UNO STRALCIO DEL MIO PROGETTO DI RICERCA CHE HA CONCORSO PER L’ “EUROPEAN SOCIAL COMPETITION”

DELLA COMMISSIONE EUROPEA

INTITOLATO A DIOGO VASCONCELOS.

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RATIO DEL MODELLO

La difficoltà non sta nel credere nelle nuove idee, ma nel fuggire da quelle vecchie” – John Maynard Keynes

Introduzione

Il sistema capitalistico moderno, nel suo modulo organizzativo più affermato, quello dell’economia di mercato, si caratterizza per la compresenza di due criticità tra loro strettamente interconnesse e complementari: da un lato la intrinseca instabilità del sistema economico che alterna periodi di espansione e benessere con fasi di acuta contrazione; dall’altro le conseguenze oggettive-sociali delle endemiche e cicliche crisi, elevati tassi di disoccupazione nonché fallimenti e chiusure di imprese.

In questo panorama, come per la grande crisi del 29’, il problema non è solamente di carattere economico-finanziario, quindi contingente: invero, non solo bisogna fronteggiare la fisiologica distruzione di ricchezza che tale fenomeno genera, ma altresì le pesanti ed onerose ripercussioni di ordine sociale che comunque rappresentano anche un costo per gli stati ed i cittadini.

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                                CRITICITA’

In tale contesto, fluido, magmatico ed in continua evoluzione, i nodi cruciali del mercato del lavoro, italiano ed europeo da affrontare sono:

  •     l’evoluzione sempre più rapida dei processi produttivi;

  •      le sfide delle nuove economie emergenti;

  •     il mancato incrocio di competenze professionali

Invece, le criticità attuali del settore industriale europeo possono essere elencatene così:

  •     la mancanza di competitività;
  •      il ritardo nell’innovazione tecnologica;
  •      la capacità di ristrutturarsi e riconvertirsi in tempi rapidi per stare sul mercato.

 

                         GUIDE LINES

Per quanto concerne il Lavoro, nella “learning society” si rendono sempre più urgenti strumenti e moduli di aggiornamento e continui upgrade che permettano a migliaia di lavoratori spesso nel limbo della disoccupazione strutturale di rendersi e/o rimanere appetibili per il mercato del lavoro e di diventarlo nuovamente.

Discorso analogo con identica ratio vale per il tessuto industriale spesso incapace o poco incline a rinnovarsi e ad essere competitivo, a causa anche delle influenze di un paternalismo statale a carattere assistenzialista dei decenni precedenti; ne consegue che si scaricano così troppo frettolosamente sulle finanze pubbliche e quindi sulla società i ritardi e/o errori, nella mancanza anche di canali di finanziamento o di supporto logistico adeguati che invece permettano di invertire la tendenza e di recuperare gap di competitività.

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Obiettivo

Ci proponiamo pertanto di porre rimedio alle disfunzioni sistemiche dell’economia di mercato europea nonché alle carenze di risposta a livello legislativo mediante l’elaborazione di un articolato e dinamico sistema incentrato su due istituzioni comunitarie, una a carattere strumentale e di supporto, l’altra a carattere esecutivo, che devono operare congiuntamente e sinergicamente:

  •    la B.E.L. la Borsa Europea Lavoro;
  •     il Fondo “Rise Up”.

STRUMENTI

Fase I- Screening

1)    La Borsa europea Lavoro:

Essa rappresenta in tale modello il fulcro del sistema: dal punto di vista strutturale dovrebbe essere delineata come un’istituzione comunitaria che fa da terminale alle varie agenzie del lavoro degli stati, dal C.O.L. italiano, il centro orientamento lavoro, al job guidance center britannico, al Centres d’Orientation au travail francese, al Centros d’Orientacion al trabajo spagnolo etc..ff

 

 

L’obiettivo è quello di raccogliere, analizzare, sintetizzare e catalogare i dati riguardanti il mercato del lavoro delle varie nazioni, acquisiti sia in forma diretta (conduzione di indagini mirate sul territorio e banche dati già in possesso), che indirettamente, offrendo un quadro sintetico e chiaro. Uno degli aspetti maggiormente innovativi del servizio de quo, è quindi quella di fornire uno screening analitico del mercato del lavoro comunitario, sia in termini di domanda che di offerta di lavoro. Da tale analisi quindi si formerà una banca dati che verrà ordinata in una “borsa lavoro europea” con una serie di indicatori che evidenzieranno:

  • i lavori e le competenze maggiormente richieste;
  •   i profili più ricercati e carenti sul mercato;

  •  le forze lavoro in eccedenza od espulse,

    che necessitano di riqualificazione e di reinserimento;

    
    
  •   i settori industriali in crisi.index

 

                                 AZIONI

Da tale monitoraggio quindi potranno prendere corpo due ordini di azioni, singolarmente e/o congiuntamente, con il supporto finanziario del Fondo “rise up”:

 

  •     la riqualificazione professionale mediante voucher formativi o mediante corsi e/o programmi di formazione dei lavoratori inoccupati o “esodati”;

 

  •     la riconversione o ristrutturazione delle imprese in difficoltà ( es. Caso Ilva di Taranto, Miniere del Sulcis Italia) oppure il sostegno finanziario alle pmi per lo start up nei settori emergenti.

Project manager  p.Avv. Valentino Cerrone

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Sora, Italia, centro sportivo “Giuseppe Panico” ORE 11:30

Il venerdì, il giro di boa della settimana, il meritato riposo lavorativo per chi ce l’ha fortunatamente, il momento in cui ognuno di noi si lascia momentaneamente alle spalle il fardello di preoccupazioni quotidiane e di faccende più o meno importanti per godersi un po’ di pace in questo mondo sempre più caotico e anarcoide.

Mi incammino verso gli spogliatoi appena ultimati, che nel pomeriggio e di sera fino a tardi sono sempre aperti ed utilizzati da tutte o quasi le società sportive, e noto con amarezza che sono chiusi. Contemporaneamente, come documenta la foto, un ragazzo arriva, parcheggia la sua bici, entra nella struttura adibita al basket, si chiude comodamente dentro con una mandata di chiavi si allena. Una prima domanda mi sorge spontanea, perché alcuni utilizzano pienamente le strutture come fossero proprie e gli altri no? Con l’avallo di chi?
Io ed altri figli di un “Dio minore” CERCHIAMO SE è POSSIBILE cambiarsi nei box, essendo cittadini di questa città, contribuenti di questo comune,..ecco cosa abbiamo trovato! Sono passati ormai più di 9 MESI dai vari comunicati denuncia. In nove mesi notiamo che le strutture pubbliche non sono di tutti, sono accessibili ad uso e consumo di pochi fortunati ed “eletti”.
Non sono bastati questi comunicati: http://www.sora24.it/sora-runners-club-lasciate-ogni-speranza-voi-chentrate-cronaca-tragicomica-di-un-podista-martedi-21-agosto-ore-830-stadio-panico-40230.html;
http://www.sora24.it/lasciate-ogni-speranza-voi-chentrate-parte-ii-cronaca-surreale-dei-podisti-sorani-24-agosto-ore-830-40525.html.
Non sono bastate le domande precise a cui non si è avuta risposta nei FATTI. Se non ci volete, ditecelo chiaramente, ma non prendeteci per i fondelli, traslochiamo in altri comuni limitrofi. Per il bene della città, chi è responsabile, se non è capace o non vuole ovviare ad una banale gestione ordinaria faccia un passo indietro…

La dirigenza del Sora Runners club
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Come ci mostra la storia del più grande impero, quello romano, raramente gli imperi collassano per cause esterne, spesso sono le cause di matrice endogena, come ad esempio il forte dissenso e il mancato riconoscimento nell’autorità sovrana, ad accellerare la maturazione di quei virus che sgretolano lentamente le fondamenta del vivere sociale.

Questa discrasia è stata colta anche dall’autorevole commentatore Daniel Gros; i famosi corsi e ricorsi storici di “vichiana” memoria sembrano aderire perfettamente alla odierna crisi europea, crisi non solo economica, anche se l’accento è calcato sugli indicatori economici, ma anche e sopratutto istituzionale e di leadership, da cui dipendono le sorti di un’utopia e di un progetto di vita che le macerie del conflitto mondiale hanno accellerato. Perchè allora dovremmo stare moderatamente tranquilli, mentre i media ci bombardano quotidianamente con allarmismi di vario genere?

Se guardiamo solo agli indicatori macroeconomici infatti, la situazione è si cupa, ma i toni di drammaticità non dicono tutto il vero:  in primis, la bilancia delle partite correnti  è sostanzialmente in equilibrio, in considerazione del fatto che vi sono risorse per correggere i disastrati conti pubblici.  Infatti l’Eurozona a confronto con altre nazioni, come gli Stati Uniti o il Regno Unito, non presenta deficit esterni elevati, che necessitano di continui ed ingenti flussi monetari. Secondariamente, sempre in raffronto con gli Usa, dal punto di vista del deficit fiscale, la cifra è nettamente inferiore, 4% del PIL se comparato con il 10% statunitense. La svalutazione della moneta inoltre, indicatore e campanello di allarme da non sottovalutare, è un fenomeno del tutto estraneo al circuito europeo.

Il tasso di inflazione altresì è più basso rispetto alle due sorelle anglosassoni, in quanto in prospettiva le richieste salariali saranno contenute, ragion per cui la BCE non dovrà aprire troppo i cordoni della propria borsa per colmare i deficit, che si assottiglieranno alla luce delle misure restrittive in attuazione.  Ma allora il problema dove si annida e nasconde? Semplicemente è la crisi di fiducia e la riluttanza degli investitori del nord europa, di coloro cioè che detengono un eccesso di risparmio necessario per rifinanziare i deficit a costituire una variabile difficilmente gestibile.

A questi aspetti di matrice prettamente economica si intreccia un insoluto problema di carattere istituzionale-sociale che rischia di mandare in frantumi l’utopia di Ventotene, che Spinelli e Rossi avevano tenacemente e parzialmente disegnato proiettando nelle menti di milioni di cittadini europei un sogno ed una speranza sotto la forma di un necessario ed improcastinabile approdo delle democrazie europee. Era ed è sopratutto urgente vincere i particolarismi e andare oltre il perimetro della sovranità nazionale, cogliendone i benefici ma anche collettivizzandone pesi e responsabilità. Il tutto in una cornice che vede un’armonizzazione giuridica, ancora in fieri e in ritardo, e fiscale, alla cui realizzazione hanno impresso velocità e consistenza le vicende della crisi.

Tuttavia, nonostante siano evidenti i pericoli e la drammaticità del fattore tempo, latitante e spesso assente è uno dei convitati fondamentali: la politica con la sua attività di policy making. Dopo la trasformazione, o crollo e declino delle varie ideologie, ci si sarebbe aspettato uno scatto di orgoglio, la volontà e la tenacia di gestire la transizione verso migliori lidi da parte dei fondatori e non del club europeo. Invece, le cronache ci mostrano marcie indietro, giravolte e bizantinismi che allontanano le soluzioni e aggravano la malattia. Purtroppo, mentre misure fiscali possono anche essere predisposte in tempi più o meno ragionevoli, discorso diverso è per la formazione e la maturazione di una classe dirigente di livello e spessore, che tali misure dovrebbe applicare. “Politica progettuale”, capace di superare quella sovranità nazionale che Luigi Einaudi lucidamente annoverava fra i possibili virus destabilizzanti dell’utopia pragmatica cristallizzata nel “manifesto”.

Di quelle pietre angolari necessarie per costruire l’edificio europeo la più elaborata e lavorata sembra sia solo quella dell’Unione monetaria, mentre tutti gli strumenti necessari a renderla operativa sembrano ostaggio di accordi di stampo nazionale da parte dei potenti detentori del risparmio. Allora, fatte queste dovute premesse, cosa o chi avrà la forza e la legittimazione per rinvigorire lo spirito di Ventotene e salvare l’impero dai suoi tarli interni? Saprà la buona politica convincere le riluttanze delle nazioni del nord Europa a farsi carico per la realizzazione di un progetto comune dei pesi che questo comporta?

Policy makers di tutto il continente, se ci siete battete un colpo.


L’austerità economica e le misure draconiane avranno la capacità di evitare il collasso della moneta unica? Dobbiamo rassegnarci alla recessione con conseguente flessione dei consumi, o ci sono altre vie percorribili alla riduzione del debito pubblico?

Ancora giornate infuocate, tristi presagi di recessione, e rassegnazione sui visi di milioni di cittadini europei e di riflesso americani. Il motivo di tale stato d’animo sta nella inevitabilità della crisi globale che pare attanagliare la sopravvivenza del sistema monetario unico europeo, secondo i più pessimisti, e la  “naturale” stagnazione dei consumi, conseguente a politiche economiche rigorose ma necessarie, alle quali non pare proprio far da controaltare una poderosa iniezione di liquidità essenziale per far ripartire i consumi e quindi la domanda aggregata interna pubblica e privata.

Però in questo coro uniforme si levano due autorevole voci che paiono in qualche modo se non smentire, almeno mettere in dubbio la ratio e le direttrici dei vari interventi concordati dalle cancellerie e dagli organi istituzionali di mezzo mondo.

Berlino, per voce del Ministro dell’economia e delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble si spinge fino a disegnare un “Redemption Fund”, ovvero un fondo di salvezza per ciascuno dei paesi della zona Euro. La finalità di tale dirompente ma ingegnosa proposta sarebbe quella di “parcheggiare” tutto il debito che oltrepassi la soglia del 60% del pil in tale fondo, permettendo così ai paesi sotto la lente d’ingrandimento di estinguere l’eccedenza in un’arco temporale di venti anni, da un lato finanziandone la restituzione mediante le entrate fiscali, dall’altro portando a compimento, senza traumi e con efficacia mirata, quelle riforme che spesso veti incrociati e timore non riescono a disegnare.

Tale proposta oltre ad avere una prospettiva di lungo termine e di ampio respiro, ha il pregio e il coraggio di mettere in discussione il totem dell’abbattimento del debito pubblico, (come pochi economisti hanno avuto l’acume e “l’ardire” di sottolineare, ad esempio, Emiliano Brancaccio, valente professore e giornalista, attento alle politiche sociali) unicamente in un’ottica di breve termine sic et simpliciter, che rischia però di deprimere anche quei paesi che avrebbero fondamentali e risorse per crescere, e quindi avere maggiori entrate che permetterebbero di abbattere il debito senza i rischi di una recessione.

Ma se Berlino si sveglia, sulla sponda dell’Atlantico non stanno con le mani in mano e così anche uno degli opinionisti più autorevoli del New York Times, Paul Krugman si unisce ai tedeschi nello sdoganare l’urgente bisogno di politiche monetarie e fiscali espansive, in quanto a sostegno dell’economia, per evitare che l’UE e l’America rimangano prigioniere dei tagli e della paura dell’inflazione, cioè di una crescita dei prezzi, avvitando così la crisi in una stagnazione dai tempi incerti. Ma la tesi di Krugman non è frutto solo di una provocazione-intuizione, ma di una profonda e disincantata analisi dei dati: ante 2008, a scricchiolare erano da un lato il sistema bancario fuori controllo, dall’altro un debito pubblico senza freni che correva quando invece era richiesta prudenza. La bolla, di cui i mutui subprime furono l’avvisaglia più grave, scoppiò, e così la domanda privata interna si ridusse fino a crollare. Ed è in questo scenario di panico generale che i governi dei paesi debitori e non, scelsero la drastica scorciatoia della riduzione della spesa pubblica e dell’aumento della pressione fiscale, senza tener conto dell’opzione della politica di “twist”.

Invero,  l’obiettivo non è in tale opzione solo la stabilità dei prezzi, ma anche la piena allocazione di risorse. Ragion per cui essa svolge un ruolo proattivo nello stimolare l’economia, acquistando titoli di debito a lungo termine (facendo salire il prezzo e quindi deprimendo il tasso di rendimento) e vendendo titoli di debito a breve termine (facendo ridurre il prezzo e salire il tasso di rendimento) così portando benefici virtuosi ai consumi di lungo periodo.

Purtroppo, a quanto pare, l’America e l’Europa sembrano prigionieri dei loro fantasmi, i policy maker, coloro che dovrebbero confezionare gli orientamenti polici ed economici, sono ambivalenti o spesso sospesi tra rigore ed espansione, quando le due direttrici andrebbero, come pare voler fare Mario Monti, unificate.

L’unificazione dovrebbe essere immediata o quantomeno attuata in tempi stringenti, altrimenti le due fasi, riduzione e crescita, rimarrebbero come due parallele, che non convergono mai. Se così fosse, il “credit crunch”, ovvero la stretta creditizia, e la trappola della liquidità, l’incapacità della politica monetaria di influenzare positivamente  la domanda, diverrebbero condizioni preliminari  a scenari cupi e il default sarebbe inevitabile.

Non ci resta che piangere, sperando che le misure draconiane funzionino, o dobbiamo pretendere con vigore anche politiche di stimolo?…Capitani coraggiosi, la campana dell’ultimo giro è suonata!

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