Dreaming a work!

aprile 14, 2013


Non esiste né peccato, né virtù. Esiste solo quello che si fa e che è parte della realtà, e tutto ciò che si può dire con sicurezza è che la gente fa delle cose che sono simpatiche, altre che non sono simpatiche.

FURORE- John Steinbeck

La crisi  dapprima solo finanziaria, degenerata poi in crisi di sistema ed economica, sta letteralmente scardinando le fondamenta della nostra società e i valori fondanti che per  una buona parte di secolo hanno garantito il vivere civile e un discreto progresso-benessere materiale; altresì essa sta inesorabilmente e progressivamente erodendo ogni fondamenta del nostro sistema democratico.

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Non è un caso isolato la tragedia di Isola del liri, ma una vera e propria emergenza generazionale ,spia di una situazione sociale a tratti insostenibile e sciagurata, che registra un incremento esponenziale dei suicidi legati al lavoro-nonlavoro; spesso a tale piaga si legano non solo bisogni materiali, assenza di lavoro, ma anche disperazione, scomparsa di ogni speranza del futuro, che nessuno a livello statale e sociale e capace di intercettare e indirizzare. Speravamo, con un pizzico di egoismo, proprio di quel comune pensare “non mi riguarda, o non ci posso fare nulla”, che una delega in bianco, la gestione tecnocratica dell’eccezionale-ordinaria tragedia, come un manna avrebbe incrementato la crescita, arginato il debito pubblico, e che virtuosamente ogni problema sociale si sarebbe risolto per inerzia.  

Ma la realtà è stata cruda, tranciante: licenziamenti, assenza di una politica industriale e  sopratutto di riconversione, quindi chiusura di stabilimenti e una pletora di disoccupati.

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Gli ammortizzatori sociali, dopo anni di pseudo politiche riformiste sul nulla sono svuotati o in fase di esaurimento. La tragedia che una generazione sta vivendo assomiglia al libro di Steinbeck “furore”, dove il sogno si infrange contro la realtà! In più c’è un perverso dualismo nella nostra nazione sintomo di una duplice tragedia!

Da un lato c’è chi ancora possiede si un lavoro, ma con forte rischio di perderlo, esclusione e scivolamento sociale, cioè le passate generazioni o i nuovi precari; dall’altro c’è chi non lo ha, moltissimi giovani ed esodati, CHE NONOSTANTE LE QUALITA’, vedono stringersi ogni orizzonte e scomparire ogni via d’uscita.

Ci eravamo convinti, ed in parte ci avevano persuaso che il famigerato spread fosse l’unico parametro da correggere per poi agganciare su di esso le linee di politica economica!  Ma se ancora si muore per suicidi, per una deliberata scelta che certifica l’assenza di ogni speranza, forse qualcosa di terribile c’è oltre il mero calcolo contabile. Giova ricordarlo, senza nascondersi, senza infingimenti ideologici,  che il lavoro non è solo uno strumento di sostentamento, ma un diritto “sociale; esso richiede un intervento positivo dello stato non invasivo e/o programmatore, ma per ripristinare le condizioni favorevoli, correggere le distorsione dell’economia di mercato: si sta perdendo la partita più grande, quella di civiltà. Una società che lo dimentica, o peggio fa finta di non poterci fare nulla non è solo egoista, ma è destinata o al dissolvimento o a far finta di abiurare sempre i suoi mali..senza mai risolverli..

Valentino Cerrone


« Verrà un giorno in cui anche a voi cadranno le armi di mano! Verrà un giorno in cui la guerra vi parrà altrettanto assurda e impossibile tra Parigi e Londra, tra Pietroburgo e Berlino, tra Vienna e Torino quanto sarebbe impossibile e vi sembrerebbe assurda oggi tra Rouen e Amiens, tra Boston e Filadelfia.[…] Verrà un giorno in cui si vedranno questi due immensi gruppi, gli Stati Uniti d’America, gli Stati Uniti d’Europa posti in faccia l’uno dell’altro, tendersi la mano al di sopra dei mari […] »

 (Victor Hugo, Discorso tenuto al congresso della pace di Parigi, 21 agosto 1849)

Notizia più bella non poteva che arrivare in un contesto storico-sociale così delicato e tumultuoso: la prevalenza dell’economia sul diritto, la finanziarizzazione dei diritti sociali, la progressiva disintermediazione del tessuto sociale, lo scollamento tra corpo elettorale e ceto politico, le fiammate euroscettiche e i rigurgiti di nazionalismo.

Dopo Michail Sergeevič Gorbačëv nel 90′, Aung San Suu Kyi nel 91′, Fredrik Willem De Klerk, e Nelson MandelaYasser Arafat, Shimon PeresYitzhak Rabin nel 94′, passando per Al Gore e Barack Obama e Liu Xiaobo, il prestigioso riconoscimento fregia non una persona sola ma un continente intero.

Ebbene, una vera e propria manna che dall’accademia norvegese cade sui media europei e mondiali a riaccendere le speranze di un’immobilismo politico che sembrava destino ineluttabile, linfa per le coscienze  più creative ormai sfibrate da un perenne bollettino negativo ad ogni apertura e chiusura di borsa o di vertici istituzionali. 

Come si legge dalle motivazioni “L’Unione e i suoi membri per oltre sei decenni hanno contribuito al progresso della pace e della riconciliazione, della democrazia e dei diritti umani in Europa”: ovvero il riconoscimento del ruolo propulsore e pacificatore a quei tanti che hanno investito in un sogno è il coronamento di un lungo e ripido percorso,  tuttavia ancora non terminato. Ma non solo di pace dal punto di vista prettamente bellico si parla nelle righe del comunicato.

Invero, negli Anni ’80, Grecia, Spagna e Portogallo sono entrati nell’area europea a pieno titolo, con conseguente instaurazione di un compiuto e funzionante regime democratico, sia in senso sostanziale che formale, quale preliminare e fondante condizione per la loro adesione/ammissione.

 

E’ assodato che la Caduta del Muro di Berlino ha contribuito in maniera incontrovertibile all’ingresso di molte nazioni dell’Europa centrale e orientale, in passato sotto l’orbita sovietica, sancendo la fine della linea di demarcazione est-ovest, la progressiva implementazione di regimi democratici in nazioni con  evidenti ed imbarazzanti deficit istituzionali: ma sopratutto si registra il maggior traguardo nella risoluzione di quei conflitti etnici-religiosi che hanno fatto da detonatore ai conflitti mondiali.

Non è un caso che l’ammissione della Croazia per l’apertura di negoziati con il Montenegro,  e il  conseguente e funzionale riconoscimento dello status di candidato, sono tappe di una ricomposizione della ferita nei territori dei Balcani, insanguinati per oltre un decennio con gravi mancanze anche dell’Unione a quel tempo impreparata ed indecisa su come intervenire efficacemente.

Inoltre non bisogna tralasciare come l’ingresso della Turchia abbia rappresentato sia un’avanzamento della tutela dei diritti umani anche in aree prossime al medio-oriente, sia la conferma della UE come player sulla scena mondiale quale garante e fattore di stabilità.

Se fosse ancora vivo Alfred Nobel con un sorriso potrebbe affermare:”Finalmente, l’Europa rappresenta la fraternità tra le nazioni”!


In questa fase storica caratterizzata dal fluire e defluire incessante di idee, concetti, visioni,  politiche, che si fondono, contaminano e spesso anche cancellano ed annullano tra di loro, in una interazione magmatica e non episodica, il campo che maggiormente soffre il gap strutturale nei confronti di tale fenomenologia è quello del diritto.

Invero, spesso articolazioni dell’ordinamento non solo nazionale ma anche europeo e sovranazionale scontano il ritardo ideologico e strutturale ad intercettare i cambiamenti e a tradurli e/o adattarli e renderli compatibili con il proprio impianto ordinamentale – normativo.

A  soffrire tale divario-ritardo è sopratutto il campo dei “diritti sociali”, ovvero quel gruppo di situazioni eterogenee che raggruppa sia veri e propri diritti, sia situazioni meramente raccomandate, emersi ed affermatesi con il consolidarsi della democrazia pluralistica: tali diritti hanno contribuito in maniera importante e sostanziale allo sviluppo e alla tutela della persona nella sua dimensione individuale e sociale.

Tali situazioni soggettive, inserite nelle carte costituzionali quali compiti per il legislatore ergo non immediatamente tutelabili, o come nella nostra carta costituzionale, quali precetti normativi immediatamente azionabili, nelle diverse declinazioni  hanno come tratto comune e distintivo dai diritti di libertà sic et simpliciter, l’esigenza di un  complesso ed articolato apparato organizzativo statale preposto al controllo e alla tutela degli stessi, nonchè alla loro concreta attuazione.
In quasi tutte le nazioni occidentali però si registra una contrazione non solo di protezione a livello legislativo, ma contemporaneamente  anche una tendenza dei vari parlamenti a svuotare tramite paventate riforme le fondamenta procedurali di tali diritti.

Inoltre, la crisi economica, con conseguente necessità di tagliare le spese improduttive e di snellire la macchina burocratica, vede e registra troppo spesso tagli lineari alla spesa pubblica, che coinvolgono anche quelle articolazioni che tutelano i diritti sociali nelle loro sfaccettature più varie.


A questo punto ha ancora senso parlare di tutela dei diritti sociali? Hanno ancora ragione di esistere? Leggendo la storia con gli occhi del critico e con atteggiamento non dogmatico, sarà agevole riscontrare che proprio nelle fasi più acute di crisi economica, come la grande crisi degli anni 30′, che generò crisi di sovrapproduzione nel settore industriale e crisi di liquidità in quello bancario, è proprio con il grimaldello dei diritti sociali e con una legislazione di sostegno che si disegnò il new Deal quale strumento di contrasto del declino della società nel suo complesso.

ED ORA? COSA ACCADE IN EUROPA?

Purtroppo, il bel continente europeo sconta da un lato il ritardo della unificazione politico-amministrativa, dall’altro il riemergere degli egoismi nazionali e settoriali, con il risultato di una impasse che  rischia di trasformarsi in perpetue sabbie mobili, travolgendo IL VALORE solidarietà che rappresenta il più maturo punto di approdo post conflitto mondiale.

Non dimentichiamo la storia, una cultura dei diritti sociali che significa responsabilità individuali e collettive è necessaria proprio ora.
RISE UP EUROPA! RISE UP EROPEANS!


C’era da aspettarselo! Già serpeggiava il risultato di tale verdetto tra gli addetti ai lavori nonchè tra gli osservatori internazionali, analizzando il pacchetto di norme pasticciate che erano stata redatte sotto la spinta dell’ala oltranzista della Lega, noncurante dei più basilari principi in materia di immigrazione e dei diritti umani vigenti. Così come in passato, anche questa volta con il suo prezioso lavoro di ermeneutica la Grand Chamber di Strasburgo, ha ristabilito la legalità sostanziale.

Il caso Hirsi e altri contro Italia, incardinato presso la Corte europea dei diritti dell’uomo, concerne la prima operazione di respingimento collettivo che ha avuto luogo il 6 maggio 2009, in prossimità delle coste italiane per la precisione 35 miglia a sud di Lampedusa,  quindi in “acque internazionali”.

Orbene, in tale data le autorità italiane hanno dapprima intercettato come da protocollo una delle tante carrette della speranza con a bordo circa 200 rifugiati delle più disparate nazionalità del corno d’Africa, somali ed eritrei, tra cui  molti bambini e donne in evidente stato di gravidanza.  In seguito però tali migranti sono stati  si presi a bordo da una imbarcazione italiana, ma respinti a Tripoli e riconsegnati, contro la loro volontà, alle autorità libiche.

La gravità dell’azione non sta sic et simpliciter nella opinabile e seppur criticabile ratio del respingimento, avendo gli Stati in conformità con la cornice legislativa europea ed internazionale, margini seppur risicati di discrezionalità nella scelta degli strumenti da adottare.  La ingiustificabilità e superficialità di tale azione va ricercata bensì nelle modalità con cui si è attuato tale respingimento: invero, il respingimento è avvenuto senza che i migranti intercettati fossero in primis identificati, ascoltati e/o preventivamente informati sulla loro reale destinazione, in palese violazione di principi e norme a carattere cogente in tutto il mondo.

Il contesto che ci troviamo ad affrontare, per un corretto inquadramento delle problematiche sottese e per la ricerca delle possibili strade percorribili, ci impone tuttavia di approfondire preliminarmente il concetto del refoulement e delle sue fonti: tale principio costituisce il caposaldo e il perno della protezione internazionale dei rifugiati, e si trova cristallizzato nell’art. 33 della Convenzione  di Ginevra del 1951, vincolante anche per gli Stati parte del Protocollo del 1967, e nello specifico sancisce che:Nessuno Stato contraente potrà espellere o respingere (“refouler”) – in nessun modo – un rifugiato verso le frontiere dei luoghi ove la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a causa della sua razza, religione, nazionalità, appartenenza ad una determinata categoria sociale o delle sue opinioni politiche”.

Dall’istruttoria condotta infatti emerge che i migranti credevano di essere diretti verso le coste italiane.  Dopo tale accadimento all’incirca 11 cittadini di nazionalità  somala, e 13 cittadini eritrei, sono stati individuati in Libia dal Consiglio italiano per i rifugiati, ed hanno così deciso di ricorrere per far valere le loro ragioni incardinando un ricorso contro l’Italia presso la CEDU, assistiti e coadiuvati dagli avvocati Anton Giulio Lana e Andrea Saccucci, dell’Unione forense per la tutela dei diritti umani.

Questa vicenda mette in luce  altresì a prescindere dalle implicazioni giuridiche, come la nostra nazione si trovi spesso schiacciata e sola, tra due aspetti della stessa questione non scindibili, il rispetto del principio del non refoulement, ovvero il divieto di respingimento dei migranti verso paesi dove possono subire trattamenti inumani e degradanti, e il contenimento e/o la sistemazione dell’enorme e crescente numero di persone provenienti dalle frontiere dei paesi del nord Africa.

In seguito, con  la sentenza del 23 febbraio 2012 resa in Grande Camera,  i giudici di Strasburgo hanno statuito all’unanimità che essendo stati i ricorrenti intercettati in mare dalle autorità italiane, erano pertanto sottoposti alla giurisdizione italiana, ai sensi e per gli effetti dell’articoli 1 della Convenzione. Tuttavia si è evidenziato, dall’ordito normativo nonchè dalle circostanze fattuali emerse nella ricostruzione dell’accadimento e cristallizzate nella pronuncia, una duplice violazione dell’articolo 3: i ricorrenti, poichè sono stati ricondotti contro la loro volontà in Libia, erano  materialmente esposti al rischio effettivo di subire maltrattamenti e di essere rimpatriati verso la Somalia e l’Eritrea, loro paesi d’origine, con i connessi pericoli per la loro vita e le ripercussioni socio-legislative.

Infine dal punto di vista procedurale si è accertata in merito alla condotta tenuta dalle Autorità italiane la violazione dell’articolo 4 del Protocollo n. 4 alla Convenzione, che vieta  in maniera espressa le “espulsioni collettive” nonché la violazione dell’articolo 13, rubricato “diritto ad un ricorso effettivo” combinato con gli articoli 3 della Convenzione e 4 del Protocollo n. 4.

L’art. 13 costituisce nello schema di protezioni della CEDU la “pietra angolare” del sistema, in quanto garantisce e in certi casi sollecita, l’esistenza nel diritto interno di ogni singolo stato aderente alla convenzione, di un ricorso che permetta di far valere i diritti e le libertà in essa contenuti e consacrati. Invero, tale norma non solo un carattere programmatico, bensì anche precettivo, dal momento che pretende per gli addebiti che si possano ritenere «difendibili» ai sensi della Convenzione e dei Protocolli, l’esistenza e la operatività di un ricorso interno che “abiliti” l’«istanza» nazionale a conoscere il contenuto dell’addebito e ad offrire un rimedio appropriato.

Gli Stati contraenti, tuttavia, pur beneficiando di un margine di discrezionalità nell’individuare i mezzi necessari per conformarsi alle obbligazioni che derivano da questa disposizione, hanno l’onere di rendere operativo tale meccanismo di difesa in concreto. 

Infatti, il ricorso deve essere « effettivo » in fatto come in diritto, ovvero il suo esercizio non deve essere ostacolato, in modo ingiustificato, da atti o omissioni delle autorità statali. In secondo luogo, l’« effettività» del ricorso, è altresì sganciata dall’esito favorevole per il ricorrente. Infine, l’insieme dei rimedi previsti dal diritto interno sono rispondenti alle condizioni stabilite dall’art. 13, anche se alcuno di essi, isolatamente considerato, non soddisfa interamente siffatte condizioni (arrêt Kudła, § 157).

L’art. 13 riproduce il “principio di sussidiarietà” che informa il sistema europeo di protezione dei diritti dell’uomo, e deve – in combinato disposto con l’art. 35 -applicarsi con una certa flessibilità. La finalità dell’art. 35 è quella di offrire agli Stati contraenti l’occasione di prevenire o di rimediare alla violazioni prima che siffatte violazioni siano fatte valere dinanzi agli organi della Convenzione (voir, par exemple, les arrêts Hentrich c. France du 22 septembre 1994, série A n° 296‑A, p. 18, § 33 ; Remli c. France du 23 avril 1996, Recueil 1996-II, p. 571, § 33).

Gli Stati non rispondono in tale meccanismo direttamente davanti ad un organismo internazionale  del loro agere, in quanto hanno la possibilità di rimediare nel loro ordinamento interno. Questa regola  presenta strette affinità operativa con l’art. 13, postulando che l’ordinamento interno offra un ricorso effettivo per la violazione riscontrata. 

Nondimeno, l’art. 35 della Convenzione prescrive soltanto l’esaurimento di ricorsi disponibili e adeguati. Siffatti ricorsi devono offrire un grado sufficiente di certezza non soltanto in teoria ma anche in pratica, altrimenti mancano dell’effettività e della accessibilità volute; incombe sullo Stato dimostrare che queste esigenze sono soddisfatte.

Nella vicenda in esame a pesare come un macigno non è solo la mancata predisposizione di rimedi interni ex art.13, ma sopratutto la violazione della disposizione più carica di significati sociali, quella che sanziona i trattamenti inumani e degradanti che i fatti descritti hanno messo in luce.

Fatte queste dovute considerazioni e approfondita la problematica sotto il profilo procedurale, alla luce delle norme della Convenzione dei diritti dell’uomo, posso affermare che ancora una volta in seno alla Corte di Strasburgo sono prevalsi i principi universali e informatori di quei diritti che costituiscono il “common core” del vivere civile, ma che troppo  restano spesso abbandonati a giochi di real-politik o ad incomprensibili equilibri geopolitici. Per quanto concerne invece il legislatore italiano, auspico che le bacchettate servano da monito per il futuro. Quando si pongono norme e prescrizioni su delicati problemi gli slanci populisiti e i tornaconti elettorali devono essere sterilizzati.


Ogni persona i cui diritti e le cui libertà riconosciuti nella presente Convenzione siano stati violati, ha diritto a u


Da circa due anni il mondo intero, dal continente americano a quello europeo nonchè alcune fasce dell’Asia, è alle prese con la più complessa e difficilmente gestibile crisi economico-finanziaria e sociale che la storia abbia mai conosciuto dal 1929.

Il filo comune che unisce i continenti è rappresentato dal debito sovrano, cioè l’esposizione debitoria che ogni nazione ha accumulato nel corso degli anni a causa di spese spesso inutili e sbagliate, dettate da clientelismo o cambiali elettorali, o derivanti da progetti faraonici e non ammortizzabili, non curanti delle elementari regole di bilancio.

I primi segnali della crisi si sono avvertiti negli Stati uniti con lo scandalo dei muti sub-prime ovvero titoli spazzatura che venivano confezionati dalle Banche d’affari e collocati nel mercatocon il placet scandaloso delle agenzie di rating, con elevate garanzie di rendimento ma che in realtà nascondevano rischiosi titoli finanziari. Scoppiato lo scandalo e diffusasi la crisi, il contagio si è steso anche in Europa colpendo dapprima la Grecia e in seguito gli altri paesi  considerati il “ventre molle” del mediterraneo tra i quali anche l’Italia che vengono definiti “oltremanica” con l’epiteto p.i.g.s.(Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna).

Difronte all’espandersi del debito greco le istituzione politico-monetarie europee e le singole nazioni coinvolte hanno cominciato a predisporre in maniera spesso improvvisata e scoordinata interventi di urgenza.

Per quanto riguarda l’Italia gli interventi non sono stati e non sono tuttora facili per  due ordini di motivi complementari e connessi:

1) in primo luogo la  mole e la struttura del suo debito pubblico;

2) in secondo luogo per il fattore tempo.

Rileggendo le cronache del tempo passato, possiamo infatti notare come l’esposizione debitoria italiana sia stata sempre crescente, nonostante già da tempo vi fossero le prime avvisaglie di crisi ampiamente sottovalutate già ai tempi dell’unificazione tedesca, nella convinzione che il nostro enorme debito fosse messo nella cassaforte europea e collettivizzato in cambio della rinuncia della nazione tedesca al Marco.

Nel corso degli anni la classe politica italiana ha sistematicamente aumentato le spese riguardanti il proprio fabbisogno (scuole, sanità, infrastrutture) spesso oltre la dovuta misura, rispondendo a logiche clientelari e dando vita a fenomeni corruttivi che sono finiti momentaneamente con lo scandalo di tangentopoli. Purtroppo la classe politica non ha mai smesso di assumere comportamenti non rispondenti alle esigenze pubbliche continuando a far lievitare le spese inutili e improduttive.

Per quanto riguarda il secondo fattore il tempo, lo sviluppo dei mercati e la globalizzazione hanno inciso profondamente sui meccanismi di valutazione dell’economie nazionali, con logiche e tempi lontani dagli ingessati  e burocrati meccanismi di un’Unione europea solo monetaria.

Mentre gli altri paesi tentavano però di porre freno all’indebitamento e ad invertire la rotta, il nostro paese era incurante dei richiami sia a livello europeo che a livello internazionale, che mettevano nitidamente in luce il pericolo di default cioè il rischio che la nazione fallisse per l’incapacità di pagare i debiti contratti.

Questi due fattori hanno creato una miscela esplosiva che è culminata con le dimissioni del governo di centro destra guidato da Silvio Berlusconi dopo un estenuante tira e molla e blocco del parlamento durato mesi, mentre la crisi si evolveva e il pericolo d’insolvenza si faceva sempre più marcato.

Giunti a questo momento si è reso necessario un cambio di rotta che ha portato all’insediamento del governo Monti composto da personalità di elevato spessore e riconosciuta esperienza a cui è stato affidato il difficile compito di porre un argine alle cause della crisi.

Il governo Monti è composto esclusivamente da personalità esterne alla politica. L’entourage di Monti ha fin da subito  messo in cantiere una serie di riforme strutturali che mirano a ridurre il divario, lo spread, tra il rendimento dei titoli del tesoro italiani e quelli tedeschi.

In secondo luogo ha cercato di mantenere alta l’inflazione per evitare che l’aumento del tasso d’interesse facesse aumentare a sua volta gli interessi che si pagano sul debito pubblico. Inoltre per ridurre ulteriormente la spesa pubblica ha deciso di riformare le pensioni una delle componenti  più elevate del debito pubblico assieme alle spese improduttive celate nei vari bilanci della P.A. In questi giorni si sta tentando altresì di riformare sia il mercato del lavoro sia di liberalizzare alcune settori dell’economia che vedono determinate categorie lucrare profitti spesso ingiusti.

Un’altra manovra fondamentale è stata quella di combattere l’evasione fiscale aumentando i controlli e irrigidendo le sanzioni. Purtroppo non vi sono solo rose e fiori: la manovra poiché è stata disegnata per una situazione di emergenza e in poche settimane va a colpire principalmente le classi che già in passato hanno subito il peso maggiore delle tasse, avendo pertanto effetti velatamente recessivi.

L’aumento della tassazione, il rincaro dei prezzi, l’aumento della disoccupazione,  l’aumento di vasti settori dell’economia, hanno ridotto il potere di acquisto delle famiglie nonchè la capacità dell’imprese di investire e di assumere bloccando la crescita del PIL (prodotto interno lordo). Quindi, oltre che economico il problema e gli effetti della manovra sono anche di carattere sociale.

La popolazione è sempre più sfiduciata poiché non conosce quando tale situazione di crisi finirà e con quali effetti. In questo scenario regna la confusione totale in Europa, dove Germania e Francia  costituiscono assieme al FMI-Fondo Monetario Internazionale- una “Troika”, decidendo di fatto come e quando arginare la crisi, con decisioni come nel caso Greco, draconiane e in qualche misura eccessivamente punitive per una nazione che da cinque anni è in recessione e che già ha attuato ben cinque tagli di Austerity!!

Fortunatamente dopo un periodo di isolamento anche l’Italia si è riaffacciata nella politica europea per far valere le sue ragioni e far sentire il suo peso essendo tra l’altro uno dei paesi fondatori del progetto europeo. La strada è ancora in salita nonostante lo spread sia sceso, e poichè spesso come un altalena va su e giù creando incertezza tra gli investitori. La fiducia che era stata lesa dal passato governo lentamente viene ricostruita, l’orgoglio italiano pian piano riemerge. L’Italia non è più vista come incapace di prendere decisioni, lacerata dall’interno da scandali e particolarismi.

Nonostante questi importanti passi ancora c’è molto da fare, in quanto le misure che arginano la crisi possono essere predisposte in tempi brevi,  ma diverso discorso è per la crescita economica che richiede provvedimenti e interventi di lungo periodo.

Si è evitato il rischio di default, lo spettro del fallimento è lontano, ma ancora non si è salvi.  Fino ad ora il governo ha ben operato, la popolazione anche se a fatica, ha compreso l’urgenza delle manovre, ma l’attesa non può durare troppo sono necessari interventi concreti che riportino lavoro e reddito.

Pochi mesi fa molti quotidiani stranieri pubblicavano vignette che parafrasavano un passo di Dante “lasciate ogni speranza a voi che entrate” con riferimento all’Italia: il vento è cambiato adesso tocca remare tutti insieme per portare fuori dalle acque tempestose la nave italiana, senza dimenticare Atene.

Invero un default di Atene costerebbe il collasso della struttura europea, e i cocci come schegge  colpirebbero anche nazioni come la Germania  che si sentono al riparo. Nel frattempo dopo le lacrime e sangue delle manovre bisogna guardare avanti. L’Italia non si è fatta in un solo giorno e nemmeno con pochi mesi si possono rimediare anni di errori ed egoismi. 

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