C’era da aspettarselo! Già serpeggiava il risultato di tale verdetto tra gli addetti ai lavori nonchè tra gli osservatori internazionali, analizzando il pacchetto di norme pasticciate che erano stata redatte sotto la spinta dell’ala oltranzista della Lega, noncurante dei più basilari principi in materia di immigrazione e dei diritti umani vigenti. Così come in passato, anche questa volta con il suo prezioso lavoro di ermeneutica la Grand Chamber di Strasburgo, ha ristabilito la legalità sostanziale.

Il caso Hirsi e altri contro Italia, incardinato presso la Corte europea dei diritti dell’uomo, concerne la prima operazione di respingimento collettivo che ha avuto luogo il 6 maggio 2009, in prossimità delle coste italiane per la precisione 35 miglia a sud di Lampedusa,  quindi in “acque internazionali”.

Orbene, in tale data le autorità italiane hanno dapprima intercettato come da protocollo una delle tante carrette della speranza con a bordo circa 200 rifugiati delle più disparate nazionalità del corno d’Africa, somali ed eritrei, tra cui  molti bambini e donne in evidente stato di gravidanza.  In seguito però tali migranti sono stati  si presi a bordo da una imbarcazione italiana, ma respinti a Tripoli e riconsegnati, contro la loro volontà, alle autorità libiche.

La gravità dell’azione non sta sic et simpliciter nella opinabile e seppur criticabile ratio del respingimento, avendo gli Stati in conformità con la cornice legislativa europea ed internazionale, margini seppur risicati di discrezionalità nella scelta degli strumenti da adottare.  La ingiustificabilità e superficialità di tale azione va ricercata bensì nelle modalità con cui si è attuato tale respingimento: invero, il respingimento è avvenuto senza che i migranti intercettati fossero in primis identificati, ascoltati e/o preventivamente informati sulla loro reale destinazione, in palese violazione di principi e norme a carattere cogente in tutto il mondo.

Il contesto che ci troviamo ad affrontare, per un corretto inquadramento delle problematiche sottese e per la ricerca delle possibili strade percorribili, ci impone tuttavia di approfondire preliminarmente il concetto del refoulement e delle sue fonti: tale principio costituisce il caposaldo e il perno della protezione internazionale dei rifugiati, e si trova cristallizzato nell’art. 33 della Convenzione  di Ginevra del 1951, vincolante anche per gli Stati parte del Protocollo del 1967, e nello specifico sancisce che:Nessuno Stato contraente potrà espellere o respingere (“refouler”) – in nessun modo – un rifugiato verso le frontiere dei luoghi ove la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a causa della sua razza, religione, nazionalità, appartenenza ad una determinata categoria sociale o delle sue opinioni politiche”.

Dall’istruttoria condotta infatti emerge che i migranti credevano di essere diretti verso le coste italiane.  Dopo tale accadimento all’incirca 11 cittadini di nazionalità  somala, e 13 cittadini eritrei, sono stati individuati in Libia dal Consiglio italiano per i rifugiati, ed hanno così deciso di ricorrere per far valere le loro ragioni incardinando un ricorso contro l’Italia presso la CEDU, assistiti e coadiuvati dagli avvocati Anton Giulio Lana e Andrea Saccucci, dell’Unione forense per la tutela dei diritti umani.

Questa vicenda mette in luce  altresì a prescindere dalle implicazioni giuridiche, come la nostra nazione si trovi spesso schiacciata e sola, tra due aspetti della stessa questione non scindibili, il rispetto del principio del non refoulement, ovvero il divieto di respingimento dei migranti verso paesi dove possono subire trattamenti inumani e degradanti, e il contenimento e/o la sistemazione dell’enorme e crescente numero di persone provenienti dalle frontiere dei paesi del nord Africa.

In seguito, con  la sentenza del 23 febbraio 2012 resa in Grande Camera,  i giudici di Strasburgo hanno statuito all’unanimità che essendo stati i ricorrenti intercettati in mare dalle autorità italiane, erano pertanto sottoposti alla giurisdizione italiana, ai sensi e per gli effetti dell’articoli 1 della Convenzione. Tuttavia si è evidenziato, dall’ordito normativo nonchè dalle circostanze fattuali emerse nella ricostruzione dell’accadimento e cristallizzate nella pronuncia, una duplice violazione dell’articolo 3: i ricorrenti, poichè sono stati ricondotti contro la loro volontà in Libia, erano  materialmente esposti al rischio effettivo di subire maltrattamenti e di essere rimpatriati verso la Somalia e l’Eritrea, loro paesi d’origine, con i connessi pericoli per la loro vita e le ripercussioni socio-legislative.

Infine dal punto di vista procedurale si è accertata in merito alla condotta tenuta dalle Autorità italiane la violazione dell’articolo 4 del Protocollo n. 4 alla Convenzione, che vieta  in maniera espressa le “espulsioni collettive” nonché la violazione dell’articolo 13, rubricato “diritto ad un ricorso effettivo” combinato con gli articoli 3 della Convenzione e 4 del Protocollo n. 4.

L’art. 13 costituisce nello schema di protezioni della CEDU la “pietra angolare” del sistema, in quanto garantisce e in certi casi sollecita, l’esistenza nel diritto interno di ogni singolo stato aderente alla convenzione, di un ricorso che permetta di far valere i diritti e le libertà in essa contenuti e consacrati. Invero, tale norma non solo un carattere programmatico, bensì anche precettivo, dal momento che pretende per gli addebiti che si possano ritenere «difendibili» ai sensi della Convenzione e dei Protocolli, l’esistenza e la operatività di un ricorso interno che “abiliti” l’«istanza» nazionale a conoscere il contenuto dell’addebito e ad offrire un rimedio appropriato.

Gli Stati contraenti, tuttavia, pur beneficiando di un margine di discrezionalità nell’individuare i mezzi necessari per conformarsi alle obbligazioni che derivano da questa disposizione, hanno l’onere di rendere operativo tale meccanismo di difesa in concreto. 

Infatti, il ricorso deve essere « effettivo » in fatto come in diritto, ovvero il suo esercizio non deve essere ostacolato, in modo ingiustificato, da atti o omissioni delle autorità statali. In secondo luogo, l’« effettività» del ricorso, è altresì sganciata dall’esito favorevole per il ricorrente. Infine, l’insieme dei rimedi previsti dal diritto interno sono rispondenti alle condizioni stabilite dall’art. 13, anche se alcuno di essi, isolatamente considerato, non soddisfa interamente siffatte condizioni (arrêt Kudła, § 157).

L’art. 13 riproduce il “principio di sussidiarietà” che informa il sistema europeo di protezione dei diritti dell’uomo, e deve – in combinato disposto con l’art. 35 -applicarsi con una certa flessibilità. La finalità dell’art. 35 è quella di offrire agli Stati contraenti l’occasione di prevenire o di rimediare alla violazioni prima che siffatte violazioni siano fatte valere dinanzi agli organi della Convenzione (voir, par exemple, les arrêts Hentrich c. France du 22 septembre 1994, série A n° 296‑A, p. 18, § 33 ; Remli c. France du 23 avril 1996, Recueil 1996-II, p. 571, § 33).

Gli Stati non rispondono in tale meccanismo direttamente davanti ad un organismo internazionale  del loro agere, in quanto hanno la possibilità di rimediare nel loro ordinamento interno. Questa regola  presenta strette affinità operativa con l’art. 13, postulando che l’ordinamento interno offra un ricorso effettivo per la violazione riscontrata. 

Nondimeno, l’art. 35 della Convenzione prescrive soltanto l’esaurimento di ricorsi disponibili e adeguati. Siffatti ricorsi devono offrire un grado sufficiente di certezza non soltanto in teoria ma anche in pratica, altrimenti mancano dell’effettività e della accessibilità volute; incombe sullo Stato dimostrare che queste esigenze sono soddisfatte.

Nella vicenda in esame a pesare come un macigno non è solo la mancata predisposizione di rimedi interni ex art.13, ma sopratutto la violazione della disposizione più carica di significati sociali, quella che sanziona i trattamenti inumani e degradanti che i fatti descritti hanno messo in luce.

Fatte queste dovute considerazioni e approfondita la problematica sotto il profilo procedurale, alla luce delle norme della Convenzione dei diritti dell’uomo, posso affermare che ancora una volta in seno alla Corte di Strasburgo sono prevalsi i principi universali e informatori di quei diritti che costituiscono il “common core” del vivere civile, ma che troppo  restano spesso abbandonati a giochi di real-politik o ad incomprensibili equilibri geopolitici. Per quanto concerne invece il legislatore italiano, auspico che le bacchettate servano da monito per il futuro. Quando si pongono norme e prescrizioni su delicati problemi gli slanci populisiti e i tornaconti elettorali devono essere sterilizzati.


Ogni persona i cui diritti e le cui libertà riconosciuti nella presente Convenzione siano stati violati, ha diritto a u


Da circa due anni il mondo intero, dal continente americano a quello europeo nonchè alcune fasce dell’Asia, è alle prese con la più complessa e difficilmente gestibile crisi economico-finanziaria e sociale che la storia abbia mai conosciuto dal 1929.

Il filo comune che unisce i continenti è rappresentato dal debito sovrano, cioè l’esposizione debitoria che ogni nazione ha accumulato nel corso degli anni a causa di spese spesso inutili e sbagliate, dettate da clientelismo o cambiali elettorali, o derivanti da progetti faraonici e non ammortizzabili, non curanti delle elementari regole di bilancio.

I primi segnali della crisi si sono avvertiti negli Stati uniti con lo scandalo dei muti sub-prime ovvero titoli spazzatura che venivano confezionati dalle Banche d’affari e collocati nel mercatocon il placet scandaloso delle agenzie di rating, con elevate garanzie di rendimento ma che in realtà nascondevano rischiosi titoli finanziari. Scoppiato lo scandalo e diffusasi la crisi, il contagio si è steso anche in Europa colpendo dapprima la Grecia e in seguito gli altri paesi  considerati il “ventre molle” del mediterraneo tra i quali anche l’Italia che vengono definiti “oltremanica” con l’epiteto p.i.g.s.(Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna).

Difronte all’espandersi del debito greco le istituzione politico-monetarie europee e le singole nazioni coinvolte hanno cominciato a predisporre in maniera spesso improvvisata e scoordinata interventi di urgenza.

Per quanto riguarda l’Italia gli interventi non sono stati e non sono tuttora facili per  due ordini di motivi complementari e connessi:

1) in primo luogo la  mole e la struttura del suo debito pubblico;

2) in secondo luogo per il fattore tempo.

Rileggendo le cronache del tempo passato, possiamo infatti notare come l’esposizione debitoria italiana sia stata sempre crescente, nonostante già da tempo vi fossero le prime avvisaglie di crisi ampiamente sottovalutate già ai tempi dell’unificazione tedesca, nella convinzione che il nostro enorme debito fosse messo nella cassaforte europea e collettivizzato in cambio della rinuncia della nazione tedesca al Marco.

Nel corso degli anni la classe politica italiana ha sistematicamente aumentato le spese riguardanti il proprio fabbisogno (scuole, sanità, infrastrutture) spesso oltre la dovuta misura, rispondendo a logiche clientelari e dando vita a fenomeni corruttivi che sono finiti momentaneamente con lo scandalo di tangentopoli. Purtroppo la classe politica non ha mai smesso di assumere comportamenti non rispondenti alle esigenze pubbliche continuando a far lievitare le spese inutili e improduttive.

Per quanto riguarda il secondo fattore il tempo, lo sviluppo dei mercati e la globalizzazione hanno inciso profondamente sui meccanismi di valutazione dell’economie nazionali, con logiche e tempi lontani dagli ingessati  e burocrati meccanismi di un’Unione europea solo monetaria.

Mentre gli altri paesi tentavano però di porre freno all’indebitamento e ad invertire la rotta, il nostro paese era incurante dei richiami sia a livello europeo che a livello internazionale, che mettevano nitidamente in luce il pericolo di default cioè il rischio che la nazione fallisse per l’incapacità di pagare i debiti contratti.

Questi due fattori hanno creato una miscela esplosiva che è culminata con le dimissioni del governo di centro destra guidato da Silvio Berlusconi dopo un estenuante tira e molla e blocco del parlamento durato mesi, mentre la crisi si evolveva e il pericolo d’insolvenza si faceva sempre più marcato.

Giunti a questo momento si è reso necessario un cambio di rotta che ha portato all’insediamento del governo Monti composto da personalità di elevato spessore e riconosciuta esperienza a cui è stato affidato il difficile compito di porre un argine alle cause della crisi.

Il governo Monti è composto esclusivamente da personalità esterne alla politica. L’entourage di Monti ha fin da subito  messo in cantiere una serie di riforme strutturali che mirano a ridurre il divario, lo spread, tra il rendimento dei titoli del tesoro italiani e quelli tedeschi.

In secondo luogo ha cercato di mantenere alta l’inflazione per evitare che l’aumento del tasso d’interesse facesse aumentare a sua volta gli interessi che si pagano sul debito pubblico. Inoltre per ridurre ulteriormente la spesa pubblica ha deciso di riformare le pensioni una delle componenti  più elevate del debito pubblico assieme alle spese improduttive celate nei vari bilanci della P.A. In questi giorni si sta tentando altresì di riformare sia il mercato del lavoro sia di liberalizzare alcune settori dell’economia che vedono determinate categorie lucrare profitti spesso ingiusti.

Un’altra manovra fondamentale è stata quella di combattere l’evasione fiscale aumentando i controlli e irrigidendo le sanzioni. Purtroppo non vi sono solo rose e fiori: la manovra poiché è stata disegnata per una situazione di emergenza e in poche settimane va a colpire principalmente le classi che già in passato hanno subito il peso maggiore delle tasse, avendo pertanto effetti velatamente recessivi.

L’aumento della tassazione, il rincaro dei prezzi, l’aumento della disoccupazione,  l’aumento di vasti settori dell’economia, hanno ridotto il potere di acquisto delle famiglie nonchè la capacità dell’imprese di investire e di assumere bloccando la crescita del PIL (prodotto interno lordo). Quindi, oltre che economico il problema e gli effetti della manovra sono anche di carattere sociale.

La popolazione è sempre più sfiduciata poiché non conosce quando tale situazione di crisi finirà e con quali effetti. In questo scenario regna la confusione totale in Europa, dove Germania e Francia  costituiscono assieme al FMI-Fondo Monetario Internazionale- una “Troika”, decidendo di fatto come e quando arginare la crisi, con decisioni come nel caso Greco, draconiane e in qualche misura eccessivamente punitive per una nazione che da cinque anni è in recessione e che già ha attuato ben cinque tagli di Austerity!!

Fortunatamente dopo un periodo di isolamento anche l’Italia si è riaffacciata nella politica europea per far valere le sue ragioni e far sentire il suo peso essendo tra l’altro uno dei paesi fondatori del progetto europeo. La strada è ancora in salita nonostante lo spread sia sceso, e poichè spesso come un altalena va su e giù creando incertezza tra gli investitori. La fiducia che era stata lesa dal passato governo lentamente viene ricostruita, l’orgoglio italiano pian piano riemerge. L’Italia non è più vista come incapace di prendere decisioni, lacerata dall’interno da scandali e particolarismi.

Nonostante questi importanti passi ancora c’è molto da fare, in quanto le misure che arginano la crisi possono essere predisposte in tempi brevi,  ma diverso discorso è per la crescita economica che richiede provvedimenti e interventi di lungo periodo.

Si è evitato il rischio di default, lo spettro del fallimento è lontano, ma ancora non si è salvi.  Fino ad ora il governo ha ben operato, la popolazione anche se a fatica, ha compreso l’urgenza delle manovre, ma l’attesa non può durare troppo sono necessari interventi concreti che riportino lavoro e reddito.

Pochi mesi fa molti quotidiani stranieri pubblicavano vignette che parafrasavano un passo di Dante “lasciate ogni speranza a voi che entrate” con riferimento all’Italia: il vento è cambiato adesso tocca remare tutti insieme per portare fuori dalle acque tempestose la nave italiana, senza dimenticare Atene.

Invero un default di Atene costerebbe il collasso della struttura europea, e i cocci come schegge  colpirebbero anche nazioni come la Germania  che si sentono al riparo. Nel frattempo dopo le lacrime e sangue delle manovre bisogna guardare avanti. L’Italia non si è fatta in un solo giorno e nemmeno con pochi mesi si possono rimediare anni di errori ed egoismi. 


Come ci mostra la storia del più grande impero, quello romano, raramente gli imperi collassano per cause esterne, spesso sono le cause di matrice endogena, come ad esempio il forte dissenso e il mancato riconoscimento nell’autorità sovrana, ad accellerare la maturazione di quei virus che sgretolano lentamente le fondamenta del vivere sociale.

Questa discrasia è stata colta anche dall’autorevole commentatore Daniel Gros; i famosi corsi e ricorsi storici di “vichiana” memoria sembrano aderire perfettamente alla odierna crisi europea, crisi non solo economica, anche se l’accento è calcato sugli indicatori economici, ma anche e sopratutto istituzionale e di leadership, da cui dipendono le sorti di un’utopia e di un progetto di vita che le macerie del conflitto mondiale hanno accellerato. Perchè allora dovremmo stare moderatamente tranquilli, mentre i media ci bombardano quotidianamente con allarmismi di vario genere?

Se guardiamo solo agli indicatori macroeconomici infatti, la situazione è si cupa, ma i toni di drammaticità non dicono tutto il vero:  in primis, la bilancia delle partite correnti  è sostanzialmente in equilibrio, in considerazione del fatto che vi sono risorse per correggere i disastrati conti pubblici.  Infatti l’Eurozona a confronto con altre nazioni, come gli Stati Uniti o il Regno Unito, non presenta deficit esterni elevati, che necessitano di continui ed ingenti flussi monetari. Secondariamente, sempre in raffronto con gli Usa, dal punto di vista del deficit fiscale, la cifra è nettamente inferiore, 4% del PIL se comparato con il 10% statunitense. La svalutazione della moneta inoltre, indicatore e campanello di allarme da non sottovalutare, è un fenomeno del tutto estraneo al circuito europeo.

Il tasso di inflazione altresì è più basso rispetto alle due sorelle anglosassoni, in quanto in prospettiva le richieste salariali saranno contenute, ragion per cui la BCE non dovrà aprire troppo i cordoni della propria borsa per colmare i deficit, che si assottiglieranno alla luce delle misure restrittive in attuazione.  Ma allora il problema dove si annida e nasconde? Semplicemente è la crisi di fiducia e la riluttanza degli investitori del nord europa, di coloro cioè che detengono un eccesso di risparmio necessario per rifinanziare i deficit a costituire una variabile difficilmente gestibile.

A questi aspetti di matrice prettamente economica si intreccia un insoluto problema di carattere istituzionale-sociale che rischia di mandare in frantumi l’utopia di Ventotene, che Spinelli e Rossi avevano tenacemente e parzialmente disegnato proiettando nelle menti di milioni di cittadini europei un sogno ed una speranza sotto la forma di un necessario ed improcastinabile approdo delle democrazie europee. Era ed è sopratutto urgente vincere i particolarismi e andare oltre il perimetro della sovranità nazionale, cogliendone i benefici ma anche collettivizzandone pesi e responsabilità. Il tutto in una cornice che vede un’armonizzazione giuridica, ancora in fieri e in ritardo, e fiscale, alla cui realizzazione hanno impresso velocità e consistenza le vicende della crisi.

Tuttavia, nonostante siano evidenti i pericoli e la drammaticità del fattore tempo, latitante e spesso assente è uno dei convitati fondamentali: la politica con la sua attività di policy making. Dopo la trasformazione, o crollo e declino delle varie ideologie, ci si sarebbe aspettato uno scatto di orgoglio, la volontà e la tenacia di gestire la transizione verso migliori lidi da parte dei fondatori e non del club europeo. Invece, le cronache ci mostrano marcie indietro, giravolte e bizantinismi che allontanano le soluzioni e aggravano la malattia. Purtroppo, mentre misure fiscali possono anche essere predisposte in tempi più o meno ragionevoli, discorso diverso è per la formazione e la maturazione di una classe dirigente di livello e spessore, che tali misure dovrebbe applicare. “Politica progettuale”, capace di superare quella sovranità nazionale che Luigi Einaudi lucidamente annoverava fra i possibili virus destabilizzanti dell’utopia pragmatica cristallizzata nel “manifesto”.

Di quelle pietre angolari necessarie per costruire l’edificio europeo la più elaborata e lavorata sembra sia solo quella dell’Unione monetaria, mentre tutti gli strumenti necessari a renderla operativa sembrano ostaggio di accordi di stampo nazionale da parte dei potenti detentori del risparmio. Allora, fatte queste dovute premesse, cosa o chi avrà la forza e la legittimazione per rinvigorire lo spirito di Ventotene e salvare l’impero dai suoi tarli interni? Saprà la buona politica convincere le riluttanze delle nazioni del nord Europa a farsi carico per la realizzazione di un progetto comune dei pesi che questo comporta?

Policy makers di tutto il continente, se ci siete battete un colpo.


DOPO SETTE ANNI DALLA SUA EMANAZIONE, ALLA DIRETTIVA MIFID (Markets in Financial Instruments Directive, la N. 2004/39/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio del 21 aprile 2004), VIENE FATTO UN SOSTANZIOSO RESTYLING!

In questo clima economico così agitato e politicamente incerto, nel quale ogni giorno emerge spesso l’impotenza e la stanchezza degli operatori economici e degli attori politici a contrastare un declino che pare avvitarsi sempre più in se stesso, senza far sperare in vie d’uscite o miglioramenti, una forte presa di coscienza di alcuni errori nelle liberalizzazioni, una revisione nelle modalità di scambio degli strumenti finanziari, apparivano necessarie ed improcastinabili.

Per dare risposta a queste sollecitazioni la Commissione europea ha predisposto una nuova bozza di regolamento finalizzata ad incrementare in primis la trasparenza dei mercati finanziari,  in secondo luogo a diminuire i rischi nel settore della “regolamentazione”, ovvero i coni d’ombra e le zone franche che spesso avvolgono molte transazioni, nello specifico quelle relative ai derivati e le operazioni “over the counter”.

Ma l’aspetto più incisivo è la previsione di cambiamenti nel sistema delle Sanzioni, nello specifico nel settore penale, armonizzando reati come “l’insider trading” e “la manipolazione dei mercati”, con la previsione di irrogazione di pene detentive per tutti i paesi membri. Invero, accanto al reato di insider trading, già previsto nella legislazione Italiana, sarà previsto il reato di “tentata manipolazione del mercato”, al fine di porre un freno a quella distorsione nella formazione dei prezzi, naturale conseguenza degli scambi automatizzati.

Il principio cardine che ha fatto da filo rosso alla suddetta riforma è riassunto nelle parole del Commissario al Mercato interno Michel Barnier, sostenitore in prima linea del rafforzamento della MIFID:” riportiamo la morale là dove è sparita!”.

Per addivenire a tali risultati, i campi di lavoro e di intervento sono stati due: da un lato, gli abusi di mercato (direttiva Mad), dall’altro i mercati degli strumenti finanziari (direttiva Mifid), con speciale attenzione ai derivati, che operano fuori dal perimetro delle borse, con la previsione di regole nelle modalità di formazione dei prezzi.

Nello specifico, la Direttiva MIFID, prevedeva IN SOSTANZA l’obbligo in capo agli intermediari di classificare gli investitori al dettaglio sulla base di due indicatori: abilità a prendere decisioni finanziarie e capacità di sopportare il rischio. Il pregio di tale classificazione, stava nella possibilità di vagliare quali strumenti finanziari meglio si adattassero al profilo del risparmiatore, ed altresì prevedere gli obblighi informativi nei confronti della clientela.

Emerge quindi icto oculi però che il punto dolente di tale impianto è stato quello delle autovalutazioni, con conseguenti effetti distrorsivi: in primo luogo poichè l’intermediario non era per sua natura incentivato a raccogliere informazioni accurate sulle capacità finanziarie dei clienti, in quanto il suo interesse primario era di giustificare il prodotto in venduta, anche a costo di una rappresentazione superficiale e distorta. Secondariamente, le autovalutazioni tendono ad essere distorte, dal momento che le persone hanno una considerazione di se stesse che non si concilia spesso con quella reale.

Il settore più delicato, che necessitava di una regolazione più rigorosa era ed è quello dei mercati derivati delle materie prime, per il quale la speculazione selvaggia ha avuto  troppo spesso conseguenze deleterie per l’economia, e che in assenza di una inversione potrebbe avere ripercussioni pesanti a livello sociale ed economico per l’intero pianeta.

Per quanto concerne i mercati over the counter, saranno previste le OFT, ovvero“piattaforme di negoziazione alternative”, che interesseranno anche quelle società di investimento che si occupano degli ordinativi interni. Una misura estrema e particolarmente rigorosa è stata implementata per evitare “gli ordini civetta”, ovvero la pratica di diffondere intenzioni di ordini o ordini, non al fine di una effettiva negoziazione, ma per creare turbative e speculare sulla formazione dei prezzi: a tal fine, si è prevista anche l’opzione di circoscrivere la quantità di ordini per partecipare alle transazioni, di delimitare la fascia di caduta o aumento del prezzo, ed infine di sospendere le negoziazioni qualora vi siano negoziazioni poco trasparenti sui prezzi.

Una misura particolarmente attenta alla situazione in fieri per i debiti sovrani, è la proposta mirante a sganciare i destini dei paesi sotto programma, dalle  temute pagelle delle tre sorelle, le agenzie di rating Standard & Poor’s, Mooody’s  e Fitch, arrivando a sospendere il rating su tali nazioni.

Purtroppo, tale riforma non colpisce con dovuta forza uno dei punti più distorsivi e difficilmente contrastabili del fenomeno speculativo: le dark pool. Con tale accezione si indicano le “borse nere, alternative” a quelle tradizionali nelle quali nella fase pre-trade, non vengono pubblicizzati i prezzi. Tuttavia, si è tentato di porre un’argine, ma molto generico e labile, frutto di un compromesso a ribasso: ovvero, il mantenimento di tali borse è subordinato alla condizione negativa che non arrechino distorsioni sostanziali di concorrenza e quindi non incidano sull’efficienza del procedimento di definizione dei prezzi.

La regolamentazione, o meglio la “regolazione”, è un’attività necessaria e molto difficile, non solo nella fase di implementazione, ma sopratutto in quella di progettazione, per una serie di ragioni strettamente connesse: i destinatari di tale attività invero hanno per loro natura l’intenzione di aggirarla nella sostanza, nella ratio, però rispettandone la forma. Orbene, ciò è possibile nella misura in cui la regolamentazione sia piena di falle o peggio progettata sull’onda dell’emotività, per dare risposte all’opinione pubblica o per calmierare il dissenso. Per cui  sarebbe buona regola al momento di disegnarla che il regolatore evitasse di utilizzare scarse informazioni, e cercasse per quanto possibile precedenti su cui rifarsi.

Concludendo, l’impianto normativo tranne alcuni punti pare molto attento alle problematiche odierne, ma sopratutto lo spirito che ha guidato la riforma: varare le regole e testarne preventivamente l’efficacia, con la possibilità ma sopratutto la volontà di rimodularne all’occorrenza la portata, ed altresì l’ammissione di errore da parte del regolatore.

Come si parafrasa spesso,” solo sbagliando si impara“…


Strano e affascinante analizzare e/o catalogare i fenomeni sociali, dare una spiegazione alle stridenti contraddizioni che emergono nei sistemi democratici attuali, ai cortocircuiti che si generano da esse e da cui a volte nascono fenomenologie complesse e rigeneratrici.

Da un lato, la crisi finanziaria e gli scandali della corruzione dilagante del sistema politico hanno avuto come effetto principale quello di alimentare ed ingrossare sempre di più il mare dell’antipolitica, con connessi effetti negativi per la partecipazione, poichè si  è creato un vuoto tra partecipazione e governo e si è registrata oltretutto l’emersione di forze invisibili e disgregatrici di quel tessuto di convivenza civile ordito da secoli di conquiste sociali; dall’altro lato, quasi per reazione al su menzionato fenomeno, si osservano inaspettate e innovative iniziative dal basso di cittadini comuni, che rispolverano coscienze sopite o narcotizzate da anni di  mascherate contrapposizioni ideologiche spesso sterili, o peggio da un allontanamento dalla cosa pubblica fattosi costume o tendenza.

Si sta infatti silenziosamente ma con vigore affermando sulla scena politico-istituzionale una rivoluzione sostanziale del modo di gestire la cosa pubblica ridisegnando il rapporto cittadino-rappresentante istituzionale. I prodromi di tale mutamento sono rinvenibili nel fenomeno del ‘E- government, con il quale si sintetizza il processo di trasformazione dei rapporti interni ed esterni della Pubblica amministrazione mediante l’implementazione di tecnologie informatiche al fine di offrire servizi in materia di erogazione dei servizi, migliorando così anche la performance della P.A. stessa. A questa innovazione dall’alto, a livello di governo nazionale, è seguita la nascita di organizzazioni di cittadini, come gli antesigani ed italianissimi Open-polis, che hanno fatto scuola nel mondo, monitorando le attività del parlamento e dei parlamentari e mettendone on line le pagelle. PARTECIPAZIONE e DIALOGO quindi i catalizzatori di questa fenomenologia tutta in fieri.

Da attività di semplice focus dell’agere politico si è poi sviluppato anche un movimento che coniuga al monitoraggio anche la partecipazione e la collaborazione, contribuendo quindi alla stesura delle politiche collettive o all’individuazione di soluzioni. Si parla quindi di WE-GOVERNMENT o di WIKICRAZIA, per sintetizzare lo svilupparsi di strumenti collaborativi via web che hanno contribuito a trasformare i cittadini da sfiduciati spettatori a concertatori e/o creatori di politiche pubbliche. Un evidente miglioramento quindi anche sotto il profilo PROGRAMMATICO, con lo sfruttamento di variegate e qualificate competenze di validi professionisti provenienti dalla società civile.

Il circolo virtuoso di tale pratica, non a caso è stato uno dei  migliori canali che ha permesso al Presidente degli USA Obama di salire sulla casa bianca quasi come fosse un messia: infatti appena insediatosi ha favorito la diffusione di siti come data.gov, apple4democracy o challenge.gov, i quali oltre a rafforzare la partecipazione permettono al governo di un paese di avvalersi di un contributo creativo, innovativo e sopratutto economico.

Ma le “apps” non sono solo lo strumento per migliorare e ridisegnare il rapporto politica-cittadini, ma anche un mezzo efficace di gestione delle risorse locali. Basti pensare ad applicazioni come Fixmystreet, ripara la mia strada, con la quale si sollecitano interventi direttamente all’ente locale, o theyworkforyou, con il quale si può osservare il grado di produttività di un’amministratore locale o rappresentante parlamentare. In questo caso l’innovazione tocca la GESTIONE e L’AMMINISTRAZIONE.

Si sta quindi rimodulando il canone del “mandato rappresentativo”, senza stravolgimenti istituzionali o riforme dell’architettura costituzionale, che necessiterebbero oltre che di tempi lunghi di gestazione anche di complesse rimodulazioni di competenze e di contrappesi necessari. Dal classico mandato “in bianco” quindi si è passati ad una sorta di delega, con la quale i cittadini tramite i canali partecipativi stimolano politiche attive o ricordano gli impegni presi ai loro rappresentanti. Si coniuga quindi la partecipazione, spesso disorganica ed occasionale, con l’efficienza e la trasparenza, binomio fino a qualche tempo fa difficilmente perseguibile, in sistemi altamente burocratizzati o ingessati.

Orbene, le competenze all’interno degli ordinamenti statali vengono riscritte lasciando però invariata la carta costituzionale stessa, attuando così principi in essa impliciti (basti pensare alla partecipazione dal basso, di cui però nella cost. italiana mancano gli strumenti esplicativi), attualizzandone e ampliandone contemporaneamente la portata. Un nuovo “COSTITUZIONALISMO” emerge e si afferma, non circoscritto alla singola Costituzione ma di portata ed influenza globale.

La palingenesi degli strumenti partecipativi rafforza in primis la coscienza civica, garantisce una migliore rispondenza delle politiche alle esigenze dei cittadini, offre soluzioni a buon mercato e per tale via contribuisce a migliorare i bilanci pubblici devastati da gestioni dissipate e dilettantistiche. Perchè non insistere su tale via? La democrazia 2.0 è solo agli inizi. Dal suo sviluppo e dalla sua affermazione dipendono gli equilibri sociali e la sopravvivenza del sistema democratico costantemente eroso da forze centrifughe e disgregatrici, il cui unico fine è il proprio tornaconto personale.

“Più apps per tutti!”..

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