Mentre il pericolo spread sembra ormai quasi neutralizzato e il sistema Italia dirigersi verso migliori e più tranquilli porti, i cittadini-contribuenti cominciano lentamente a prendere coscienza della modifica sul piano contributivo predisposta quasi sottotraccia dal Governo Berlusconi-Bossi ( la cui concreta e compiuta operatività tuttavia vedrà la luce nel 2014) ma che purtroppo sarà applicata in via sperimentale già dal 2012 dal Governo Monti : l’IMU.

Nell’ottica del federalismo fiscale, nella sua forma più diretta, tale imposta doveva sostituire e razionalizzare:

  • la componente immobiliare dell’imposta sul reddito delle persone fisiche e le relative addizionali (dovute in relazione ai redditi fondiari relativi ai beni non locati);

  • l’imposta comunale sugli immobili, l’ICI;

Come però è noto, a causa del trascorrere della maggior parte del loro tempo sulla luna o in altre faccende poco istituzionali, la compagine guidata dall’ex governo Berlusconi, in un primo tempo e con effetti devastanti per i fragili bilanci comunali, ha sostenuto la sua disapplicazione per il possesso della prima casa(e delle relative pertinenze).
Improvvisamente, tornati dalla luna e dismesse le altre faccende affaccendate, costretti a dover “cedere lo passo” (l’armata Brancaleone, 1966 M.Monicelli, incontro fra i due Papi), il subentrante governo Monti si accorge però che non è possibile “strategicamente” aspettare il 2014, viste le drammatiche esigenze di nuove entrate (facili da imporre e da ottenere, non rispondendo nei confronti degli elettori) piuttosto che una riduzione consistente e mirata della spesa pubblica (formalmente condivisa ma nei fatti osteggiata dalle lobby e dalle varie corporazioni).
Quindi la stringente necessità di far cassa, anche in maniera rozza e confusionaria (come dallo stesso premier Monti è stata definita l’operazione), in luogo di una organica e graduale riforma fiscale, i già sfiancati contribuenti si trovano a “fare i conti” con l’IMU “sperimentale”, con modifiche varie in maniera poco chirurgica, includendo ovviamente il piatto più ricco, la tassazione della prima casa.
Ciò premesso, l’attività di opposizione di Patto Democratico per Sora di carattere costruttivo e mai strumentale alle azioni dell’attuale maggioranza, è stata ed è per tutti evidente. Oggi la rendiamo ancor più propositiva attraverso la richiesta al Sindaco di valutare tre possibili e fattibili azioni che hanno il pregio e la finalità di limitare ed attenuare gli effetti devastanti di una fortissima pressione fiscale, stimata al 45,6%, a tutela di tutta la cittadinanza ed in particolare delle fasce più disagiate che articoliamo analiticamente nelle seguenti proposte:

  • Tenuto conto che la nostra precedente amministrazione ha gestito il bilancio comunale in regime di esenzione totale ICI sulla prima casa, tenuto conto degli aumenti del moltiplicatore (160 anzichè 100 + rivalutazione del 5% delle rendite) creando una base imponibile molto alta, invitiamo il Sindaco e la maggioranza a non cadere nel gioco al rialzo attraverso l’utilizzo della forbice concessa per le abitazioni principali: proponiamo di riconoscere sull’aliquota del 4 per mille sulla prima casa la riduzione del 2 per mille attraverso politiche mirate di sostegno a famiglie più bisognose, per esempio in funzione del reddito, per numerosità, disoccupazione o altri casi di attenzione sociale;

  • Per tutti gli immobili che non sono abitazione principale (anche quelli produttivi e commerciali), la tassazione del 7,6 per 1000 con una forbice del 3 per mille a discrezione dell’ente Comunale, rappresenta il maggior rischio di salasso per i nostri concittadini (si potrebbe arrivare ad aliquota del 10,6 per 1000), proponiamo di inserire tutele, come per esempio potrebbe essere una riduzione mirata per le case locate a canone concordato, al contrario penalizzare quelle sfitte o di proprietà di banche e assicurazioni;

  • Le disposizioni in materia di federalismo fiscale municipale prevedono anche un coinvolgimento diretto della casa Comunale nella lotta all’evasione attraverso l’invio all’agenzia delle Entrate di segnalazioni e informazioni utili all’accertamento di tributi o indizio di evasione fiscale, ricevendo in cambio il 100% delle imposte recuperate e delle sanzioni; sollecitiamo la sottoscrizione di un accordo con l’agenzia delle entrate che preveda come minimo il contrasto a fenomeni evasivi, con particolare riguardo all’economia sommersa e all’utilizzo del patrimonio immobiliare in evasione delle relative imposte, che preveda verifiche su soggetti che abbiano trasferito fittiziamente all’estero nei paesi black list la residenza, che preveda il controllo dei fabbricati locali, che preveda il controllo delle plusvalenza da cessioni di aree edificabili e fabbricati, al pari di accordi sottoscritti da altri grandi centri urbani.

Fatte queste considerazioni, ad un anno dall’insediamento è giunto il momento per questa amministrazione di fare delle “scelte politiche” vere in un momento così delicato e drammatico, dopo vari colpi di teatro e formali prese di posizione nell’assise comunale che celavano battibecchi o bilanciamenti di potere interno; nella natura del federalismo fiscale, ribadiamo la necessità di misure concrete con impatto diretto ed immediato sui cittadini.
E’ in tale direzione e per questi motivi che la nostra opposizione sarà infinitamente più presente ed altrettanto disponibile al confronto, se troveremo interlocutori liberi e capaci di pensare secondo giustizia ed equità sociale.

Il Gruppo di lavoro Area economico-giuridico di Patto Democratico per Sora: Dott. Mario Ottaviani – Dott. Valentino Cerrone


C’era da aspettarselo! Già serpeggiava il risultato di tale verdetto tra gli addetti ai lavori nonchè tra gli osservatori internazionali, analizzando il pacchetto di norme pasticciate che erano stata redatte sotto la spinta dell’ala oltranzista della Lega, noncurante dei più basilari principi in materia di immigrazione e dei diritti umani vigenti. Così come in passato, anche questa volta con il suo prezioso lavoro di ermeneutica la Grand Chamber di Strasburgo, ha ristabilito la legalità sostanziale.

Il caso Hirsi e altri contro Italia, incardinato presso la Corte europea dei diritti dell’uomo, concerne la prima operazione di respingimento collettivo che ha avuto luogo il 6 maggio 2009, in prossimità delle coste italiane per la precisione 35 miglia a sud di Lampedusa,  quindi in “acque internazionali”.

Orbene, in tale data le autorità italiane hanno dapprima intercettato come da protocollo una delle tante carrette della speranza con a bordo circa 200 rifugiati delle più disparate nazionalità del corno d’Africa, somali ed eritrei, tra cui  molti bambini e donne in evidente stato di gravidanza.  In seguito però tali migranti sono stati  si presi a bordo da una imbarcazione italiana, ma respinti a Tripoli e riconsegnati, contro la loro volontà, alle autorità libiche.

La gravità dell’azione non sta sic et simpliciter nella opinabile e seppur criticabile ratio del respingimento, avendo gli Stati in conformità con la cornice legislativa europea ed internazionale, margini seppur risicati di discrezionalità nella scelta degli strumenti da adottare.  La ingiustificabilità e superficialità di tale azione va ricercata bensì nelle modalità con cui si è attuato tale respingimento: invero, il respingimento è avvenuto senza che i migranti intercettati fossero in primis identificati, ascoltati e/o preventivamente informati sulla loro reale destinazione, in palese violazione di principi e norme a carattere cogente in tutto il mondo.

Il contesto che ci troviamo ad affrontare, per un corretto inquadramento delle problematiche sottese e per la ricerca delle possibili strade percorribili, ci impone tuttavia di approfondire preliminarmente il concetto del refoulement e delle sue fonti: tale principio costituisce il caposaldo e il perno della protezione internazionale dei rifugiati, e si trova cristallizzato nell’art. 33 della Convenzione  di Ginevra del 1951, vincolante anche per gli Stati parte del Protocollo del 1967, e nello specifico sancisce che:Nessuno Stato contraente potrà espellere o respingere (“refouler”) – in nessun modo – un rifugiato verso le frontiere dei luoghi ove la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a causa della sua razza, religione, nazionalità, appartenenza ad una determinata categoria sociale o delle sue opinioni politiche”.

Dall’istruttoria condotta infatti emerge che i migranti credevano di essere diretti verso le coste italiane.  Dopo tale accadimento all’incirca 11 cittadini di nazionalità  somala, e 13 cittadini eritrei, sono stati individuati in Libia dal Consiglio italiano per i rifugiati, ed hanno così deciso di ricorrere per far valere le loro ragioni incardinando un ricorso contro l’Italia presso la CEDU, assistiti e coadiuvati dagli avvocati Anton Giulio Lana e Andrea Saccucci, dell’Unione forense per la tutela dei diritti umani.

Questa vicenda mette in luce  altresì a prescindere dalle implicazioni giuridiche, come la nostra nazione si trovi spesso schiacciata e sola, tra due aspetti della stessa questione non scindibili, il rispetto del principio del non refoulement, ovvero il divieto di respingimento dei migranti verso paesi dove possono subire trattamenti inumani e degradanti, e il contenimento e/o la sistemazione dell’enorme e crescente numero di persone provenienti dalle frontiere dei paesi del nord Africa.

In seguito, con  la sentenza del 23 febbraio 2012 resa in Grande Camera,  i giudici di Strasburgo hanno statuito all’unanimità che essendo stati i ricorrenti intercettati in mare dalle autorità italiane, erano pertanto sottoposti alla giurisdizione italiana, ai sensi e per gli effetti dell’articoli 1 della Convenzione. Tuttavia si è evidenziato, dall’ordito normativo nonchè dalle circostanze fattuali emerse nella ricostruzione dell’accadimento e cristallizzate nella pronuncia, una duplice violazione dell’articolo 3: i ricorrenti, poichè sono stati ricondotti contro la loro volontà in Libia, erano  materialmente esposti al rischio effettivo di subire maltrattamenti e di essere rimpatriati verso la Somalia e l’Eritrea, loro paesi d’origine, con i connessi pericoli per la loro vita e le ripercussioni socio-legislative.

Infine dal punto di vista procedurale si è accertata in merito alla condotta tenuta dalle Autorità italiane la violazione dell’articolo 4 del Protocollo n. 4 alla Convenzione, che vieta  in maniera espressa le “espulsioni collettive” nonché la violazione dell’articolo 13, rubricato “diritto ad un ricorso effettivo” combinato con gli articoli 3 della Convenzione e 4 del Protocollo n. 4.

L’art. 13 costituisce nello schema di protezioni della CEDU la “pietra angolare” del sistema, in quanto garantisce e in certi casi sollecita, l’esistenza nel diritto interno di ogni singolo stato aderente alla convenzione, di un ricorso che permetta di far valere i diritti e le libertà in essa contenuti e consacrati. Invero, tale norma non solo un carattere programmatico, bensì anche precettivo, dal momento che pretende per gli addebiti che si possano ritenere «difendibili» ai sensi della Convenzione e dei Protocolli, l’esistenza e la operatività di un ricorso interno che “abiliti” l’«istanza» nazionale a conoscere il contenuto dell’addebito e ad offrire un rimedio appropriato.

Gli Stati contraenti, tuttavia, pur beneficiando di un margine di discrezionalità nell’individuare i mezzi necessari per conformarsi alle obbligazioni che derivano da questa disposizione, hanno l’onere di rendere operativo tale meccanismo di difesa in concreto. 

Infatti, il ricorso deve essere « effettivo » in fatto come in diritto, ovvero il suo esercizio non deve essere ostacolato, in modo ingiustificato, da atti o omissioni delle autorità statali. In secondo luogo, l’« effettività» del ricorso, è altresì sganciata dall’esito favorevole per il ricorrente. Infine, l’insieme dei rimedi previsti dal diritto interno sono rispondenti alle condizioni stabilite dall’art. 13, anche se alcuno di essi, isolatamente considerato, non soddisfa interamente siffatte condizioni (arrêt Kudła, § 157).

L’art. 13 riproduce il “principio di sussidiarietà” che informa il sistema europeo di protezione dei diritti dell’uomo, e deve – in combinato disposto con l’art. 35 -applicarsi con una certa flessibilità. La finalità dell’art. 35 è quella di offrire agli Stati contraenti l’occasione di prevenire o di rimediare alla violazioni prima che siffatte violazioni siano fatte valere dinanzi agli organi della Convenzione (voir, par exemple, les arrêts Hentrich c. France du 22 septembre 1994, série A n° 296‑A, p. 18, § 33 ; Remli c. France du 23 avril 1996, Recueil 1996-II, p. 571, § 33).

Gli Stati non rispondono in tale meccanismo direttamente davanti ad un organismo internazionale  del loro agere, in quanto hanno la possibilità di rimediare nel loro ordinamento interno. Questa regola  presenta strette affinità operativa con l’art. 13, postulando che l’ordinamento interno offra un ricorso effettivo per la violazione riscontrata. 

Nondimeno, l’art. 35 della Convenzione prescrive soltanto l’esaurimento di ricorsi disponibili e adeguati. Siffatti ricorsi devono offrire un grado sufficiente di certezza non soltanto in teoria ma anche in pratica, altrimenti mancano dell’effettività e della accessibilità volute; incombe sullo Stato dimostrare che queste esigenze sono soddisfatte.

Nella vicenda in esame a pesare come un macigno non è solo la mancata predisposizione di rimedi interni ex art.13, ma sopratutto la violazione della disposizione più carica di significati sociali, quella che sanziona i trattamenti inumani e degradanti che i fatti descritti hanno messo in luce.

Fatte queste dovute considerazioni e approfondita la problematica sotto il profilo procedurale, alla luce delle norme della Convenzione dei diritti dell’uomo, posso affermare che ancora una volta in seno alla Corte di Strasburgo sono prevalsi i principi universali e informatori di quei diritti che costituiscono il “common core” del vivere civile, ma che troppo  restano spesso abbandonati a giochi di real-politik o ad incomprensibili equilibri geopolitici. Per quanto concerne invece il legislatore italiano, auspico che le bacchettate servano da monito per il futuro. Quando si pongono norme e prescrizioni su delicati problemi gli slanci populisiti e i tornaconti elettorali devono essere sterilizzati.


Ogni persona i cui diritti e le cui libertà riconosciuti nella presente Convenzione siano stati violati, ha diritto a u


Da circa due anni il mondo intero, dal continente americano a quello europeo nonchè alcune fasce dell’Asia, è alle prese con la più complessa e difficilmente gestibile crisi economico-finanziaria e sociale che la storia abbia mai conosciuto dal 1929.

Il filo comune che unisce i continenti è rappresentato dal debito sovrano, cioè l’esposizione debitoria che ogni nazione ha accumulato nel corso degli anni a causa di spese spesso inutili e sbagliate, dettate da clientelismo o cambiali elettorali, o derivanti da progetti faraonici e non ammortizzabili, non curanti delle elementari regole di bilancio.

I primi segnali della crisi si sono avvertiti negli Stati uniti con lo scandalo dei muti sub-prime ovvero titoli spazzatura che venivano confezionati dalle Banche d’affari e collocati nel mercatocon il placet scandaloso delle agenzie di rating, con elevate garanzie di rendimento ma che in realtà nascondevano rischiosi titoli finanziari. Scoppiato lo scandalo e diffusasi la crisi, il contagio si è steso anche in Europa colpendo dapprima la Grecia e in seguito gli altri paesi  considerati il “ventre molle” del mediterraneo tra i quali anche l’Italia che vengono definiti “oltremanica” con l’epiteto p.i.g.s.(Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna).

Difronte all’espandersi del debito greco le istituzione politico-monetarie europee e le singole nazioni coinvolte hanno cominciato a predisporre in maniera spesso improvvisata e scoordinata interventi di urgenza.

Per quanto riguarda l’Italia gli interventi non sono stati e non sono tuttora facili per  due ordini di motivi complementari e connessi:

1) in primo luogo la  mole e la struttura del suo debito pubblico;

2) in secondo luogo per il fattore tempo.

Rileggendo le cronache del tempo passato, possiamo infatti notare come l’esposizione debitoria italiana sia stata sempre crescente, nonostante già da tempo vi fossero le prime avvisaglie di crisi ampiamente sottovalutate già ai tempi dell’unificazione tedesca, nella convinzione che il nostro enorme debito fosse messo nella cassaforte europea e collettivizzato in cambio della rinuncia della nazione tedesca al Marco.

Nel corso degli anni la classe politica italiana ha sistematicamente aumentato le spese riguardanti il proprio fabbisogno (scuole, sanità, infrastrutture) spesso oltre la dovuta misura, rispondendo a logiche clientelari e dando vita a fenomeni corruttivi che sono finiti momentaneamente con lo scandalo di tangentopoli. Purtroppo la classe politica non ha mai smesso di assumere comportamenti non rispondenti alle esigenze pubbliche continuando a far lievitare le spese inutili e improduttive.

Per quanto riguarda il secondo fattore il tempo, lo sviluppo dei mercati e la globalizzazione hanno inciso profondamente sui meccanismi di valutazione dell’economie nazionali, con logiche e tempi lontani dagli ingessati  e burocrati meccanismi di un’Unione europea solo monetaria.

Mentre gli altri paesi tentavano però di porre freno all’indebitamento e ad invertire la rotta, il nostro paese era incurante dei richiami sia a livello europeo che a livello internazionale, che mettevano nitidamente in luce il pericolo di default cioè il rischio che la nazione fallisse per l’incapacità di pagare i debiti contratti.

Questi due fattori hanno creato una miscela esplosiva che è culminata con le dimissioni del governo di centro destra guidato da Silvio Berlusconi dopo un estenuante tira e molla e blocco del parlamento durato mesi, mentre la crisi si evolveva e il pericolo d’insolvenza si faceva sempre più marcato.

Giunti a questo momento si è reso necessario un cambio di rotta che ha portato all’insediamento del governo Monti composto da personalità di elevato spessore e riconosciuta esperienza a cui è stato affidato il difficile compito di porre un argine alle cause della crisi.

Il governo Monti è composto esclusivamente da personalità esterne alla politica. L’entourage di Monti ha fin da subito  messo in cantiere una serie di riforme strutturali che mirano a ridurre il divario, lo spread, tra il rendimento dei titoli del tesoro italiani e quelli tedeschi.

In secondo luogo ha cercato di mantenere alta l’inflazione per evitare che l’aumento del tasso d’interesse facesse aumentare a sua volta gli interessi che si pagano sul debito pubblico. Inoltre per ridurre ulteriormente la spesa pubblica ha deciso di riformare le pensioni una delle componenti  più elevate del debito pubblico assieme alle spese improduttive celate nei vari bilanci della P.A. In questi giorni si sta tentando altresì di riformare sia il mercato del lavoro sia di liberalizzare alcune settori dell’economia che vedono determinate categorie lucrare profitti spesso ingiusti.

Un’altra manovra fondamentale è stata quella di combattere l’evasione fiscale aumentando i controlli e irrigidendo le sanzioni. Purtroppo non vi sono solo rose e fiori: la manovra poiché è stata disegnata per una situazione di emergenza e in poche settimane va a colpire principalmente le classi che già in passato hanno subito il peso maggiore delle tasse, avendo pertanto effetti velatamente recessivi.

L’aumento della tassazione, il rincaro dei prezzi, l’aumento della disoccupazione,  l’aumento di vasti settori dell’economia, hanno ridotto il potere di acquisto delle famiglie nonchè la capacità dell’imprese di investire e di assumere bloccando la crescita del PIL (prodotto interno lordo). Quindi, oltre che economico il problema e gli effetti della manovra sono anche di carattere sociale.

La popolazione è sempre più sfiduciata poiché non conosce quando tale situazione di crisi finirà e con quali effetti. In questo scenario regna la confusione totale in Europa, dove Germania e Francia  costituiscono assieme al FMI-Fondo Monetario Internazionale- una “Troika”, decidendo di fatto come e quando arginare la crisi, con decisioni come nel caso Greco, draconiane e in qualche misura eccessivamente punitive per una nazione che da cinque anni è in recessione e che già ha attuato ben cinque tagli di Austerity!!

Fortunatamente dopo un periodo di isolamento anche l’Italia si è riaffacciata nella politica europea per far valere le sue ragioni e far sentire il suo peso essendo tra l’altro uno dei paesi fondatori del progetto europeo. La strada è ancora in salita nonostante lo spread sia sceso, e poichè spesso come un altalena va su e giù creando incertezza tra gli investitori. La fiducia che era stata lesa dal passato governo lentamente viene ricostruita, l’orgoglio italiano pian piano riemerge. L’Italia non è più vista come incapace di prendere decisioni, lacerata dall’interno da scandali e particolarismi.

Nonostante questi importanti passi ancora c’è molto da fare, in quanto le misure che arginano la crisi possono essere predisposte in tempi brevi,  ma diverso discorso è per la crescita economica che richiede provvedimenti e interventi di lungo periodo.

Si è evitato il rischio di default, lo spettro del fallimento è lontano, ma ancora non si è salvi.  Fino ad ora il governo ha ben operato, la popolazione anche se a fatica, ha compreso l’urgenza delle manovre, ma l’attesa non può durare troppo sono necessari interventi concreti che riportino lavoro e reddito.

Pochi mesi fa molti quotidiani stranieri pubblicavano vignette che parafrasavano un passo di Dante “lasciate ogni speranza a voi che entrate” con riferimento all’Italia: il vento è cambiato adesso tocca remare tutti insieme per portare fuori dalle acque tempestose la nave italiana, senza dimenticare Atene.

Invero un default di Atene costerebbe il collasso della struttura europea, e i cocci come schegge  colpirebbero anche nazioni come la Germania  che si sentono al riparo. Nel frattempo dopo le lacrime e sangue delle manovre bisogna guardare avanti. L’Italia non si è fatta in un solo giorno e nemmeno con pochi mesi si possono rimediare anni di errori ed egoismi. 


In questi ultimi decenni abbiamo assistito ad un fenomeno rivoluzionario ed inarrestabile, al quale ha contribuito in maniera determinate l’emersione e l’affermarsi del social networking, da facebook a twitter, che da un lato hanno nel bene e nel male riscritto la grammatica della politica, dall’altro, hanno ampliato le forme e le modalità di partecipazione. Questo fenomeno, per certi versi silenzioso ma sostanziale consiste in un ampliamento del ruolo di “cane da guardia della democrazia”, prima esclusivo appannaggio della stampa.

Ma ci sono solo lati positivi o anche ombre nel dilatarsi di questo ruolo? Un primo dato, senza ombra di smentite e che ogni qualvolta si incrementi la partecipazione verso il controllo della cosa pubblica, possiamo essere soddisfatti in quanto gli anticorpi democratici hanno funzionato. Ripercorrendo a ritroso il cammino l’inizio di questa voglia di controllo e partecipazione ha la sua forma embrionale nell’agorà greco, nella piazza, come luogo fisico e anche ideale, nel quale passioni e slanci si coniugavano con le problematiche e anche con le possibili soluzioni, in una interazione continua nella quale la trasparenza e la partecipazione erano la garanzia essenziale.

Era il confronto tra gli stessi cittadini a garantire un controllo, fatto di azioni e reazioni, capace di mantenere elevato il livello di attenzione. Ed è sempre nella piazza anche in epoca romana, con il meccanismo del plebiscito, seppur con le sue criticità strutturali, che si cristallizzava il momento decisionale ma anche politico di bilanciamento e controllo delle decisioni prese con legge in senso proprio. In seguito, tale modello ha subito un mutamento, stante l’impossibilità sotto la crescita della popolazione a garantire una partecipazione effettiva al processo decisionale, scindendo il demos, il popolo, la partecipazione, e il kratos, il potere di decidere, e quindi momento decisionale e il momento del controllo, il cui approdo sarebbe stato la nascita delle forme di governo, il cui paradigma  migliore è rappresentato dal modello parlamentare con l’affermarsi dei sistemi elettorali capaci di garantire quella reductio ad unum della collettività tramite il voto.

Orbene, in tale cornice un ruolo sempre maggiore è stato occupato dalla stampa, vero guardiano e strenue difensore degli assetti e dei diritti dei cittadini, divenendo uno dei fondamenti essenziali di una società sia dal punto di vista funzionale per le informazioni o le idee che è stata capace di veicolare, ma altresì proprio e specialmente per quella attitudine ad essere per sua natura sganciata dai meccanismi di decisione che le permettono di abbaiare forte e anche di mordere ogniqualvota ad essere minacciati sono fondamentali diritti della società.

Questo è il ruolo  imprescindibile che la stampa ha saputo svolgere, e che deve continuare a svolgere, in una società democratica, secondo una formula “cane da guardia” che è stata coniata ed utilizzata, con lessico anglosassone, dalla Corte europea dei diritti dell’uomo -CEDU- in svariate pronuce.

Ma tale ruolo, con le innovazioni tecnologiche non si è fossilizzato in uno schema rigido, anzi, ha assunto connotazioni e sfumature nuove, ampliando gli attori che contribuiscono a svolgere tale munus. Ne è una riprova l’attenzione per certi versi spasmodica riservata nelle tornate elettorali ai social network, nella loro veste di “influencer” dell’esito elettorale ma anche  di “guardiano”,  per la loro capacità di sbeffeggiare e rivelare le bugie e i trucchi spesso propinati ad hoc dalla classe politica. Apripista di questa stagione è stato fin dal 2003 Alastair Campbell, spin doctor del governo Blair, che intuì che a dettare le priorità dell’agenda politica non erano più la tradizionale carta stampata e le tv, e secondariamente che a decidere gli equilibri dell’esito elettorale e a RI-equilibrare e monitorare i comportamenti dei politici potesse contribuire in  buona misura anche il fenomeno dei Social Media.

Poi segui l’ascesa trionfale del Presidente degli USA Barack Obama, alla cui vittoria ha contribuito notevolmente il social faceebook, che però ora si vede bacchettato quasi per contrappasso, proprio dai suoi elettori vigili controllori e critici spietati delle sue decisioni. Se è vero che tale fenomeno a contribuito a implementare il “crowdsourcing”, ovvero la metodologia di collaborazione con la quale si coglie e stimola la collaborazione dalla rete, anche mediante nuove forme di controllo, ci si interroga però sulla qualità di tale controllo.

Non può nascondersi la circostanza che la volatilità e mutevolezza delle opinioni, il ciarliero twittare, la leggerezza e superficialità con i quali a volte si esprimono vere e proprie sentenze, il loro livore e la contraddittorietà logica delle argomentazioni, rendono il social networking una sorta di “nightclub anonimo e caotico”, come ci testimonia Gregor Poynton, direttore della web agency che ha ideato la campagna elettorale di Obama o peggio un’arena in cui sfiancare e demonizzare l’altro in virtù di un pretestuoso animus vigilandi.

Il ruolo di “cane da guardia della democrazia”, richiede non solo vivacità e vigore, ma anche e sopratutto equilibrio, trasparenza, e neutralità rispetto alle problematiche e ai valori che si devono difendere o sostenere.

Per queste ragioni è auspicabile che tale ruolo di vigile e rigido controllore non sia di esclusivo appannaggio nè della stampa nè dei social network, e che entrambi in un mutuo dialogo, riconoscimento e collaborazione snidino ed espungano quegli elementi di incertezza e confusione che toglierebbero credibilità al “sistema di controllo” nel suo insieme. Questo perchè c’è bisogno di un vero e proprio “sistema”, del quale sicuramente potranno fare parte i social network e la nuova ed emergente social politik.

Lets twitt…


Negli ultimi quindici anni, il procedimento di maturazione e formazione delle scelte pubbliche ha subito un vigoroso ed inarrestabile mutamento, sotto la duplice spinta di due fattori concomitanti e complementari: da un lato i naturali sviluppi storico-sociali, dall’altro l’affermarsi del ruolo delle tecnologie nella vita  pubblica e/o politica e quindi l’emergere della wikicrazia.

Da questa premessa si evince quindi che l’interazione classica dei componenti del famoso quadrato decisionale – P.A, opinione pubblica, gruppi di intermediazione, decisione politica – da cui promana la decisione in materia pubblica non è più unidirezionale, come le fasi che la precedono, ora arricchite da nuovi attori e modalità di tessitura dell’ordito decisionale

Si registra pertanto un ridimensionamento netto non del ruolo ma del peso della mediazione tecnica e politica tra le varie istanze dei gruppi di interesse, non più esclusivo filtro e concertatore di interessi contrapposti e spesso divergenti, in quanto tale funzione è erosa dall’affermarsi di corpi intermedi spesso non istituzionalizzati quali movimenti o semplici think tank, a cui il legislatore deve comunque dare risposte.

Il processo decisionale e  per tale via anche l’iter dei lavori, devono quindi alla luce di tali mutamenti confrontarsi con svariati interlocutori, dai media, agli influencer, al popolo di internet, alle organizzazioni non governative, agli enti locali, nonchè alle lobbyies.

L’arena decisionale non solo si amplia, ma diventa più complessa, competitiva. Una prima causa di tale evoluzione è rappresentata dalla “disintermediazione” della società, che ha causato in primis la moltiplicazione degli attori, sia dal punto di vista dei gruppi di interesse che chiedono di partecipare alla decisione, sia per quanto riguarda quelle maggioranze silenziose che svolgono un ruolo di guardiano mediante il controllo,  ma anche con il semplice suggerimento e la divulgazione delle informazioni.

Emerge così in maniera evidente la crisi di influenza del gruppo di interesse inteso in senso classico rispetto al passato, nonchè l’erosione e il ridimensionamento di del ruolo di mediatore e filtro delle istanze prima esclusivo appannaggio della politica. In questo spazio quindi si sono inserite organizzazioni o gruppi che hanno svolto attivamente un ruolo di difesa e in certi casi di promozione di interessi, anche ridisegnadone il perimetro: esse sono  ascrivibili e classificabili principalmente in due categorie, l’advocacy e il lobbying.

L’attività di “advocacy” consiste nello sviluppare una serie, coordinata e strategicamente funzionale di azioni di comunicazione per promuovere, consolidare o difendere un interesse – istituzionalmente rilevante–di un’organizzazione complessa. Garantendo così presso tutti i pubblici poteri di riferimento, direttamente o attraverso altri soggetti attivi del processo, un flusso informativo costante, congruente e favorevole al gruppo di interesse, si riesce ad accrescere la c.d. issue salience e ad aumentare la propria capacità di incidere sulle decisioni pubbliche.

Per «advocacy»  nello specifico si intendono indicare tutte quelle le organizzazioni che operano per la tutela e la promozione dei diritti, mutuando un vocabolo inglese – che letteralmente può essere tradotto con avvocatura, appoggio, patrocinio, arringa; il motivo della scelta di tale termine si giustifica con l’assenza di un sostantivo equivalente che indicasse l’insieme di azioni con cui un soggetto collettivo sostiene attivamente e fattivamente un interesse, in ambito giudiziario ma anche politico. Tuttavia, l’elemento più importante che lo differenzia nettamente dall’attività di lobbying sta non solo nella mission, con cui presenta punti di contatto, ma sopratutto nelle ricadute pratiche, posto che l’agere di soggetti collettivi, porta vantaggio anche a terzi che non necessariamente ne fanno parte.

Per quanto attiene alle modalità, l’advocacy si snoda con azioni di difesa e di promozione dei diritti collettivi, con maggior propensione per le fasce più deboli della popolazione, tramite il lavoro di associazioni e organizzazioni non governative (ONG).  Ne è una riprova di tale attitudine la circostanza squisitamente lessicale che gli spagnoli traducono il termine advocacy con incidencia o incidencia política,  sottolineando quindi la capacità di incidere sulla concreta attuazione delle politiche nazionali e anche internazionali , sia con l’esperimento di azioni a carattere preventivo – evitando le violazioni della legge e dei diritti – sia a carattere  reattivo-garantendo il rispetto dei diritti di coloro che ne sono privati.

Orbene, sulla scorta di quanto premesso può senza ombra di dubbio affermarsi che la pratica dell’advocacy si sostanzia in un concreto e per certi versi necessario corollario di cittadinanza attiva e responsabile, poichè permette a quei gruppi che subiscono o lamentano ingiustizia ed emarginazione di accedere al dibattito pubblico e porre in luce nei circuiti decisionali, tematiche ed interessi spesso relegati ai margini del dibattito politico.

Tuttavia, parallelamente a tale nobile attività si è evoluta ed affinata anche l’attività indirizzata al cambiamento politico,  mediante la pressione e l’orientamento delle decisioni degli attori istituzioanli, cioè  il lobbying; con tale vocabolo si indica l’azione sostenuta da determinati gruppi di interesse o pressione al fine di influenzare, contrastare o sostenere provvedimenti legislativi e normativi o specifiche politiche pubbliche (cfr TINTORI C., «Lobby», in Aggiornamenti Sociali, 4 [2009] 303-306). 

Ma tali termini anche se spesso utilizzati come sinonimi, rappresentano due fenomeni con profonde differenze pratiche e di fondo: invero, l’advocacy si sostanzia nella promozione e difesa di principi, mentre la mission del lobbying sta nell’esercitare pressione per promuovere e difendere interessi, prevalentemente di natura economica. Ragion per cui, l’elemento dirimente dell’azione di advocacy  da quella di Lobbying è assai spesso  nella disinteressata difesa di terzi esterni al soggetto promotore.

Un altro elemento di distinzione discende dal fatto che l’attività di lobbying è rivolta direttamente ai detentori del potere (membri del Governo, parlamentari, funzionari e dirigenti pubblici) e si propone di influenzarne le decisioni. L’advocacy, invece, ha uno spettro di azione più ampio e comprende l’insieme delle attività che permettono la difesa e la promozione di valori e diritti, con una spiccata attenzione per la sensibilizzazione e la mobilitazione dell’opinione pubblica, cioè per il mutamento culturale e la crescita della coscienza civile e sociale.  

In questo quadro si registra come spesso le evoluzioni sociali abbiano preceduto quelle istituzionali. All’emergere ed affermarsi di tali fenomeni purtroppo tranne che in alcuni casi, si sconta il ritardo ordinamentale a recepire tali mutamenti e a provvedere a ridisegnare l’architettura istituzionale. Purtroppo non governare tale fenomeno potrebbe avere due effetti deleteri per la credibilità del sistema sociale e per il corretto funzionamento del sistema democratico, per due ragioni: il primo rischio è rappresentato dal fatto che per accontentare sic et sempliciter tali gruppi di pressione si prendano decisioni si di matrice pubblica, ma con carattere e contenuto settoriale e particolaristico che cozzano con una mediazione e bilanciamento di interessi contrapposti che costituisce il sale della democrazia e il compito assegnato dal contratto sociale allo Stato. In secondo luogo, il rischio opposto, è quello di rinchiudersi nella torre di avorio da parte del potere politico, non ascoltando o incanalando tali attori, con conseguente frattura e sfiducia con la società.  

La metamorfosi è ormai in atto, il fenomeno è in espansione ed emerge icto oculi l’incapacità dell’attuale processo decisionale pubblico, lento, farraginoso, a tratti schizzofrenico, come le vicende economiche di questi mesi hanno messo a nudo, a prendere decisioni rapide ed efficaci; in sintesi si mostra inadatto a recepire e rappresentare le molteplici istanze che emergono da un substrato sociale sempre più variegato e complesso e a tradurle in decisioni concretamente efficaci. Queste sono quindi le incognite di un’equazione da cui dipenderà forse la qualità del futuro ordinamento sociale.

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