Il rischio contagio del debito greco ha spinto le istituzioni politico-monetarie europee ad interventi di urgenza. Gli Stati hanno seguito le loro indicazioni e in certi casi come è avvenuto per i PIIGS (PORTOGALLO, IRLANDA, ITALIA, GRECIA e SPAGNA) le sollecitazioni stringenti. L’italia, quindi, ha risposto tempisticamente bene, ma a livello contenutistico la manovra finanziaria si prospetta una macelleria sociale a carico dei ceti che già bocchegiano. E’ la definitiva certificazione della sconfitta del “diritto all’esistenza” insito in ogni sistema democratico?!?.  

Nelle ultime settimane, le maggiori democrazie europee sono alla presa con due fattori strettamente connessi e complementari, tuttavia difficilmente gestibili, che costituiscono le incognite di qualunque progetto riformatore e/o risanatore in materia di debiti sovrani e connessi pericoli di default: il tempo e la paura. Urgono pertanto decisioni innanzitutto rapide – il fattore tempo-,e  in secondo luogo non dettate da un’ottica di breve periodo e condizionate dai timori o egoismi di lobby o di gruppi di potere. Il risultato, nel caso non si tenessero in equilibrio queste due menzionate esigenze, sarebbe  quello di produrre  o una panacea destinata ad esaurire i propri effetti in poche settimane, o peggio un indiscriminato o altresì selettivo ed ineguale intervento che inciderebbe ulteriormente su quelle classi sociali che non hanno la forza d’urto necessaria per far emergere ed imporre le proprie rimostranze, in quanto “contraenti deboli” in un sistema dove il diritto con i suoi  principi e ragioni, si piega sempre più spesso ai ferrei e rigidi schemi delle teorie economiche di matrice neo-liberista. “L’esistenza” del cittadino insomma, si svuota a colpi di legislazione d’urgenza dei connotati sostanziali e basilari che il sistema di diritto dovrebbe garantire, per divenire un mero numero, un dato su cui elaborare programmi e soluzioni, economicamente efficaci, ma socialmente devastanti.

Ma quale è l’ordito normativo su cui poggia tale naturale ed irrinunciabile diritto? A livello costituzionale i padri costituenti invero hanno dato copertura a tale diritto in numerose norme: già nella parte relativa ai principi, l’art 1 (” L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro…“) e l’art. 2 (“La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”) ma sopratutto la seconda parte dell’art. 3, delineano un sistema dove l’attenzione viene incentrata sul cittadino, a cui lo Stato garantisce quelle condizioni basilari, anche con interventi a carattere positivo, 2 co art. 3, ” è compito della repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitando di fatto l’eguaglianza dei cittadini…”, tali da permettergli di raggiungere una condotta e un tenore di vita dignitoso. Infatti, nel titolo III sui rapporti economici sociali, nell’art. 35 specifica che il lavoro, è lo strumento che deve garantire “una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro..tale da assicurare a sè e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa. Orbene, a tale diritto bisogna anche parametrare e calibrare l’art. 53 in materia di tasse, il quale detta una norma di principio nonchè programmatica che più di tutte viene costantemente disattesa: “la capacita contributiva”. Invero, se e vero che tutti sono chiamati a concorrere alle spese pubbliche in ragione della propria capacità contributiva e che il sistema tributario è informato a criteri di progressività, non si comprende perchè a subire il peso degli interventi di salvataggio sia sempre il cittadino economicamente e socialmente debole. La distribuzione dei sacrifici è quindi la cartina tornasole di come l’uguaglianza sotaziale ex art 3 co 2 venga violata e di come lo Stato abdichi alla sua funzione di regolatore ed interventore, per ridursi a un mero contabile, disinteressato ad attenuare le ripercussioni sociali ed economiche.

Leggendo la manovra economica sono due i punti a sostegno di tale visione: in primo luogo, il peso dell’aumento di imposte, tariffe e prezzi, già insostenibile nelle passate manovre, che graverà ulteriormente e nuovamente per il 13,3% sui redditi medio-bassi e solo per il 5% su quelli più alti, con conseguente erosione del potere d’acquisto e della consistenza dei fragili bilanci familiari.  In secondo luogo, il settore che più vedrà moltiplicarsi le diseguaglianze è quello sanitario: infatti, il ticket sanitario di euro 10 per le prestazioni specialistiche, congiuntamente alla scomparsa del bonus di 36 euro, danneggia sempre le stesse fasce deboli, pensionati, casalinghe e lavoratori precari. Se poi consideriamo che molte regioni ricche del nord non applicheranno il meccanismo dei ticket, ad essere violato è quindi il fondamentale diritto alla salute ex art. 24 cost. in relazione all’uguaglianza dei cittadini sancita ex art. 3 cost., posto che il reddito da una parte, e l’appartenenza a regioni ricche, determinano sensibili e non facilmente eliminabili distorsioni nella fruizione.

Orbene, bisogna poi considerare a livello di legislazione UE, la prospettiva tracciata dal Trattato di Lisbona e dalla Costituzione europea, a favore di un’Europa sociale ed inclusiva e non solo meramente tecnocrate e preoccupata di mercati e merci, che ha trovato l’attenzione di numerosi paesi, come ci testimonia una recente pronuncia della Corte costituzionale tedesca, la quale ha posto l’accento sul diritto all’esistenza quale diritto fondamentale del cittadino.

E da noi a che punto stiamo?. Che strada stiamo seguendo? Purtroppo, allo stato dei fatti e dei provvedimenti, il risultato è desolante, in quanto si istituzionalizza la diseguaglianza, con un preoccupante ritorno a scenari di “democrazia censitaria”, nella quale il godimento e la fruizione dei diritti sono subordinati o condizionati alle risorse materiali del singolo cittadino-utente. Tutto il contrario di quel modello Europeo che sull’isola di Ventotene disegnavano Spinelli e Rossi. Inoltre, si certifica con angosciosa impotenza come il Diritto abbia ormai smarrito la sua vocazione originaria, di mediatore tra opposte istanze, con la predisposizione di soluzioni socialmente accettabili e di non invadente regolatore. Sembrano prevalere anche nella gestione di fenomeni sociali solamente logiche contabili, senza curarsi delle ripercussioni sociali. Se è vero che i mercati premiano le manovre rigorose, che il “credit spread” migliora (ovvero il differenziale tra il tasso di rendimento di un’obbligazione caratterizzata da rischio di default e quello di un titolo privo di rischio, ad es., un titolo di stato a breve termine, quale in Italia il BOT) è altrettanto vero che all’interno della nazione, in assenza di una poderosa ripresa economica, i consumi stagnano, le produzioni di beni e servizi vanno a singhiozzo e solo le diseguaglianze si moltiplicano.

Concludendo, per quanto tempo ancora, in nome del rigore contabile-finanziario la qualità dello stato di diritto per quei cittadini meno abbienti dovrà essere penalizzata?

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Strasburgoattualmente sono in corso i negoziati tra l’Unione europea e gli stati aderenti alla CEDU aventi ad oggetto l’adesione dell’UE alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Questo tema di importanza storica, rappresenta una tappa verso l’unificazione giuridica nonchè sociale, oltre che economica; A tal fine, il Consiglio d’Europa ha attivato una sezione dedicata a tale argomento, che si può trovare facilmente nella seguente pagina web, nella quale sono riportati tutti i report degli incontri, le versioni aggiornate di accordi di adesione, le reazioni da parte degli stati e delle ONG .

Le tappe fondamentali

L’adesione dell’UE alla CEDU è richiesta in applicazione dell’articolo 6 del Trattato di Lisbona e prevista dall’articolo 59 della CEDU, come modificata dal Protocollo n. 14. Il 17 marzo 2010, la Commissione ha proposto delle direttive di negoziato in vista dell’adesione dell’UE alla CEDU (IP/10/291). Il 4 giugno 2010, i Ministri della Giustizia dell’UE hanno dato alla Commissione il mandato di condurre i negoziati a loro nome. Il 26 maggio 2010, il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa ha conferito un mandato ad hoc al suo Comitato direttivo per i Diritti dell’Uomo per elaborare con l’UE lo strumento giuridico richiesto in vista dell’adesione dell’UE alla CEDU.

L’importanza dell’adesione alla CEDU: Contesto storico-giuridico

La Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo – CEDU- costituisce il punto di approdo in relazione alla tutela dei diritti umani per il continente europeo. Invero, ancorando il funzionamento delle proprie istituzioni alle stesse norme in materia di diritti umani e allo stesso controllo vigente per tutte le democrazie europee, l’Unione europea pone un fondamentale paletto, mostrando in maniera inequivocabile che l’Europa muta al passo con i cambiamenti storico-sociali e che nessuno si defila dalle proprie responsabilità affinché il cambiamento non rimanga solo sulla carta ma divenga concreto. ( si veda al riguardo il discorso tenuto al riguardo da Thorbjørn Jagland, segretario generale del Consiglio d’Europa).

L’adesione dell’UE alla CEDU dal punto di vista sia formale ma sopratutto sostanziale, avrà come conseguenza quella di conferire la stessa dignità e posizione all’Unione europea e agli Stati membri nel sistema di tutela dei diritti fondamentali, al cui presidio è posta la Corte europea dei Diritti dell’Uomo con sede a Strasburgo. L’adesione quindi rappresenta lo strumento giuridico che consentirà all’Unione europea di essere ascoltata nei casi esaminati dalla Corte di Strasburgo. Con l’adesione, l’Unione europea diventerebbe il 48° firmatario della CEDU e potrebbe designare tra l’altro un proprio giudice alla Corte europea.

Con l’adesione si avrà un ulteriore vantaggio, con la predisposizione di una nuova via di ricorso a beneficio dei singoli individui che – una volta esaurite tutte le vie di ricorso nazionali – potranno adire la Corte europea dei Diritti dell’Uomo in caso di presunte violazioni dei diritti fondamentali da parte dell’UE.


Riusciranno i comitati promotori dei referendum ad incanalare il grande flusso di malcontento che ha trainato i quesiti referendari, al raggiungimento del tanto agognato e sperato quorum?

Ma sopratutto, vista la delicatezza e la complessità delle materie e degli aspetti di dettaglio sui cui si va ad incidere, saranno capaci i votanti di comprendere appieno il significato e la portata delle loro scelte? In materia di risorse idriche, si gioca una partita fondamentale per la qualità di vita non solo di questa generazione, ma sopratutto di quelle future. In questi giorni poi, si registra anche una lodevole ma intempestiva e indefinita proposta, che rischia di alimentare ancora di più i dubbi su quale sia la reale strategia in materia di beni fondamentali perseguita Governo: invero, al ridosso del referendum, da una politica improntata al laissez faire, con piena fiducia nelle capacità autoregolative del mercato, si è virato ad una di carattere “regolativo”, tuttavia in chiave “antireferendaria”, paventando l’istituzione di una Agenzia in materia idrica, in luogo di una preferibile Autorità.

Anche per l’acqua tuttavia, potrebbero esserci in caso non si raggiungesse il quorum, o anche viste le difficoltà di rescindere gli onerosi e lunghi contratti stipulati in molte ATO- ambiti territoriali ottimali, possibilità di ovviare agli inconvenienti emersi nella gestione privata, adottando un modello gestionale che fosse affiancato, sulla falsariga di come avviene per il gas, da un ente di regolazione.

Come il gas, l’acqua è oltre che un bene, un “servizio” che necessità di essere erogato con precisi vincoli  di prezzo e standards quali la sicurezza, la continuità, l’adeguatezza della fornitura, a cui dovrebbero affiancarsi sanzioni a beneficio esclusivo dei consumatori qualora le regole venissero violate dal gestore sia esso un privato quotato in borsa, concessionario di una fornitura di servizi, sia si tratti di una S.p.a mista pubblico-privato, sia si tratti di una gestione in house pubblica.

Tuttavia, a questa convinzione condivisibile di garantire tariffe e standards qualitativi e ben definiti, si è fornita una risposta molto confusa: l’Agenzia è un’organo di derivazione amministrativa che lamenta forti deficit di indipendenza, autonomia, e una carenza di poteri di intervento, vista la stretta dipendenza dagli indirizzi del governo, che ne depotenzia fortemente le capacità di regolazione.

Sarebbe stato infatti più saggio ed utile creare in primis un sistema tariffario mirato e definito, che stabilisse i parametri di determinazione della tariffa e le modalità di promozione di investimenti convenienti per i consumatori ed efficienti per il servizio. Secondariamente, istituire un’Autorità vera, sul modello delle Autorità amministrative indipendenti, avulsa da conflitti di interessi che snaturassero la fiducia degli investitori e degli stessi utenti.

In questo modo, si sarebbe incentivato il privato, qualora tale meccanismo fosse già stato implementato a gestioni improntate all’universalità ed economicità del servizio idrico, senza la ricerca affannosa e al limite della legalità del profitto: in tale ottica infatti, in un sistema di regole omogeneo per tutte le Ato, solo se la gestione risulta efficiente i benefici vanno ripartiti in parti uguali; al privato il 50 % nella forma del profitto, che tuttavia dopo un lasso di tempo di 8-10 anni  va redistribuito al privato. E il rimanente 50 % al privato tramite riduzioni di tariffe o blocchi di aumenti delle stesse.

Non è un caso che un quesito del referendum mira ad eliminare la remunerazione del capitale investito, per evitare la triste prassi di inserire nella tariffa spese non preventivate nei preliminari di gara o non realmente sostenute o utili per il sistema, che hanno sensibilmente inclinato la fiducia nelle “privatizzazioni”.

Servirebbe quindi, la remunerazione non tanto del capitale investito, ma quello del RAB – Regulated Asset Base, cioè di quella parte di capitale che l’Autorità certificasse come investito in maniera efficiente ed utile: così si riterrebbe “utile” solo quel costo “efficiente” per il settore e non quello ” storico” dichiarato semplicemente dal gestore. In sintesi, solo se gli investimenti fossero fatti a beneficio dell’utente e fossero controllabili in termini di economicità ed universalità, meriterebbero di essere remunerati. Si coniugherebbe con tale meccanismo, in un sistema fortemente frammentato ed aperto agli assalti degli “spiriti animali” del capitalismo, efficienza e trasparenza del settore con il giusto ed equo profitto del gestore.

Nella speranza che prevalga nel corso degli anni un modello pubblico di gestione del servizio idrico, e nell’attesa degli esiti referendari, non ci resta altro che attendere …


Verso una sostanziale revisione del Trattato di Shengen, su iniziativa congiunta della Francia e dell’Italia.

E’ imminente la presentazione della bozza di modifica del Trattato in questione alla Commissione europea, che vedrà un’anticipazione di tale accordo nel vertice bilaterale franco-italiano dei prossimi giorni a Roma e che verterà su svariati temi: dalle scalate francesi sui colossi alimentari italiani alla questione immigrazione, ormai esplosa alle frontiere di Ventimiglia in tutta la sua drammaticità.

La proposta francese, caldeggiata e sostenuta anche dalla Germania prevede accanto ai casi esistenti di sospensione del Trattato per ragioni di “necessità”, anche ipotesi ulteriori, qualora uno Stato membro si dimostri incapace di controllare le sue frontiere, legittimando in tal modo gli Stati confinanti a sospendere l’operatività dell’accordo fino a che non venga ripristinata la normalità. Orbene, è utile ricordare che Schengen nacque come una cooperazione rafforzata all’interno dell’Unione europea, il 14 giugno 1985 fra il Belgio, la Francia, la Germania, il Lussemburgo e i Paesi Bassi: il fine era quello di eliminare progressivamente i controlli alle frontiere comuni, implementando così un regime di libera circolazione per i cittadini degli Stati firmatari, degli altri Stati membri della Comunità o di paesi terzi. Per cui gli obiettivi da conseguire erano:

  • Abolizione dei controlli sistematici delle persone alle frontiere interne dello spazio Schengen;
  • Rafforzamento dei controlli alle frontiere esterne dello spazio Schengen;
  • Collaborazione delle forze di polizia e possibilità per esse di intervenire in alcuni casi anche oltre i propri confini (per esempio durante gli inseguimenti di malavitosi);
  • Coordinamento degli stati nella lotta alla criminalità organizzata di rilevanza internazionale (per esempio mafia, traffico d’armi, droga, immigrazione clandestina);
  • Integrazione delle banche dati delle forze di polizia (il Sistema di informazione Schengen, detto anche SIS).

    Tuttavia, sono previste clausole di sospensione, per un limitato periodo di tempo e per specifici motivi: solitamente si ricorre a tale strumento quando uno stato vuole rafforzare le misure di sicurezza nel caso esso ospiti importanti eventi. L’italia infatti, ha sospeso tale Trattato in due occasioni, durante il G8 di Genova e in quello più recente dell’Aquila. Accanto alle nuovi ipotesi di sospensione si dovrebbero anche prevedere misure idonee ad incrementare l’assistenza ai paesi di prima accoglienza anche mediante il rafforzamento dell’Agenzia Frontex. Ma nonostante questi lodevoli intenti, il caos dei permessi temporanei italiani e la stretta applicazione da parte della Francia delle normative in materia, hanno segnato l’insuccesso dello spirito innovatore di Shengen. La libera circolazione è stata nei fatti una conquista, che rischia di porre, dopo le mordenti critiche alla moneta unica, seriamente in pericolo un’altro dei pilastri fondanti dell’UE. Le minacce dei vari populismi al momento paiono avere la meglio.


A seguito dell’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, il 1.12.2009 si è determinato un mutamento nella struttura della protezione dei diritti fondamentali nell’Unione Europea. In tale contesto, per completezza espositiva, non bisogna tralasciare il peso ed il ruolo svolto dalla Carta dei diritti fondamentali solennemente proclamata a Nizza durante il Consiglio europeo il 7.12.2000, oggetto di critiche a volte ingiuste per la scarso coraggio imputato al gruppo estensore nonchè per la sua presunta ridotta  forza innovatrice.

Tale testo, frutto di una procedura  originale all’interno dell’Unione europea, ha in sintesi il pregio di codificare per la prima volta nella Storia della UE i diritti civili, politici, economici e sociali di tutti i cittadini europei nonchè di tutte le persone che risiedono sul territorio dell’Unione. Tuttavia, a questo primo passo è seguito un restyling, un adattamento il 13.12.2007, per una migliore integrazione ed implementazione con il Trattano di Lisbona. E’ evidente icto oculi anche ai più critici detrattori, il ruolo propulsivo assunto da tale documento che funge da base costituzionale.

Le preoccupazioni su un possibile sistema concorrenziale alla CEDU, sono tuttavia irrilevanti e infondate posto che il Trattato di Lisbona non solo recepisce la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea conferendole lo stesso valore giuridico dei trattati ( art. 6 Trattato dell’UE  modificato all’art. 1 punto 8, del Trattato di Lisbona:” L’Unione riconosce i diritti, le libertà e i principi sanciti nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea…che ha lo stesso valore giuridico dei trattati…”), ma altresì  prevede l’adesione della UE alla CEDU, ( 2.: “L’Unione aderisce alla Convenzione europea  per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali…. Tali diritti fanno parte del diritto dell’Unione europea in quanto principi generali”).

Nonostante i testi nitidamente redatti non ponessero dubbi circa il pericolo di una concorrenzialità trai i due sistemi di protezione, quello della Cedu e quello di protezione dei diritti fondamentali previsto all’interno della UE, (art. 6 del Trattato dell’Unione Europea post Trattato di Lisbona, 2.:…tale adesione non modifica le competenze dell’Unione Europea definite nei trattati..), si è tuttavia messa in luce la necessità di una compenetrazione ed integrazione tra i due sistemi mediante l’adesione della UE alla CEDU.  A scanso di possibili equivoci è da sottolineare la circostanza che la Carta di Nizza non prevede nessun meccanismo di controllo del rispetto dei diritti fondamentali in capo agli stati, come ribadito all’art. 51 co. 1 della Carta stessa( ” ..le disposizioni della stessa Carta si applicano alle Istituzioni e agli Organi dell’Unione nel rispetto del principio di sussidiarietà come pure agli stati membri, ma solo nella loro attività di attuazione del diritto dell’Unione”..).

Invece, un progetto di tale meccanismo di controllo è rinvenibile nell’art. 7 del Trattato sull’Unione Europea dopo Amsterdam, nel quale si prevede che il Consiglio può comminare sanzione a quegli Stati che abbiano violato diritti fondamentali (….Su proposta motivata di un terzo degli Stati del Parlamento europeo o della Commissione europea …deliberando a maggioranza dei quattro quinti dei suoi membri, previa approvazione del Parlamento europeo, può constatare che esiste una evidente rischio di violazione grave da parte di uno Stato membro dei valori di cui all’art. 2…..Il Consiglio europeo, deliberando a maggioranza qualificata, può decidere di sospendere alcuni diritti derivanti allo Stato membro in questione dall’applicazione dei Trattai…).

Tuttavia la Carta non è priva di limiti: infatti non sarà sfuggito ai più attenti operatori che in essa non sono contemplate tutte le disposizioni dei protocolli addizionali alla CEDU, più specificamente non menziona i diritti garantiti dal protocollo 7 non ratificato da tutti gli Stati comunitari. A questo problema tuttavia corre in soccorso l’art. 52 co 3 della Carta che statuisce che laddove essa contenga diritti corrispondenti a quelli previsti dalla CEDU, il significato e la portata degli stessi sono uguali a quelli assicurati dalla CEDU, e altresì si prevede che tale norma non precluda la possibilità al diritto UE di concedere una tutela più ampia. Così, nonostante le possibili lacune del Trattato di Nizza le istituzioni UE possono applicare il diritto di Strasburgo ovviando prontamente alle mancanze.

Ma un aspetto positivo oltre che innovativo è presente nella Carta di Nizza, posto che in essa vi è un esplicito richiamo alla Giurisprudenza  della CEDU, di modo che diritti non esplicitamente previsti in essa ma emersi tramite la sua giurisprudenza trovino protezione. Ma vi è un problema di carattere squisitamente tecnico, poichè l’ UE non ha ancora aderito alla Convenzione europea del 1950, ragion per cui al fine di ovviare a tale discrepanza il Parlamento europeo ha adottato una Risoluzione il 9.5.2010.  In questa ha rimarcato le speciali caratteristiche dell’UE, in armonia con quanto dettato dal Protocollo No 8 del Trattato di Lisbona, e riaffermato la sua posizione favorevole all’integrazione dei due sistemi di protezione dei diritti umani, di modo il sistema di protezione interno garantito dalla giurisprudenza della Corte di giustizia si completi ed arricchisca dell’azione esterna di un organo di carattere internazionale, la CEDU.

Presa finalmente tale importante e storica decisione, il Consiglio d’europa con la tecnica del “demandeur” ha dato mandato al Comitato dei diritti umani (CDDH) quale foro negoziale per individuare lo strumento giuridico più idoneo per completare il processo di adesione della UE alla CEDU.  Nell’attesa che il percorso si completi e tralasciando in questa sede le problematiche sottese ci auguriamo tutti che la montagna non partorisca un topolino.


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