la creazione di un organismo indipendente per l’ispezione dei luoghi di detenzione, sopratutto dei C.I.E., i “centri di accoglienza” per migranti e richiedenti asilo. Dalla disamina pertanto, è palese che sono le materie sensibili della diatriba politica quelle che gli attivisti sui diritti umani maggiormente contestano e su cui sollecitano interventi urgenti.

A peggiorare il quadro già non confortevole ed edificante, dai resoconti emerge che  “nei confronti degli immigrati sono stati accentuati gli strumenti di repressione”, ed altresì che il Testo Unico sull’immigrazione rende “più vulnerabile e precaria la fruizione dei diritti fondamentali dei cittadini immigrati”. Sono due gli scenari sui cui lavorare maggiormente: da un lato la carenza assoluta di canali idonei a favorire l’educazione al multiculturalismo e alla tolleranza; dall’altro, i nomadi Rom e la loro lingua, nella legislazione italiana non beneficiano di nessuna forma specifica di tutela delle minoranze.

Allo stato degli atti e dei fatti, purtroppo non vi sono spiragli positivi nè possibili proroghe: se infatti è da considerare utile la circostanza che “il governo ha quattro anni di tempo per attuare le raccomandazioni”, come ha ricordato Carola Carazzone, portavoce del Comitato, nello stesso tempo è altrettanto vero ed incongruente che queste ancora non sono state tradotte in lingua italiana. Gli attivisti  però, non si sono limitati ad attirare l’attenzione su tale dato, elaborando una proposta ben strutturata, con l’istituzione di un organismo indipendente per i diritti umani, a cui seguirà “un rapporto a medio termine sull’attuazione delle raccomandazioni”. Il Rapporto di monitoraggio delle Ong costituirebbe in tale ottica, il banco di prova sulla salute dei diritti umani ogni anno. Sarebbe quindi auspicabile che il governo recepisse fin da subito le istanze provenienti dall’ONU e adottasse anche con opportuni aggiustamenti il modello delineato dalle ong.

Così facendo, non solo si offrirebbe prova di una matura dialettica a livello internazionale, ma si evidenzierebbe la capacità di trasformare le idee e le istanze provenienti dalla società civile in fatti concreti, con un metodo fuori dagli schemi di una politica  spesso lenta ed autoreferenziale. In tal modo, si conseguirebbero due risultati con una sola mossa: l’auspicabile miglioramento sul tema dei diritti umani, e un positivo segnale sul funzionamento del nostro sistema costituzionale e democratico. Perchè non provare?!


STRASBURGO – Una nuova tegola per l’Italia in materia di diritti umani sopratutto in un periodo così travagliato per l’esodo degli immigrati dalle coste del Maghreb: la nostra nazione è stata condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per aver espulso e rinviato un tunisino, che sulla scorta delle sue affermazioni, sarebbe stato dapprima tratto in arresto e in seguito oggetto di tortura. Ali Ben Sassi Toumi era stato condannato nel 2007 a sei anni di detenzione con l’accusa di terrorismo internazionale da un tribunale italiano. Fu a seguito scarcerato nel maggio 2009 ed espulso in agosto, nonostante la Corte europea avesse invitato l’Italia a sospendere la decisione, in quanto preoccupata dei possibili maltrattamenti e trattamenti inumani e degradanti che Alì avrebbe potuto subire in Tunisia. Tuttavia, è bene ricordare che al governo italiano erano state fornite rassicurazioni diplomatiche sulla sicurezza di Toumi. Ancora una volta il principio del “refoulement”, ovvero il divieto di espellere o respingere (“refouler”) – in nessun modo – un rifugiato verso le frontiere dei luoghi ove la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a causa della sua razza, religione, nazionalità, appartenenza ad una determinata categoria sociale o delle sue opinioni politiche”, mostra la fragilità del sistema di protezione dei diritti umani e le difficoltà di ordine pratico in ordine alla sua efficacia tutela.


Il problema della gestione e del contenimento dei flussi migratori, da sempre ha rappresentato una questione di vitale importanza per il mediterraneo, in quanto coinvolge da un lato l’esigenza di contrastare l’immigrazione clandestina e la tratta  di essere umani, dall’altro tocca la compatibilità  tra le politiche di regolamentazione dei singoli paesi confinanti e della UE con gli inderogabili obblighi giuridici nonchè morali  in materia di diritti umani. Come sempre accade, la storia va più veloce della Comunità internazionale, spesso smarrita ed impreparata di fronte alle sfide che si propongono sempre più complesse e insidiose, quale appunto la governance dell’immigrazione, sia essa clandestina o regolare. L’italia, da sempre finestra ed osservatorio privilegiato delle questioni mediterranee, negli ultimi anni ma sopratutto in questi  intesi mesi si trova spesso schiacciata e sola, tra due aspetti della stessa questione non scindibili, il rispetto del principio del non refoulement, ovvero il divieto di respingimento dei migranti verso paesi dove possono subire trattamenti inumani e degradanti, e  il contenimento e/o la sistemazione dell’enorme e crescente numero di persone provenienti dalle frontiere dei paesi del nord Africa.

Il contesto che ci troviamo ad affrontare, per un corretto inquadramento delle problematiche sottese e per la ricerca delle possibili strade percorribili, ci impone tuttavia di approfondire preliminarmente il concetto del refoulement e delle sue fonti: tale principio costituisce il caposaldo e il perno della protezione internazionale dei rifugiati, e si trova cristallizzato nell’art. 33 della Convenzione  di Ginevra del 1951, vincolante anche per gli Stati parte del Protocollo del 1967, e nello specifico sancisce che:“Nessuno Stato contraente potrà espellere o respingere (“refouler”) – in nessun modo – un rifugiato verso le frontiere dei luoghi ove la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a causa della sua razza, religione, nazionalità, appartenenza ad una determinata categoria sociale o delle sue opinioni politiche”.

Dal tenore letterale della disposizione si evince pertanto in maniera netta che,  tale protezione è accordata ad ogni persona che è considerata rifugiato ex Convenzione del 1951, ovvero a chiunque soddisfi i criteri “di inclusione” elaborati nella definizione di rifugiato dell’art. 1.A della Convenzione  e che non rientri nell’ambito di una delle disposizioni di esclusione.
L’obbligo di non-refoulement trova adeguata copertura altresì in trattati regionali, quale la Convenzione dell’Organizzazione dell’Unità Africana -OUA -che ha delineato la situazione dei rifugiati in Africa del 1969 (…L’art. II: “Nessuno può essere sottoposto da parte di uno Stato membro a misure quali il rifiuto di ammissione alla frontiera, il respingimento o l’espulsione che lo obbligherebbero a ritornare o a restare in un territorio dove la sua vita, integrità fisica o libertà sarebbero minacciate per i motivi enumerati nell’art. I, paragrafi 1 e 2 che riguarda la persecuzione per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale od opinioni politiche o che sia obbligato ad abbandonare la propria residenza abituale per cercare rifugio da aggressione esterna, occupazione, dominio straniero o gravi turbamenti dell’ordine pubblico”…) e nella Convenzione americana sui diritti umani del 1969. 

Il concetto si trova riaffermato anche nella Dichiarazione di Cartagena sui rifugiati del 1984, nonchè nel Patto sui diritti civili e politici del 1966 interpretato dal Comitato Diritti Umani( nel cui elenco è annoverato…  l’obbligo a non estradare, deportare, espellere o rimuovere in altro modo una persona dal loro territorio, verso luoghi in cui vi sia un rischio reale di danno irreparabile, quali quelli contemplati dagli artt. 6 “diritto alla vita” e 7 “diritto di essere libero da tortura e altre pene o trattamenti crudeli, disumani o degradanti” del Patto stesso, siano essi il paese verso il quale il trasferimento sarà effettuato o qualsiasi altro paese in cui la persona possa essere successivamente trasferita..) e nella Dichiarazione sull’asilo territoriale adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 14 dicembre 1967 tuttavia non vincolante.
Merita particolare attenzione l’art. 38 dello Statuto della Corte Internazionale di Giustizia che menziona “la consuetudine internazionale, in quanto prova di una pratica generale accettata come diritto”, come una delle fonti di diritto che si applica al momento di decidere su dispute, in conformità con il diritto internazionale: L’UNHCR ritiene che il divieto di refoulement, sancito nell’art. 33 della Convenzione del 1951 e completato dagli obblighi di non-refoulement del diritto internazionale dei diritti umani, soddisfi i criteri necessari per assumere il rango di norma di diritto internazionale consuetudinario.
Dopo la rapida panoramica internazionale, bisogna analizzare l’Ordinamento comunitarioin primis, la Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione europea, che nell’art. 19 va a colmare una grave lacuna della CEDU, in quanto nella prima versione del 1950 si era omesso di apprestare una forma di tutela per gli stranieri contro misure abusive di allontanamento, riprendendo i protocolli 6 e 7 dela stessa CEDU e sancendo il divieto di espulsioni collettive nonchè l’estradizione ove vi sia il rischio di tortura e trattamenti inumani.
A livello settoriale, sono state elaborate le direttive comunitarie “accoglienza”(direttiva 2003/9),“qualifiche” (2004/83) e “procedure”(2005/85) con le rispettive norme nazionali di recepimento (d.lgs. 140/2005, d.lgs. 251/2007, d.lgs.2005/85), nell’ottica di adeguare la normativa europea in materia di rifugiati alla Convenzione di Ginevra del 1951.
Nel nostro Ordinamento, la tutela dei diritti fondamentali in tale materia a livello costituzionale è garantita dall’art. 2 Cost. e nello specifico dal diritto d’asilo sancito nell’art. 10, 3° co. Cost. Si aggiunga per completezza espositiva il  t.u. sulla condizione dello straniero (d.lgs. 25.7.1998, n. 286) che prevede all’art. 2, 1°co. il riconoscimento dei diritti fondamentali allo straniero “comunque presente alla frontiera o nel territorio dello Stato”; all’art. 10, 4° co. il divieto di respingimento in caso di asilo politico, riconoscimento dello status di rifugiato, adozione di misure di protezione temporanea per motivi temporanei; all’art. 19 il divieto di espulsione e respingimento verso uno Stato in cui possa essere oggetto di persecuzione per vari motivi ovvero corra il rischio di essere respinto verso un altro Stato in cui non sia protetto dalla persecuzione.
Da questa analisi emerge pertanto che tale divieto assuma il rango di jus cogens, in quanto sancisce il rispetto dei diritti umani fondamentali – espressione di valori della comunità internazionale – e quindi la loro tutela rappresenta un interesse della comunità internazionale nel suo insieme e non l’interesse del singolo Stato.
Dal punto di vista pratico, tale qualificazione ha importantissimi risvolti sopratutto sugli accordi di riammissione, che sono stati uno degli strumenti adottati dall’Unione per contrastare l’immigrazione irregolare nonchè per garantire l’effettività delle espulsioni e dei respingimenti.
Le preoccupazioni per il controllo e il contenimento dell’immigrazione sono un fattore costante nei programmi della Commissione Europea (“Tampere”, “L’Aja”,“Stoccolma”) per garantire lo spazio di libertà, sicurezza, giustizia: da “attenzione” tale tematica è diventata una “preoccupazione” negli ultimi anni per quegli Stati maggiormente esposti a tali flussi. A tal fine  Italia, Malta, Grecia e Spagna hanno costituito nel 2008 il “Gruppo dei Quattro” con la finalità sollecitare un intervento comune a livello europeo e una maggiore solidarietà tra i Paesi membri dell’Ue.
Tale intento tuttavia pare ormai lettera morta e si scontra con i recenti fatti: posto che il principio del non refoulement per la sua valenza di jus cogens non conosce nè tollera limitazioni in base alla provenienza geografica, diventa difficile per i governi dal punto di vista giuridico, in assenza di una univoca base e cornice comunitaria stabilire in situazioni come quella in fieri, chi possa ritenersi “rifugiato”, e pertanto beneficiare delle garanzie predisposte, e chi sia da annoverare “clandestino”, con conseguente decreto di espulsione e pronto reimpatrio, posto che in molti paesi del nord Africa dopo la caduta dei vari regimi manca un interlocutore che garantisca l’effettività della misura nonchè l’assicurazione del rispetto dei diritti umani.
Secondariamente, il codice Shengen, relativo al regime di attraversamento delle frontiere,  prevede che uno Stato possa legittimamente rinviare al paese di primo approdo i clandestini, come sta avvenendo con la Francia che surrettiziamente e cinicamente invoca tale norma, respingendo de facto e de jure quei migranti che fuggono dai centri di identificazione ed accoglienza.
A prescindere dai limiti di carattere giuridico, quello che più desta preoccupazione e profondo rammarico e la totale mancanza  di solidarietà non solo di Parigi, per un problema che attanaglia quotidianamente le nazioni rivierasche in spregio aperto ai basilari principi fondativi della UE.
Invero, esiste una norma europea, nell’occasione volutamente dimenticata o posta in secondo piano, che ha stabilito quando ci sono afflussi improvvisi di sfollati verso uno o più Paesi, spetta all’Ue adottare un piano straordinario che includa la distribuzione tra i Paesi membri degli sfollati per un periodo temporaneo necessario per attuare poi il rimpatrio di coloro che non sono rifugiati: tale  lungimirante ed utile legge infatti potrebbe rappresentare sia in questa occasione che in altre future la clausola di uscita di un intricato quadro politico-giuridico.
In conclusione, sarebbe auspicabile ma sopratutto logico ed urgente abbandonare una politica dell’immigrazione, nello specifico di rimpatrio e di asilo dello “scarica barile” tra stati e quindi di sola matrice intergovernativa ( es. Il Trattato tra Italia e Libia di “amicizia, partenariato e cooperazione”…” il gruppo dei quattro del 2008″) ma comunitaria, come il Trattato di Amsterdam aveva indicato, e che lo spirito di solidarietà a cardine UE dovrebbe informare e guidare  saggiamente.


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