Da circa due anni il mondo intero, dal continente americano a quello europeo nonchè alcune fasce dell’Asia, è alle prese con la più complessa e difficilmente gestibile crisi economico-finanziaria e sociale che la storia abbia mai conosciuto dal 1929.

Il filo comune che unisce i continenti è rappresentato dal debito sovrano, cioè l’esposizione debitoria che ogni nazione ha accumulato nel corso degli anni a causa di spese spesso inutili e sbagliate, dettate da clientelismo o cambiali elettorali, o derivanti da progetti faraonici e non ammortizzabili, non curanti delle elementari regole di bilancio.

I primi segnali della crisi si sono avvertiti negli Stati uniti con lo scandalo dei muti sub-prime ovvero titoli spazzatura che venivano confezionati dalle Banche d’affari e collocati nel mercatocon il placet scandaloso delle agenzie di rating, con elevate garanzie di rendimento ma che in realtà nascondevano rischiosi titoli finanziari. Scoppiato lo scandalo e diffusasi la crisi, il contagio si è steso anche in Europa colpendo dapprima la Grecia e in seguito gli altri paesi  considerati il “ventre molle” del mediterraneo tra i quali anche l’Italia che vengono definiti “oltremanica” con l’epiteto p.i.g.s.(Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna).

Difronte all’espandersi del debito greco le istituzione politico-monetarie europee e le singole nazioni coinvolte hanno cominciato a predisporre in maniera spesso improvvisata e scoordinata interventi di urgenza.

Per quanto riguarda l’Italia gli interventi non sono stati e non sono tuttora facili per  due ordini di motivi complementari e connessi:

1) in primo luogo la  mole e la struttura del suo debito pubblico;

2) in secondo luogo per il fattore tempo.

Rileggendo le cronache del tempo passato, possiamo infatti notare come l’esposizione debitoria italiana sia stata sempre crescente, nonostante già da tempo vi fossero le prime avvisaglie di crisi ampiamente sottovalutate già ai tempi dell’unificazione tedesca, nella convinzione che il nostro enorme debito fosse messo nella cassaforte europea e collettivizzato in cambio della rinuncia della nazione tedesca al Marco.

Nel corso degli anni la classe politica italiana ha sistematicamente aumentato le spese riguardanti il proprio fabbisogno (scuole, sanità, infrastrutture) spesso oltre la dovuta misura, rispondendo a logiche clientelari e dando vita a fenomeni corruttivi che sono finiti momentaneamente con lo scandalo di tangentopoli. Purtroppo la classe politica non ha mai smesso di assumere comportamenti non rispondenti alle esigenze pubbliche continuando a far lievitare le spese inutili e improduttive.

Per quanto riguarda il secondo fattore il tempo, lo sviluppo dei mercati e la globalizzazione hanno inciso profondamente sui meccanismi di valutazione dell’economie nazionali, con logiche e tempi lontani dagli ingessati  e burocrati meccanismi di un’Unione europea solo monetaria.

Mentre gli altri paesi tentavano però di porre freno all’indebitamento e ad invertire la rotta, il nostro paese era incurante dei richiami sia a livello europeo che a livello internazionale, che mettevano nitidamente in luce il pericolo di default cioè il rischio che la nazione fallisse per l’incapacità di pagare i debiti contratti.

Questi due fattori hanno creato una miscela esplosiva che è culminata con le dimissioni del governo di centro destra guidato da Silvio Berlusconi dopo un estenuante tira e molla e blocco del parlamento durato mesi, mentre la crisi si evolveva e il pericolo d’insolvenza si faceva sempre più marcato.

Giunti a questo momento si è reso necessario un cambio di rotta che ha portato all’insediamento del governo Monti composto da personalità di elevato spessore e riconosciuta esperienza a cui è stato affidato il difficile compito di porre un argine alle cause della crisi.

Il governo Monti è composto esclusivamente da personalità esterne alla politica. L’entourage di Monti ha fin da subito  messo in cantiere una serie di riforme strutturali che mirano a ridurre il divario, lo spread, tra il rendimento dei titoli del tesoro italiani e quelli tedeschi.

In secondo luogo ha cercato di mantenere alta l’inflazione per evitare che l’aumento del tasso d’interesse facesse aumentare a sua volta gli interessi che si pagano sul debito pubblico. Inoltre per ridurre ulteriormente la spesa pubblica ha deciso di riformare le pensioni una delle componenti  più elevate del debito pubblico assieme alle spese improduttive celate nei vari bilanci della P.A. In questi giorni si sta tentando altresì di riformare sia il mercato del lavoro sia di liberalizzare alcune settori dell’economia che vedono determinate categorie lucrare profitti spesso ingiusti.

Un’altra manovra fondamentale è stata quella di combattere l’evasione fiscale aumentando i controlli e irrigidendo le sanzioni. Purtroppo non vi sono solo rose e fiori: la manovra poiché è stata disegnata per una situazione di emergenza e in poche settimane va a colpire principalmente le classi che già in passato hanno subito il peso maggiore delle tasse, avendo pertanto effetti velatamente recessivi.

L’aumento della tassazione, il rincaro dei prezzi, l’aumento della disoccupazione,  l’aumento di vasti settori dell’economia, hanno ridotto il potere di acquisto delle famiglie nonchè la capacità dell’imprese di investire e di assumere bloccando la crescita del PIL (prodotto interno lordo). Quindi, oltre che economico il problema e gli effetti della manovra sono anche di carattere sociale.

La popolazione è sempre più sfiduciata poiché non conosce quando tale situazione di crisi finirà e con quali effetti. In questo scenario regna la confusione totale in Europa, dove Germania e Francia  costituiscono assieme al FMI-Fondo Monetario Internazionale- una “Troika”, decidendo di fatto come e quando arginare la crisi, con decisioni come nel caso Greco, draconiane e in qualche misura eccessivamente punitive per una nazione che da cinque anni è in recessione e che già ha attuato ben cinque tagli di Austerity!!

Fortunatamente dopo un periodo di isolamento anche l’Italia si è riaffacciata nella politica europea per far valere le sue ragioni e far sentire il suo peso essendo tra l’altro uno dei paesi fondatori del progetto europeo. La strada è ancora in salita nonostante lo spread sia sceso, e poichè spesso come un altalena va su e giù creando incertezza tra gli investitori. La fiducia che era stata lesa dal passato governo lentamente viene ricostruita, l’orgoglio italiano pian piano riemerge. L’Italia non è più vista come incapace di prendere decisioni, lacerata dall’interno da scandali e particolarismi.

Nonostante questi importanti passi ancora c’è molto da fare, in quanto le misure che arginano la crisi possono essere predisposte in tempi brevi,  ma diverso discorso è per la crescita economica che richiede provvedimenti e interventi di lungo periodo.

Si è evitato il rischio di default, lo spettro del fallimento è lontano, ma ancora non si è salvi.  Fino ad ora il governo ha ben operato, la popolazione anche se a fatica, ha compreso l’urgenza delle manovre, ma l’attesa non può durare troppo sono necessari interventi concreti che riportino lavoro e reddito.

Pochi mesi fa molti quotidiani stranieri pubblicavano vignette che parafrasavano un passo di Dante “lasciate ogni speranza a voi che entrate” con riferimento all’Italia: il vento è cambiato adesso tocca remare tutti insieme per portare fuori dalle acque tempestose la nave italiana, senza dimenticare Atene.

Invero un default di Atene costerebbe il collasso della struttura europea, e i cocci come schegge  colpirebbero anche nazioni come la Germania  che si sentono al riparo. Nel frattempo dopo le lacrime e sangue delle manovre bisogna guardare avanti. L’Italia non si è fatta in un solo giorno e nemmeno con pochi mesi si possono rimediare anni di errori ed egoismi. 


L’austerità economica e le misure draconiane avranno la capacità di evitare il collasso della moneta unica? Dobbiamo rassegnarci alla recessione con conseguente flessione dei consumi, o ci sono altre vie percorribili alla riduzione del debito pubblico?

Ancora giornate infuocate, tristi presagi di recessione, e rassegnazione sui visi di milioni di cittadini europei e di riflesso americani. Il motivo di tale stato d’animo sta nella inevitabilità della crisi globale che pare attanagliare la sopravvivenza del sistema monetario unico europeo, secondo i più pessimisti, e la  “naturale” stagnazione dei consumi, conseguente a politiche economiche rigorose ma necessarie, alle quali non pare proprio far da controaltare una poderosa iniezione di liquidità essenziale per far ripartire i consumi e quindi la domanda aggregata interna pubblica e privata.

Però in questo coro uniforme si levano due autorevole voci che paiono in qualche modo se non smentire, almeno mettere in dubbio la ratio e le direttrici dei vari interventi concordati dalle cancellerie e dagli organi istituzionali di mezzo mondo.

Berlino, per voce del Ministro dell’economia e delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble si spinge fino a disegnare un “Redemption Fund”, ovvero un fondo di salvezza per ciascuno dei paesi della zona Euro. La finalità di tale dirompente ma ingegnosa proposta sarebbe quella di “parcheggiare” tutto il debito che oltrepassi la soglia del 60% del pil in tale fondo, permettendo così ai paesi sotto la lente d’ingrandimento di estinguere l’eccedenza in un’arco temporale di venti anni, da un lato finanziandone la restituzione mediante le entrate fiscali, dall’altro portando a compimento, senza traumi e con efficacia mirata, quelle riforme che spesso veti incrociati e timore non riescono a disegnare.

Tale proposta oltre ad avere una prospettiva di lungo termine e di ampio respiro, ha il pregio e il coraggio di mettere in discussione il totem dell’abbattimento del debito pubblico, (come pochi economisti hanno avuto l’acume e “l’ardire” di sottolineare, ad esempio, Emiliano Brancaccio, valente professore e giornalista, attento alle politiche sociali) unicamente in un’ottica di breve termine sic et simpliciter, che rischia però di deprimere anche quei paesi che avrebbero fondamentali e risorse per crescere, e quindi avere maggiori entrate che permetterebbero di abbattere il debito senza i rischi di una recessione.

Ma se Berlino si sveglia, sulla sponda dell’Atlantico non stanno con le mani in mano e così anche uno degli opinionisti più autorevoli del New York Times, Paul Krugman si unisce ai tedeschi nello sdoganare l’urgente bisogno di politiche monetarie e fiscali espansive, in quanto a sostegno dell’economia, per evitare che l’UE e l’America rimangano prigioniere dei tagli e della paura dell’inflazione, cioè di una crescita dei prezzi, avvitando così la crisi in una stagnazione dai tempi incerti. Ma la tesi di Krugman non è frutto solo di una provocazione-intuizione, ma di una profonda e disincantata analisi dei dati: ante 2008, a scricchiolare erano da un lato il sistema bancario fuori controllo, dall’altro un debito pubblico senza freni che correva quando invece era richiesta prudenza. La bolla, di cui i mutui subprime furono l’avvisaglia più grave, scoppiò, e così la domanda privata interna si ridusse fino a crollare. Ed è in questo scenario di panico generale che i governi dei paesi debitori e non, scelsero la drastica scorciatoia della riduzione della spesa pubblica e dell’aumento della pressione fiscale, senza tener conto dell’opzione della politica di “twist”.

Invero,  l’obiettivo non è in tale opzione solo la stabilità dei prezzi, ma anche la piena allocazione di risorse. Ragion per cui essa svolge un ruolo proattivo nello stimolare l’economia, acquistando titoli di debito a lungo termine (facendo salire il prezzo e quindi deprimendo il tasso di rendimento) e vendendo titoli di debito a breve termine (facendo ridurre il prezzo e salire il tasso di rendimento) così portando benefici virtuosi ai consumi di lungo periodo.

Purtroppo, a quanto pare, l’America e l’Europa sembrano prigionieri dei loro fantasmi, i policy maker, coloro che dovrebbero confezionare gli orientamenti polici ed economici, sono ambivalenti o spesso sospesi tra rigore ed espansione, quando le due direttrici andrebbero, come pare voler fare Mario Monti, unificate.

L’unificazione dovrebbe essere immediata o quantomeno attuata in tempi stringenti, altrimenti le due fasi, riduzione e crescita, rimarrebbero come due parallele, che non convergono mai. Se così fosse, il “credit crunch”, ovvero la stretta creditizia, e la trappola della liquidità, l’incapacità della politica monetaria di influenzare positivamente  la domanda, diverrebbero condizioni preliminari  a scenari cupi e il default sarebbe inevitabile.

Non ci resta che piangere, sperando che le misure draconiane funzionino, o dobbiamo pretendere con vigore anche politiche di stimolo?…Capitani coraggiosi, la campana dell’ultimo giro è suonata!


DOPO SETTE ANNI DALLA SUA EMANAZIONE, ALLA DIRETTIVA MIFID (Markets in Financial Instruments Directive, la N. 2004/39/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio del 21 aprile 2004), VIENE FATTO UN SOSTANZIOSO RESTYLING!

In questo clima economico così agitato e politicamente incerto, nel quale ogni giorno emerge spesso l’impotenza e la stanchezza degli operatori economici e degli attori politici a contrastare un declino che pare avvitarsi sempre più in se stesso, senza far sperare in vie d’uscite o miglioramenti, una forte presa di coscienza di alcuni errori nelle liberalizzazioni, una revisione nelle modalità di scambio degli strumenti finanziari, apparivano necessarie ed improcastinabili.

Per dare risposta a queste sollecitazioni la Commissione europea ha predisposto una nuova bozza di regolamento finalizzata ad incrementare in primis la trasparenza dei mercati finanziari,  in secondo luogo a diminuire i rischi nel settore della “regolamentazione”, ovvero i coni d’ombra e le zone franche che spesso avvolgono molte transazioni, nello specifico quelle relative ai derivati e le operazioni “over the counter”.

Ma l’aspetto più incisivo è la previsione di cambiamenti nel sistema delle Sanzioni, nello specifico nel settore penale, armonizzando reati come “l’insider trading” e “la manipolazione dei mercati”, con la previsione di irrogazione di pene detentive per tutti i paesi membri. Invero, accanto al reato di insider trading, già previsto nella legislazione Italiana, sarà previsto il reato di “tentata manipolazione del mercato”, al fine di porre un freno a quella distorsione nella formazione dei prezzi, naturale conseguenza degli scambi automatizzati.

Il principio cardine che ha fatto da filo rosso alla suddetta riforma è riassunto nelle parole del Commissario al Mercato interno Michel Barnier, sostenitore in prima linea del rafforzamento della MIFID:” riportiamo la morale là dove è sparita!”.

Per addivenire a tali risultati, i campi di lavoro e di intervento sono stati due: da un lato, gli abusi di mercato (direttiva Mad), dall’altro i mercati degli strumenti finanziari (direttiva Mifid), con speciale attenzione ai derivati, che operano fuori dal perimetro delle borse, con la previsione di regole nelle modalità di formazione dei prezzi.

Nello specifico, la Direttiva MIFID, prevedeva IN SOSTANZA l’obbligo in capo agli intermediari di classificare gli investitori al dettaglio sulla base di due indicatori: abilità a prendere decisioni finanziarie e capacità di sopportare il rischio. Il pregio di tale classificazione, stava nella possibilità di vagliare quali strumenti finanziari meglio si adattassero al profilo del risparmiatore, ed altresì prevedere gli obblighi informativi nei confronti della clientela.

Emerge quindi icto oculi però che il punto dolente di tale impianto è stato quello delle autovalutazioni, con conseguenti effetti distrorsivi: in primo luogo poichè l’intermediario non era per sua natura incentivato a raccogliere informazioni accurate sulle capacità finanziarie dei clienti, in quanto il suo interesse primario era di giustificare il prodotto in venduta, anche a costo di una rappresentazione superficiale e distorta. Secondariamente, le autovalutazioni tendono ad essere distorte, dal momento che le persone hanno una considerazione di se stesse che non si concilia spesso con quella reale.

Il settore più delicato, che necessitava di una regolazione più rigorosa era ed è quello dei mercati derivati delle materie prime, per il quale la speculazione selvaggia ha avuto  troppo spesso conseguenze deleterie per l’economia, e che in assenza di una inversione potrebbe avere ripercussioni pesanti a livello sociale ed economico per l’intero pianeta.

Per quanto concerne i mercati over the counter, saranno previste le OFT, ovvero“piattaforme di negoziazione alternative”, che interesseranno anche quelle società di investimento che si occupano degli ordinativi interni. Una misura estrema e particolarmente rigorosa è stata implementata per evitare “gli ordini civetta”, ovvero la pratica di diffondere intenzioni di ordini o ordini, non al fine di una effettiva negoziazione, ma per creare turbative e speculare sulla formazione dei prezzi: a tal fine, si è prevista anche l’opzione di circoscrivere la quantità di ordini per partecipare alle transazioni, di delimitare la fascia di caduta o aumento del prezzo, ed infine di sospendere le negoziazioni qualora vi siano negoziazioni poco trasparenti sui prezzi.

Una misura particolarmente attenta alla situazione in fieri per i debiti sovrani, è la proposta mirante a sganciare i destini dei paesi sotto programma, dalle  temute pagelle delle tre sorelle, le agenzie di rating Standard & Poor’s, Mooody’s  e Fitch, arrivando a sospendere il rating su tali nazioni.

Purtroppo, tale riforma non colpisce con dovuta forza uno dei punti più distorsivi e difficilmente contrastabili del fenomeno speculativo: le dark pool. Con tale accezione si indicano le “borse nere, alternative” a quelle tradizionali nelle quali nella fase pre-trade, non vengono pubblicizzati i prezzi. Tuttavia, si è tentato di porre un’argine, ma molto generico e labile, frutto di un compromesso a ribasso: ovvero, il mantenimento di tali borse è subordinato alla condizione negativa che non arrechino distorsioni sostanziali di concorrenza e quindi non incidano sull’efficienza del procedimento di definizione dei prezzi.

La regolamentazione, o meglio la “regolazione”, è un’attività necessaria e molto difficile, non solo nella fase di implementazione, ma sopratutto in quella di progettazione, per una serie di ragioni strettamente connesse: i destinatari di tale attività invero hanno per loro natura l’intenzione di aggirarla nella sostanza, nella ratio, però rispettandone la forma. Orbene, ciò è possibile nella misura in cui la regolamentazione sia piena di falle o peggio progettata sull’onda dell’emotività, per dare risposte all’opinione pubblica o per calmierare il dissenso. Per cui  sarebbe buona regola al momento di disegnarla che il regolatore evitasse di utilizzare scarse informazioni, e cercasse per quanto possibile precedenti su cui rifarsi.

Concludendo, l’impianto normativo tranne alcuni punti pare molto attento alle problematiche odierne, ma sopratutto lo spirito che ha guidato la riforma: varare le regole e testarne preventivamente l’efficacia, con la possibilità ma sopratutto la volontà di rimodularne all’occorrenza la portata, ed altresì l’ammissione di errore da parte del regolatore.

Come si parafrasa spesso,” solo sbagliando si impara“…


Nell’Italia della prima-seconda Repubblica era una consuetudine sciagurata nei mesi estivi da parte dei governi balneari quella di nascondere i problemi sotto il tappeto, per poi preparare manovre finanziarie che infiammavano e dividevano le varie componenti sociali, preoccupate di subire dopo gennaio il peso economico nonchè sociale delle misure di finanza pubblica.

In questo scenario post globalizzazione i “moti”di piazza rischiano di diventare un lontano ricordo, un amarcord da cinefili, per la tempistica di reazione ai provvedimenti economici dei soggetti “percossi”, ma sopratutto a causa di un irreversibile cambiamento nel costume sociale e quindi per questa via anche del modo di percepire i problemi.

Se è vero che l’italiano medio manifesta apertamente e a muso duro il proprio dissenso solo quando è colpito direttamente nel proprio reddito, è indice di un epocale cambiamento la circostanza che nel paese del sole prevale o meglio si fa prevalere un ottimismo che è diventato contagioso, tanto che nella preoccupazione generale sull’andamento economico solo tiepidi e circostanziati dissensi rompono l’assordante silenzio.

I prodromi di tale mutamento risalgono più o meno al periodo della bolla speculativa degli anni 90′, nel quale il crollo del muro faceva presagire il trionfo della profezia del prof. Fukuyama e il trionfo del liberismo americano anche se in versione attenuata in Europa.

Ma così non è stato: nel 2001 quando si passava alla moneta unica, il “change over” è stato nel nostro paese disastroso, in quanto si è consapevolmente depotenziato il sistema di controlli predisposto per pagare una cambiale elettorale e favorire i suoi beneficiari che si sono arricchiti senza ancora rendere nulla di quel bottino.

Ma gli italiani poi si sono assuefatti anche ad altro: mentre il prodotto interno lordo di anno in anno crollava sotto la concorrenza delle tigri orientali, da noi ci si preoccupava di togliere reddito ai lavoratori dipendenti con una tassazione si diceva più leggera, “light” si, ma che prevedeva come rovescio della medaglia tagli lineari, con quindi minori entrate e meno risorse per servizi ed ammortizzatori sociali.

Così ogni settembre i prezzi  di beni e servizi sono cominciati ad essere ritoccati costantemente, mentre il fiscal drag non veniva restituito, i risparmi si assottigliavano per provvedere alle necessità quotidiane e mensili, il lavoro stagnava, e l’inflazione faceva fiammate. Purtroppo in questo lento declino, i corpi intermedi e la pubblica opinione si sono sfaldate, perdendo quel ruolo di pungolo alla politica e di guardiano che sarebbe dovuto essere l’antidoto a un insabbiamento delle responsabilità ormai costume diffusissimo nell’agone politico.

In questi giorni infatti ci si indigna più per lo sciopero(?!) dei divi del calcio che per le imprevedibili ricadute socio economiche dei provvedimenti tampone. Come se non bastasse nello scacchiere europeo, complice la circostanza del nostro debito pubblico, la voce dell’Italia, per tale motivo contraente debole, è sparita nei dibattiti sulle misure anti-crisi. Il pareggio di bilancio è diventato sotto pressione del duo franco-tedesco un totem davanti al quale genuflettersi, quando oltre che dati normativi (“il TENDENZIALE pareggio di bilancio” del Trattato ue), che ragioni di opportunità,( gli hedge fund e le banche internazionali drenano i soldi immessi dalla BCE e e dalle Banche centrali americana e inglese, non per investirli nell’economia economia reale ma in manovre speculative in attesa del sereno), consiglierebbero di non dirottare tutte le esigue risorse all’azzeramento del debito.

Se in Pil non cresce, se l’economia langue, sottrarre risorse allo stimolo della crescita potrebbe diventare un boomerang per una economia già fragile come la nostra. Sarebbe il caso forse di rivedere a livello europeo i parametri di Maastricht stabilizzare il debito ad una certa soglia, e cercare anche di far ripartire l’economia reale? Solo pochi e dileggiati economisti tentano tale soluzione. E il corpo sociale? Riscoprirà la sua vocazione di cittadinanza attiva? In attesa del “conto” dei provvedimenti anti-crisi..sul titanic si continua a ballare e ad aspettare che il calcio ricominci..


Il rischio contagio del debito greco ha spinto le istituzioni politico-monetarie europee ad interventi di urgenza. Gli Stati hanno seguito le loro indicazioni e in certi casi come è avvenuto per i PIIGS (PORTOGALLO, IRLANDA, ITALIA, GRECIA e SPAGNA) le sollecitazioni stringenti. L’italia, quindi, ha risposto tempisticamente bene, ma a livello contenutistico la manovra finanziaria si prospetta una macelleria sociale a carico dei ceti che già bocchegiano. E’ la definitiva certificazione della sconfitta del “diritto all’esistenza” insito in ogni sistema democratico?!?.  

Nelle ultime settimane, le maggiori democrazie europee sono alla presa con due fattori strettamente connessi e complementari, tuttavia difficilmente gestibili, che costituiscono le incognite di qualunque progetto riformatore e/o risanatore in materia di debiti sovrani e connessi pericoli di default: il tempo e la paura. Urgono pertanto decisioni innanzitutto rapide – il fattore tempo-,e  in secondo luogo non dettate da un’ottica di breve periodo e condizionate dai timori o egoismi di lobby o di gruppi di potere. Il risultato, nel caso non si tenessero in equilibrio queste due menzionate esigenze, sarebbe  quello di produrre  o una panacea destinata ad esaurire i propri effetti in poche settimane, o peggio un indiscriminato o altresì selettivo ed ineguale intervento che inciderebbe ulteriormente su quelle classi sociali che non hanno la forza d’urto necessaria per far emergere ed imporre le proprie rimostranze, in quanto “contraenti deboli” in un sistema dove il diritto con i suoi  principi e ragioni, si piega sempre più spesso ai ferrei e rigidi schemi delle teorie economiche di matrice neo-liberista. “L’esistenza” del cittadino insomma, si svuota a colpi di legislazione d’urgenza dei connotati sostanziali e basilari che il sistema di diritto dovrebbe garantire, per divenire un mero numero, un dato su cui elaborare programmi e soluzioni, economicamente efficaci, ma socialmente devastanti.

Ma quale è l’ordito normativo su cui poggia tale naturale ed irrinunciabile diritto? A livello costituzionale i padri costituenti invero hanno dato copertura a tale diritto in numerose norme: già nella parte relativa ai principi, l’art 1 (” L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro…“) e l’art. 2 (“La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”) ma sopratutto la seconda parte dell’art. 3, delineano un sistema dove l’attenzione viene incentrata sul cittadino, a cui lo Stato garantisce quelle condizioni basilari, anche con interventi a carattere positivo, 2 co art. 3, ” è compito della repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitando di fatto l’eguaglianza dei cittadini…”, tali da permettergli di raggiungere una condotta e un tenore di vita dignitoso. Infatti, nel titolo III sui rapporti economici sociali, nell’art. 35 specifica che il lavoro, è lo strumento che deve garantire “una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro..tale da assicurare a sè e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa. Orbene, a tale diritto bisogna anche parametrare e calibrare l’art. 53 in materia di tasse, il quale detta una norma di principio nonchè programmatica che più di tutte viene costantemente disattesa: “la capacita contributiva”. Invero, se e vero che tutti sono chiamati a concorrere alle spese pubbliche in ragione della propria capacità contributiva e che il sistema tributario è informato a criteri di progressività, non si comprende perchè a subire il peso degli interventi di salvataggio sia sempre il cittadino economicamente e socialmente debole. La distribuzione dei sacrifici è quindi la cartina tornasole di come l’uguaglianza sotaziale ex art 3 co 2 venga violata e di come lo Stato abdichi alla sua funzione di regolatore ed interventore, per ridursi a un mero contabile, disinteressato ad attenuare le ripercussioni sociali ed economiche.

Leggendo la manovra economica sono due i punti a sostegno di tale visione: in primo luogo, il peso dell’aumento di imposte, tariffe e prezzi, già insostenibile nelle passate manovre, che graverà ulteriormente e nuovamente per il 13,3% sui redditi medio-bassi e solo per il 5% su quelli più alti, con conseguente erosione del potere d’acquisto e della consistenza dei fragili bilanci familiari.  In secondo luogo, il settore che più vedrà moltiplicarsi le diseguaglianze è quello sanitario: infatti, il ticket sanitario di euro 10 per le prestazioni specialistiche, congiuntamente alla scomparsa del bonus di 36 euro, danneggia sempre le stesse fasce deboli, pensionati, casalinghe e lavoratori precari. Se poi consideriamo che molte regioni ricche del nord non applicheranno il meccanismo dei ticket, ad essere violato è quindi il fondamentale diritto alla salute ex art. 24 cost. in relazione all’uguaglianza dei cittadini sancita ex art. 3 cost., posto che il reddito da una parte, e l’appartenenza a regioni ricche, determinano sensibili e non facilmente eliminabili distorsioni nella fruizione.

Orbene, bisogna poi considerare a livello di legislazione UE, la prospettiva tracciata dal Trattato di Lisbona e dalla Costituzione europea, a favore di un’Europa sociale ed inclusiva e non solo meramente tecnocrate e preoccupata di mercati e merci, che ha trovato l’attenzione di numerosi paesi, come ci testimonia una recente pronuncia della Corte costituzionale tedesca, la quale ha posto l’accento sul diritto all’esistenza quale diritto fondamentale del cittadino.

E da noi a che punto stiamo?. Che strada stiamo seguendo? Purtroppo, allo stato dei fatti e dei provvedimenti, il risultato è desolante, in quanto si istituzionalizza la diseguaglianza, con un preoccupante ritorno a scenari di “democrazia censitaria”, nella quale il godimento e la fruizione dei diritti sono subordinati o condizionati alle risorse materiali del singolo cittadino-utente. Tutto il contrario di quel modello Europeo che sull’isola di Ventotene disegnavano Spinelli e Rossi. Inoltre, si certifica con angosciosa impotenza come il Diritto abbia ormai smarrito la sua vocazione originaria, di mediatore tra opposte istanze, con la predisposizione di soluzioni socialmente accettabili e di non invadente regolatore. Sembrano prevalere anche nella gestione di fenomeni sociali solamente logiche contabili, senza curarsi delle ripercussioni sociali. Se è vero che i mercati premiano le manovre rigorose, che il “credit spread” migliora (ovvero il differenziale tra il tasso di rendimento di un’obbligazione caratterizzata da rischio di default e quello di un titolo privo di rischio, ad es., un titolo di stato a breve termine, quale in Italia il BOT) è altrettanto vero che all’interno della nazione, in assenza di una poderosa ripresa economica, i consumi stagnano, le produzioni di beni e servizi vanno a singhiozzo e solo le diseguaglianze si moltiplicano.

Concludendo, per quanto tempo ancora, in nome del rigore contabile-finanziario la qualità dello stato di diritto per quei cittadini meno abbienti dovrà essere penalizzata?

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