bloglive_b0320ac5d7ddcaf69459680b71bf60bc-700x357Ascoltando una nota trasmissione sui canali televisivi nazionali, Presa diretta di Riccardo Jacona, sarà capitato a molti di imbattersi nelle tremende immagini e nei terrificanti dati scaturenti da una pratica che lentamente sta emergendo nei suoi particolari più crudi e drammatici: quella dello smaltimento illegale dei rifiuti.

Dopo il periodo di indagini infatti è esplosa come una bomba la notizia che dai verbali segretati, nelle confessioni di Schiavone, principale esponente del clan dei Casalesi, in zone del basso Lazio fossero stati smaltiti illegalmente, quindi senza nessuna precauzione, tonnellate di rifiuti anche industriali. Orbene, passato il primo momento di indignazione e preoccupazione, a cui è seguita la solita staffetta di rassicurazioni, un cono d’ombra è calato sulla vicenda: ad oggi nella nostra zona non è dato sapersi con ragionevole certezza se vi siano pericoli per la salute dei cittadini.

In merito, molti studiosi del settore pongono in luce, che l’insorgere di patologie tumorali o leucemiche presenti una gestazione molto lunga, per cui potrebbero esservi distorsioni temporali tra rilevazioni sulla qualità ambientale e sviluppo delle suddette patologie.

Purtroppo però, l’attenzione dei dibattiti pubblici è dirottata verso problemi considerati più pressanti e contingenti, come quelli economici e del lavoro, relegando ai margini o in una prospettiva di medio-lungo termine aspetti che invece sono fondamentali perché toccano la “vita” reale e oggettiva dei cittadini.

download

Fare presto con l’istituzione di un registro dei tumori, monitorare costantemente la qualità dell’ambiente, fornire i dati senza filtri, attuare se necessario senza infiltrazioni criminali le bonifiche, non sono “capricci” di un popolazione preoccupata o scossa dalla cronaca, ma un dovere che chi rappresenta lo Stato sul territorio, deve sentire come urgente e primario, garantendo così il famigerato ma sempre più calpestato diritto alla salute sancito nell’art. 32 della carta costituzionale.

Annunci

Sembra uno scherzo, un pesce d’aprile estivo, ma non è così! E’ il responso pesante come un macigno che creerà un prevedile vespaio di polemiche: l’AIA, viene accordata allo storico stabilimento siderurgico di Taranto.

Allo stato dei fatti, l’accordo è più un frutto avvelenato che una conquista dopo anche le polemiche che lo hanno preceduto e il rifiorire degli attriti fra istituzioni, comitati cittadini e associazioni ambientaliste sulla necessità di conciliare le produzioni dell’Ilva ed le necessità occupazionali dei i suoi circa 13mila dipendenti, con la tutela di popolazione e ambiente che hanno subito e tuttora subiscono i danni irreversibili di questa convivenza, da anni senza un preciso raccordo normativo adeguato.

Ma non mancano, nemmeno a livello istituzionale, le voci a sostegno di esso: “Siamo riusciti a tenere insieme le ragioni dell’ecologia con quelle dell’economia e del diritto al lavoro”, ha con fermezza ribadito Lorenzo Nicastro, assessore alla qualità dell’ambiente della Regione Puglia. Al contrario, vengono respinte tali iniziative e bollate come conquiste insufficienti dai comitati cittadini e  dai gruppi ambientalisti che invece pongono l’attenzione sull’aumento della capacità produttiva di acciaio stimata sui15 milioni di tonnellate annue, nonchè sull’assenza incomprensibile di restrizione di alcuna sorta alle emissioni per diverse tipologie di sostanze dannose e altresì si lamenta l’inadeguatezza dei monitoraggi e dei controlli sulle emissioni e gli scarichi dell’industria. Su questo ordine di idee si staglia la dichiarazione di Angelo Bonelli, il presidente nazionale dei Verdi, “È una Aia vergognosa perché non sono previsti limiti alla fonte di emissione per quanto riguarda sostanze dannose per la salute come il cadmio, cromo esavalente, mercurio e i metalli pesanti”, con all’orizzonte un ricorso al Tar avverso la concessione dell’autorizzazione.

Un sostegno oggettivo a tali preoccupazioni concernenti gli effetti dell’impatto ambiatale dell’Ilva, arriva nel frattempo dagli ultimi dati dell’Arpa:La concentrazione di benzo(a)pirene sottovento nei pressi delle ciminiere è pari a 4.46 ng/m3, molto più alta di quella sopravento (0.06) e di quella con calma di vento (0.27). Se ne deduce il contributo praticamente esclusivo di Ilva”.

Purtroppo, a voler essere obiettivi, tale autorizzazione aveva già a monte un vizio difficilmente superabile con i buoni propositi, stante il reiterato e mai celato comportamento e la leggerezza con cui i vertici dell’accieria fronteggiano da anni la spinosa questione dei danni ambientali legati alla propria attività: invero, la situazione è stata monitorata prima e fotografata poi, da una relazione depositata nei giorni scorsi dai Carabinieri del Noe alla procura di Taranto, in relazione all’ inchiesta che vede attualmente imputati il presidente Emilio Riva, il figlio Nicola e alcuni dirigenti dello stabilimento per disastro colposo, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, avvelenamento di sostanze alimentari, danneggiamento aggravato di beni pubblici, getto di cose pericolose e inquinamento atmosferico.

Ma cosa è l’AIA? E QUALI SONO I FINI E SOPRATUTTO I PRESUPPOSTI PER OTTENERNE IL RILASCIO? L’autorizzazione integrata ambientale (AIA) é il provvedimento che autorizza l’esercizio di un impianto o di parte di esso a determinate condizioni, al fine di assicurare la rispondenza ai requisiti di cui alla parte seconda del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, come modificato dal decreto legislativo 29 giugno 2010, n. 128, che costituisce l’attuale recepimento della direttiva comunitaria 2008/1/CEdel Parlamento Europeo e del Consiglio del 15 gennaio 2008 sulla prevenzione e la riduzione integrate dell’inquinamento (IPPC). Ai sensi di quanto previsto dall’articolo 29-quattuordecies del citato D.Lgs. 152/06, tale autorizzazione risulta assolutamente necessaria per consentire tutte quelle attività elencate nell’allegato VIII alla parte seconda dello stesso decreto.

In linea con i principi della convenzione di Aarhus e con quanto previsto dagli artt 29-quater, 29-decies del D.Lgs. 152/06, per facilitare e promuovere l’accesso all’informazione e la partecipazione del pubblico, questo Ministero avrà l’onere di curare la pubblicazione on-line della documentazione fornita dai gestori ai fini del rilascio delle AIA di competenza statale, relative agli impianti di cui all’ allegato XII alla parte seconda del D.Lgs. 152/06.

Orbene, è utile ribadire che eventuali osservazioni sulle istanze potranno essere presentate dopo la pubblicazione dell’apposito avviso a mezzo stampa e durante tutto il procedimento dai soggetti interessati in forma scritta o con e-mail certificata al competente ufficio del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare.

E’ palese quindi anche ai non dietrologisti sulla base di quanto esposto, che il rilascio dell’Autorizzazione integrata ambientale (AIA) all’Ilva, più che essere un rimedio ai disastri ambientali perpetrati, rappresenta allo stato attuale un passaggio fondamentale, necessario esclusivamente per il proseguimento delle attività nel più grande stabilimento siderurgico d’Europa.

Ma come è possibile che uno strumento legislativo come l’AIA, si sottragga alle finalità che invece sarebbe chiamato a garantire e tutelare? Una dimostrazione ulteriore dello sconfinamento delle ragioni economiche su quelle statuali?

Purtroppo, in gioco ci sono innanzitutto valori costituzionali, quali il diritto alla salute ex art. 32, e di derivazione costituzionale, quale quello alla salubrità dell’ambiente, ma anche e sopratutto, la qualità del sistema democratico, in quanto vi è una prevaricazione e erosione degli interessi facenti capo alle parte delle lobby economiche sui diritti dei cittadini.

Situazioni come questa non hanno altro effetto che quello di alimentare la diffidenza dei cittadini verso le istituzioni e di accrescere il distacco e l’apatia verso il potere costituito. E’ innegabile che andavano salvaguardate le necessità occupazionali, ma mettere una toppa a un disastro ambientale senza almeno garantire una futura via d’uscita, con tempi e modalità certe di bonifica, è un prezzo troppo salato per i cittadini-contribuenti pugliesi e un boccone troppo amaro per tutte quelle famiglie che hanno visto i propri cari spegnersi lentamente a causa dei veleni sparsi negli anni passati.

Altro passo verso il baratro? In attesa di un ravvedimento o di rassicurazioni in tal senso…si!

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: