Da circa due anni il mondo intero, dal continente americano a quello europeo nonchè alcune fasce dell’Asia, è alle prese con la più complessa e difficilmente gestibile crisi economico-finanziaria e sociale che la storia abbia mai conosciuto dal 1929.

Il filo comune che unisce i continenti è rappresentato dal debito sovrano, cioè l’esposizione debitoria che ogni nazione ha accumulato nel corso degli anni a causa di spese spesso inutili e sbagliate, dettate da clientelismo o cambiali elettorali, o derivanti da progetti faraonici e non ammortizzabili, non curanti delle elementari regole di bilancio.

I primi segnali della crisi si sono avvertiti negli Stati uniti con lo scandalo dei muti sub-prime ovvero titoli spazzatura che venivano confezionati dalle Banche d’affari e collocati nel mercatocon il placet scandaloso delle agenzie di rating, con elevate garanzie di rendimento ma che in realtà nascondevano rischiosi titoli finanziari. Scoppiato lo scandalo e diffusasi la crisi, il contagio si è steso anche in Europa colpendo dapprima la Grecia e in seguito gli altri paesi  considerati il “ventre molle” del mediterraneo tra i quali anche l’Italia che vengono definiti “oltremanica” con l’epiteto p.i.g.s.(Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna).

Difronte all’espandersi del debito greco le istituzione politico-monetarie europee e le singole nazioni coinvolte hanno cominciato a predisporre in maniera spesso improvvisata e scoordinata interventi di urgenza.

Per quanto riguarda l’Italia gli interventi non sono stati e non sono tuttora facili per  due ordini di motivi complementari e connessi:

1) in primo luogo la  mole e la struttura del suo debito pubblico;

2) in secondo luogo per il fattore tempo.

Rileggendo le cronache del tempo passato, possiamo infatti notare come l’esposizione debitoria italiana sia stata sempre crescente, nonostante già da tempo vi fossero le prime avvisaglie di crisi ampiamente sottovalutate già ai tempi dell’unificazione tedesca, nella convinzione che il nostro enorme debito fosse messo nella cassaforte europea e collettivizzato in cambio della rinuncia della nazione tedesca al Marco.

Nel corso degli anni la classe politica italiana ha sistematicamente aumentato le spese riguardanti il proprio fabbisogno (scuole, sanità, infrastrutture) spesso oltre la dovuta misura, rispondendo a logiche clientelari e dando vita a fenomeni corruttivi che sono finiti momentaneamente con lo scandalo di tangentopoli. Purtroppo la classe politica non ha mai smesso di assumere comportamenti non rispondenti alle esigenze pubbliche continuando a far lievitare le spese inutili e improduttive.

Per quanto riguarda il secondo fattore il tempo, lo sviluppo dei mercati e la globalizzazione hanno inciso profondamente sui meccanismi di valutazione dell’economie nazionali, con logiche e tempi lontani dagli ingessati  e burocrati meccanismi di un’Unione europea solo monetaria.

Mentre gli altri paesi tentavano però di porre freno all’indebitamento e ad invertire la rotta, il nostro paese era incurante dei richiami sia a livello europeo che a livello internazionale, che mettevano nitidamente in luce il pericolo di default cioè il rischio che la nazione fallisse per l’incapacità di pagare i debiti contratti.

Questi due fattori hanno creato una miscela esplosiva che è culminata con le dimissioni del governo di centro destra guidato da Silvio Berlusconi dopo un estenuante tira e molla e blocco del parlamento durato mesi, mentre la crisi si evolveva e il pericolo d’insolvenza si faceva sempre più marcato.

Giunti a questo momento si è reso necessario un cambio di rotta che ha portato all’insediamento del governo Monti composto da personalità di elevato spessore e riconosciuta esperienza a cui è stato affidato il difficile compito di porre un argine alle cause della crisi.

Il governo Monti è composto esclusivamente da personalità esterne alla politica. L’entourage di Monti ha fin da subito  messo in cantiere una serie di riforme strutturali che mirano a ridurre il divario, lo spread, tra il rendimento dei titoli del tesoro italiani e quelli tedeschi.

In secondo luogo ha cercato di mantenere alta l’inflazione per evitare che l’aumento del tasso d’interesse facesse aumentare a sua volta gli interessi che si pagano sul debito pubblico. Inoltre per ridurre ulteriormente la spesa pubblica ha deciso di riformare le pensioni una delle componenti  più elevate del debito pubblico assieme alle spese improduttive celate nei vari bilanci della P.A. In questi giorni si sta tentando altresì di riformare sia il mercato del lavoro sia di liberalizzare alcune settori dell’economia che vedono determinate categorie lucrare profitti spesso ingiusti.

Un’altra manovra fondamentale è stata quella di combattere l’evasione fiscale aumentando i controlli e irrigidendo le sanzioni. Purtroppo non vi sono solo rose e fiori: la manovra poiché è stata disegnata per una situazione di emergenza e in poche settimane va a colpire principalmente le classi che già in passato hanno subito il peso maggiore delle tasse, avendo pertanto effetti velatamente recessivi.

L’aumento della tassazione, il rincaro dei prezzi, l’aumento della disoccupazione,  l’aumento di vasti settori dell’economia, hanno ridotto il potere di acquisto delle famiglie nonchè la capacità dell’imprese di investire e di assumere bloccando la crescita del PIL (prodotto interno lordo). Quindi, oltre che economico il problema e gli effetti della manovra sono anche di carattere sociale.

La popolazione è sempre più sfiduciata poiché non conosce quando tale situazione di crisi finirà e con quali effetti. In questo scenario regna la confusione totale in Europa, dove Germania e Francia  costituiscono assieme al FMI-Fondo Monetario Internazionale- una “Troika”, decidendo di fatto come e quando arginare la crisi, con decisioni come nel caso Greco, draconiane e in qualche misura eccessivamente punitive per una nazione che da cinque anni è in recessione e che già ha attuato ben cinque tagli di Austerity!!

Fortunatamente dopo un periodo di isolamento anche l’Italia si è riaffacciata nella politica europea per far valere le sue ragioni e far sentire il suo peso essendo tra l’altro uno dei paesi fondatori del progetto europeo. La strada è ancora in salita nonostante lo spread sia sceso, e poichè spesso come un altalena va su e giù creando incertezza tra gli investitori. La fiducia che era stata lesa dal passato governo lentamente viene ricostruita, l’orgoglio italiano pian piano riemerge. L’Italia non è più vista come incapace di prendere decisioni, lacerata dall’interno da scandali e particolarismi.

Nonostante questi importanti passi ancora c’è molto da fare, in quanto le misure che arginano la crisi possono essere predisposte in tempi brevi,  ma diverso discorso è per la crescita economica che richiede provvedimenti e interventi di lungo periodo.

Si è evitato il rischio di default, lo spettro del fallimento è lontano, ma ancora non si è salvi.  Fino ad ora il governo ha ben operato, la popolazione anche se a fatica, ha compreso l’urgenza delle manovre, ma l’attesa non può durare troppo sono necessari interventi concreti che riportino lavoro e reddito.

Pochi mesi fa molti quotidiani stranieri pubblicavano vignette che parafrasavano un passo di Dante “lasciate ogni speranza a voi che entrate” con riferimento all’Italia: il vento è cambiato adesso tocca remare tutti insieme per portare fuori dalle acque tempestose la nave italiana, senza dimenticare Atene.

Invero un default di Atene costerebbe il collasso della struttura europea, e i cocci come schegge  colpirebbero anche nazioni come la Germania  che si sentono al riparo. Nel frattempo dopo le lacrime e sangue delle manovre bisogna guardare avanti. L’Italia non si è fatta in un solo giorno e nemmeno con pochi mesi si possono rimediare anni di errori ed egoismi. 

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Come ci mostra la storia del più grande impero, quello romano, raramente gli imperi collassano per cause esterne, spesso sono le cause di matrice endogena, come ad esempio il forte dissenso e il mancato riconoscimento nell’autorità sovrana, ad accellerare la maturazione di quei virus che sgretolano lentamente le fondamenta del vivere sociale.

Questa discrasia è stata colta anche dall’autorevole commentatore Daniel Gros; i famosi corsi e ricorsi storici di “vichiana” memoria sembrano aderire perfettamente alla odierna crisi europea, crisi non solo economica, anche se l’accento è calcato sugli indicatori economici, ma anche e sopratutto istituzionale e di leadership, da cui dipendono le sorti di un’utopia e di un progetto di vita che le macerie del conflitto mondiale hanno accellerato. Perchè allora dovremmo stare moderatamente tranquilli, mentre i media ci bombardano quotidianamente con allarmismi di vario genere?

Se guardiamo solo agli indicatori macroeconomici infatti, la situazione è si cupa, ma i toni di drammaticità non dicono tutto il vero:  in primis, la bilancia delle partite correnti  è sostanzialmente in equilibrio, in considerazione del fatto che vi sono risorse per correggere i disastrati conti pubblici.  Infatti l’Eurozona a confronto con altre nazioni, come gli Stati Uniti o il Regno Unito, non presenta deficit esterni elevati, che necessitano di continui ed ingenti flussi monetari. Secondariamente, sempre in raffronto con gli Usa, dal punto di vista del deficit fiscale, la cifra è nettamente inferiore, 4% del PIL se comparato con il 10% statunitense. La svalutazione della moneta inoltre, indicatore e campanello di allarme da non sottovalutare, è un fenomeno del tutto estraneo al circuito europeo.

Il tasso di inflazione altresì è più basso rispetto alle due sorelle anglosassoni, in quanto in prospettiva le richieste salariali saranno contenute, ragion per cui la BCE non dovrà aprire troppo i cordoni della propria borsa per colmare i deficit, che si assottiglieranno alla luce delle misure restrittive in attuazione.  Ma allora il problema dove si annida e nasconde? Semplicemente è la crisi di fiducia e la riluttanza degli investitori del nord europa, di coloro cioè che detengono un eccesso di risparmio necessario per rifinanziare i deficit a costituire una variabile difficilmente gestibile.

A questi aspetti di matrice prettamente economica si intreccia un insoluto problema di carattere istituzionale-sociale che rischia di mandare in frantumi l’utopia di Ventotene, che Spinelli e Rossi avevano tenacemente e parzialmente disegnato proiettando nelle menti di milioni di cittadini europei un sogno ed una speranza sotto la forma di un necessario ed improcastinabile approdo delle democrazie europee. Era ed è sopratutto urgente vincere i particolarismi e andare oltre il perimetro della sovranità nazionale, cogliendone i benefici ma anche collettivizzandone pesi e responsabilità. Il tutto in una cornice che vede un’armonizzazione giuridica, ancora in fieri e in ritardo, e fiscale, alla cui realizzazione hanno impresso velocità e consistenza le vicende della crisi.

Tuttavia, nonostante siano evidenti i pericoli e la drammaticità del fattore tempo, latitante e spesso assente è uno dei convitati fondamentali: la politica con la sua attività di policy making. Dopo la trasformazione, o crollo e declino delle varie ideologie, ci si sarebbe aspettato uno scatto di orgoglio, la volontà e la tenacia di gestire la transizione verso migliori lidi da parte dei fondatori e non del club europeo. Invece, le cronache ci mostrano marcie indietro, giravolte e bizantinismi che allontanano le soluzioni e aggravano la malattia. Purtroppo, mentre misure fiscali possono anche essere predisposte in tempi più o meno ragionevoli, discorso diverso è per la formazione e la maturazione di una classe dirigente di livello e spessore, che tali misure dovrebbe applicare. “Politica progettuale”, capace di superare quella sovranità nazionale che Luigi Einaudi lucidamente annoverava fra i possibili virus destabilizzanti dell’utopia pragmatica cristallizzata nel “manifesto”.

Di quelle pietre angolari necessarie per costruire l’edificio europeo la più elaborata e lavorata sembra sia solo quella dell’Unione monetaria, mentre tutti gli strumenti necessari a renderla operativa sembrano ostaggio di accordi di stampo nazionale da parte dei potenti detentori del risparmio. Allora, fatte queste dovute premesse, cosa o chi avrà la forza e la legittimazione per rinvigorire lo spirito di Ventotene e salvare l’impero dai suoi tarli interni? Saprà la buona politica convincere le riluttanze delle nazioni del nord Europa a farsi carico per la realizzazione di un progetto comune dei pesi che questo comporta?

Policy makers di tutto il continente, se ci siete battete un colpo.

Cara Italia ti scrivo..

aprile 9, 2011


…….CARA ITALIA TI SCRIVO….

L’Italia, la nazione Italia, ha appena compiuto i suoi 150 anni, celebrando questo speciale compleanno dalle piazze piene di tricolori, alle sedi istituzionali, passando per le strade e i  suoi luoghi simbolo. Tuttavia, non bisogna dimenticare e nascondere la circostanza non secondaria che questo paese ancora è diviso purtroppo, su molte cose, dalla storia spesso ancora non largamente condivisa, polarizzata in guelfi e ghibellini, neoborbonici e cavouriani, fascisti e antifascisti, alla geografia che vede ancora un sud creativo ma economicamente fragile alla rincorsa del nord opulento e dinamico, ma soprattutto sulla memoria storica. Ci si dimentica troppo spesso sia da cittadini critici e delusi dalla classe dirigente, sia da “Italiani”, che questo è un grande anzi nobilissimo paese che ha dato un contributo notevole all’umanità con i suoi Artisti che hanno lasciato un museo a cielo aperto disseminando perle su tutto il suolo, ma anche ai suoi valenti scienziati che hanno contribuito con le loro scoperte al progresso, nonché anche ai suoi migranti che nel mondo hanno diffuso prima che uno stile di vita la nostra cultura.

Ebbene si, proprio la nostra “cultura” che nell’anniversario dell’unità italiana subisce drastici tagli in bilancio, proprio la cultura che è stata la linfa dapprima che un territorio diviso in tanti staterelli diventasse nazione, ma soprattutto dopo che dalle macerie del nazifascismo bisognava ritrovare la bussola, come un cemento che anni di dittatura e di sonno della coscienza avevano sgretolato.

Siamo con orgoglio l’unica Nazione al mondo nella quale si è sviluppata prima la cultura italiana e poi la Nazione: ciò sta a significare che non siamo come spesso si sente da qualche poco attento e malizioso commentatore o politico solo una sommatoria di ex stati, una dimensione ed entità solo geografica; siamo altresì una comunità con valori condivisi che faticosamente ha iniziato il proprio percorso e un’opera ciclopica di unificazione, motivata ad esistere come Stato e come Popolo, che ha avuto il primo approdo con il risorgimento, e poi dopo lo smarrimento nel buio ventennio fascista, con il riscatto della resistenza e con la nascita della Costituzione del 47’.

Ma la varietà non è un elemento ostativo anzi: i suoi ottomila comuni, il passare da una collina a un centro urbano sentendo variare accenti, paesaggi e modi di vivere; la classicità, il rinascimento,  i cesari ma anche la chiesa ed i papi. Tutto questo ebbe il pregio di unificare e amalgamare il risorgimento come un pittore impressionista, nella cui tela si colgono tutte le parti che sfumano nell’altra in armonia.

Ma purtroppo l’egoismo di pochi  e il disinteresse dei più fece smarrire la retta via, nel sonno della ragione e delle coscienze del periodo fascista: così L’Italia “tutta” dovette misurarsi con le sue diatribe interne domate e sopite sotto il regime,  i problemi parzialmente risolti, che riesplosero al crollo del fascismo con tutta la loro drammaticità. Dovette quindi l’Italia trovare la forza ma anche l’ingegno di rispondere a problemi e debolezze di ordine costituzionale, politico e sociale con schemi nuovi. Ma soprattutto, era necessario far riemergere la tempra migliore degli animi italiani, l’energia e l’ingegno e l’identità annichilita e frustrata da anni di regime.

La risposta fu delle migliori, come sempre l’ha offerta il “sistema italia” ogni qualvolta il baratro si avvicinava e si rischiava l’implosione: A livello Istituzionale, si registrò il grande innovamento in senso democratico delle nostre istituzioni grazie alle forze politiche antifasciste e partigiane e ai militari rimasti fedeli alla nazione, che culminarono nell’Assemblea costituente da cui nacque la Costituzione del 47’.

Con la carta costituzionale finalmente si ebbe un nuovo e solido impianto statuale, un catalogo di diritti e doveri per i cittadini, ma anche garanzie e principi a cui la prescelta forma di stato repubblicana avrebbe dovuto da quel momento sempre ispirarsi ed a cui la nazione avrebbe dovuto richiamarsi.

Nell’art. 5 Cost. che costituisce il perno di tale forma, si riaffermo ancora una volta dopo il Risorgimento con nettezza l’unità e l’indivisibilità ancorandola però ad un innovatore aspetto, al riconoscimento e alla promozione delle autonomie locali, Regione Provincie e Comuni. Non è un caso che accanto al termine unità nella nostra storia sono presenti pluralità, diversità, ma nell’ottica della solidarietà e sussidiarietà.

Nello scenario economico, in un contesto di macerie e povertà diffusa si fece uno scatto di orgoglio: l’Italia  grazie alle sue risorse umane e materiali  si affacciò con vigore nell’area dei paesi più industrializzati e progrediti, grazie alla più grande intuizione storica di cui è stata antesignana già nell’isola di Ventotene, prima che la guerra avesse fine, e poi partire dagli anni ’50: l’integrazione europea. Fu da quell’evento che la nazione assunse il posto più prestigioso nella più vasta comunità transatlantica e nello scacchiere internazionale. Tuttavia ancora oggi, dalla collocazione senza riserve nell’Europa unita, c’è la chance più grande per affrontare le sfide, le opportunità e le criticità della globalizzazione.

Dal punto di vista sociale, si ebbe la lungimiranza di disinnescare le divisioni “parlamentarizzandole”, allontanando lo spettro di una guerra civile ancora più dannosa e pericolosa della guerra stessa: si scongiurò così con sapienza politica ma anche con senso dello stato il rischio di separatismo e di amputazione del territorio nazionale.

Fu questo forse più autentico “miracolo”, la ricostruzione e il consolidamento dell’identità,  – nonostante aspri conflitti ideologici, politici e sociali – determinando il balzo in avanti, oltre ogni rosea previsione; tale forza emerse in altri periodi bui della repubblica quando insidie subdole e penetranti, attacchi violenti e perniciosi quali stragismo e terrorismo, che parevano sconquassare le basi democratiche, furono immunizzati e debellati mediante il richiamo alla Costituzione e grazie al coinvolgimento di forme di partecipazione sociale; è utile ricordare che è proprio su queste forze che ancora oggi la lotta contro il devastante e mai sopito fenomeno della criminalità organizzata è possibile e vitale.

In tutte queste circostanze emerge chiaramente che a rendere possibili tali “miracoli” abbia contribuito un forte cemento unitario, che tutti ci invidiano, inconcepibile ed inoperante senza identità nazionale condivisa. Fattori di questa nostra identità italiana sono la lingua, la cultura, il patrimonio storico-artistico-naturale.

Purtroppo oggi si registra anche una sporadica ed isolata contestazione, sia al nord che al sud da parte di movimenti politici. Tuttavia, non bisogna tralasciare che anche Nazioni più patriottiche hanno attraversato nella loro storia divisioni marcate: dalla guerra civile che insanguinò gli Stati Uniti, alla rivoluzione francese e agli anni della comune che videro trucidarsi tra di loro i francesi, alla Spagna e al Regno unito al cui interno i separatisti minavano le fondamenta dello Stato stesso. Ma è proprio ai “valori comuni” che tali nazioni hanno fatto ricorso per superare tali avversità. E sono proprio quei valori che oggi cara Italia i tuoi figli un po’ indegnamente o usano e strumentalizzano o peggio mettono in dubbio o rinnegano.

Bisogna urgentemente fare opera di diffusione e approfondimento tra gli italiani per il richiamo a quel senso di unità nazionale non solo in senso geografico: la missione che ci attende non è certo agevole, tra un futuro che desideriamo più equo e giusto e le incognite ed insidie che si frappongono nel mondo. Saranno molte le prove che dovremmo affrontare, navighiamo a vista in un mare sempre più tempestoso e sconosciuto che si chiama modernità: ma da marinai avvezzi alle grandi sfide abbiamo la consapevolezza e la certezza che solo ricorrendo alle nostre più genuine risorse morali e umane, tralasciando particolarismi ed egoismi potremmo approdare al progresso.

Diceva un nobile italiano, Dante,“fatti non foste a viver come bruti,. ma per seguir virtute e canoscenza”.Un invito e ammonimento ancora oggi di lampante attualità..

Auguri cara vecchia, amata ed unica Italia.

Un Tuo figlio.

(Fonte: Marco Cerrone)


 

 

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