ROMA Dopo gli svariati richiami in ambito europeo, nello specifico dagli organi istituzionali quali il Parlamento europeo, il Comitato dei ministri e la Commissione europea, nonchè la Corte europea per i diritti dell’uomo, anche il più autorevole organo sovranazionale, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite punta l’indice sulla tenuta dei diritti umani del nostro paese; dallo screaning effettuato, i punti dolenti sono quelli già sottolineati in passato: diritti dei migranti, dei rifugiati politici, delle minoranze. Purtroppo, il quadro che ne emerge evidenzia impietosamente e senza attenuanti il ritardo di una delle potenze industriali del G8, con sottolineatura di come ci si sia disinteressati delle pressanti raccomandazioni provenienti proprio dalle Nazioni Unite. E’ questo in sintesi il giudizio severo delle Organizzazioni non governative che hanno monitorato il nostro paese ad un anno dalle raccomandazioni del Consiglio dell’Onu per i diritti umani. Il modus operandi è stato quello di catalogare analiticamente e capillarmente, tramite il prezioso lavoro del Comitato per la promozione e protezione dei diritti umani, comprensivo di una rete di 81 associazioni e ong, tutte le mancanze e le storture in tale materia.

Orbene, emerge icto oculi che il nostro paese alla prova dei fatti si è mostrato, come è sancito nel report, assolutamente inerte –non ha attuato neanche in parte” più della metà dei punti messi in evidenza dall’organismo dell’Onu, cioè le raccomandazioni sui temi più scottanti. La lista è lunga, ma a destare maggior stupore è la mancata ratifica dei protocolli della Convenzione internazionale contro la tortura, che prevedrebbe la creazione di un organismo indipendente per l’ispezione dei luoghi di detenzione, sopratutto dei C.I.E., i “centri di accoglienza” per migranti e richiedenti asilo. Dalla disamina pertanto, è palese che sono le materie sensibili della diatriba politica quelle che gli attivisti sui diritti umani maggiormente contestano e su cui sollecitano interventi urgenti.

A peggiorare il quadro già non confortevole ed edificante, dai resoconti emerge che  “nei confronti degli immigrati sono stati accentuati gli strumenti di repressione”, ed altresì che il Testo Unico sull’immigrazione rende “più vulnerabile e precaria la fruizione dei diritti fondamentali dei cittadini immigrati”. Sono due gli scenari sui cui lavorare maggiormente: da un lato la carenza assoluta di canali idonei a favorire l’educazione al multiculturalismo e alla tolleranza; dall’altro, i nomadi Rom e la loro lingua, nella legislazione italiana non beneficiano di nessuna forma specifica di tutela delle minoranze.

Allo stato degli atti e dei fatti, purtroppo non vi sono spiragli positivi nè possibili proroghe: se infatti è da considerare utile la circostanza che “il governo ha quattro anni di tempo per attuare le raccomandazioni”, come ha ricordato Carola Carazzone, portavoce del Comitato, nello stesso tempo è altrettanto vero ed incongruente che queste ancora non sono state tradotte in lingua italiana. Gli attivisti  però, non si sono limitati ad attirare l’attenzione su tale dato, elaborando una proposta ben strutturata, con l’istituzione di un organismo indipendente per i diritti umani, a cui seguirà “un rapporto a medio termine sull’attuazione delle raccomandazioni”. Il Rapporto di monitoraggio delle Ong costituirebbe in tale ottica, il banco di prova sulla salute dei diritti umani ogni anno. Sarebbe quindi auspicabile che il governo recepisse fin da subito le istanze provenienti dall’ONU e adottasse anche con opportuni aggiustamenti il modello delineato dalle ong.

Così facendo, non solo si offrirebbe prova di una matura dialettica a livello internazionale, ma si evidenzierebbe la capacità di trasformare le idee e le istanze provenienti dalla società civile in fatti concreti, con un metodo fuori dagli schemi di una politica  spesso lenta ed autoreferenziale. In tal modo, si conseguirebbero due risultati con una sola mossa: l’auspicabile miglioramento sul tema dei diritti umani, e un positivo segnale sul funzionamento del nostro sistema costituzionale e democratico. Perchè non provare?!

Annunci

Cara Italia ti scrivo..

aprile 9, 2011


…….CARA ITALIA TI SCRIVO….

L’Italia, la nazione Italia, ha appena compiuto i suoi 150 anni, celebrando questo speciale compleanno dalle piazze piene di tricolori, alle sedi istituzionali, passando per le strade e i  suoi luoghi simbolo. Tuttavia, non bisogna dimenticare e nascondere la circostanza non secondaria che questo paese ancora è diviso purtroppo, su molte cose, dalla storia spesso ancora non largamente condivisa, polarizzata in guelfi e ghibellini, neoborbonici e cavouriani, fascisti e antifascisti, alla geografia che vede ancora un sud creativo ma economicamente fragile alla rincorsa del nord opulento e dinamico, ma soprattutto sulla memoria storica. Ci si dimentica troppo spesso sia da cittadini critici e delusi dalla classe dirigente, sia da “Italiani”, che questo è un grande anzi nobilissimo paese che ha dato un contributo notevole all’umanità con i suoi Artisti che hanno lasciato un museo a cielo aperto disseminando perle su tutto il suolo, ma anche ai suoi valenti scienziati che hanno contribuito con le loro scoperte al progresso, nonché anche ai suoi migranti che nel mondo hanno diffuso prima che uno stile di vita la nostra cultura.

Ebbene si, proprio la nostra “cultura” che nell’anniversario dell’unità italiana subisce drastici tagli in bilancio, proprio la cultura che è stata la linfa dapprima che un territorio diviso in tanti staterelli diventasse nazione, ma soprattutto dopo che dalle macerie del nazifascismo bisognava ritrovare la bussola, come un cemento che anni di dittatura e di sonno della coscienza avevano sgretolato.

Siamo con orgoglio l’unica Nazione al mondo nella quale si è sviluppata prima la cultura italiana e poi la Nazione: ciò sta a significare che non siamo come spesso si sente da qualche poco attento e malizioso commentatore o politico solo una sommatoria di ex stati, una dimensione ed entità solo geografica; siamo altresì una comunità con valori condivisi che faticosamente ha iniziato il proprio percorso e un’opera ciclopica di unificazione, motivata ad esistere come Stato e come Popolo, che ha avuto il primo approdo con il risorgimento, e poi dopo lo smarrimento nel buio ventennio fascista, con il riscatto della resistenza e con la nascita della Costituzione del 47’.

Ma la varietà non è un elemento ostativo anzi: i suoi ottomila comuni, il passare da una collina a un centro urbano sentendo variare accenti, paesaggi e modi di vivere; la classicità, il rinascimento,  i cesari ma anche la chiesa ed i papi. Tutto questo ebbe il pregio di unificare e amalgamare il risorgimento come un pittore impressionista, nella cui tela si colgono tutte le parti che sfumano nell’altra in armonia.

Ma purtroppo l’egoismo di pochi  e il disinteresse dei più fece smarrire la retta via, nel sonno della ragione e delle coscienze del periodo fascista: così L’Italia “tutta” dovette misurarsi con le sue diatribe interne domate e sopite sotto il regime,  i problemi parzialmente risolti, che riesplosero al crollo del fascismo con tutta la loro drammaticità. Dovette quindi l’Italia trovare la forza ma anche l’ingegno di rispondere a problemi e debolezze di ordine costituzionale, politico e sociale con schemi nuovi. Ma soprattutto, era necessario far riemergere la tempra migliore degli animi italiani, l’energia e l’ingegno e l’identità annichilita e frustrata da anni di regime.

La risposta fu delle migliori, come sempre l’ha offerta il “sistema italia” ogni qualvolta il baratro si avvicinava e si rischiava l’implosione: A livello Istituzionale, si registrò il grande innovamento in senso democratico delle nostre istituzioni grazie alle forze politiche antifasciste e partigiane e ai militari rimasti fedeli alla nazione, che culminarono nell’Assemblea costituente da cui nacque la Costituzione del 47’.

Con la carta costituzionale finalmente si ebbe un nuovo e solido impianto statuale, un catalogo di diritti e doveri per i cittadini, ma anche garanzie e principi a cui la prescelta forma di stato repubblicana avrebbe dovuto da quel momento sempre ispirarsi ed a cui la nazione avrebbe dovuto richiamarsi.

Nell’art. 5 Cost. che costituisce il perno di tale forma, si riaffermo ancora una volta dopo il Risorgimento con nettezza l’unità e l’indivisibilità ancorandola però ad un innovatore aspetto, al riconoscimento e alla promozione delle autonomie locali, Regione Provincie e Comuni. Non è un caso che accanto al termine unità nella nostra storia sono presenti pluralità, diversità, ma nell’ottica della solidarietà e sussidiarietà.

Nello scenario economico, in un contesto di macerie e povertà diffusa si fece uno scatto di orgoglio: l’Italia  grazie alle sue risorse umane e materiali  si affacciò con vigore nell’area dei paesi più industrializzati e progrediti, grazie alla più grande intuizione storica di cui è stata antesignana già nell’isola di Ventotene, prima che la guerra avesse fine, e poi partire dagli anni ’50: l’integrazione europea. Fu da quell’evento che la nazione assunse il posto più prestigioso nella più vasta comunità transatlantica e nello scacchiere internazionale. Tuttavia ancora oggi, dalla collocazione senza riserve nell’Europa unita, c’è la chance più grande per affrontare le sfide, le opportunità e le criticità della globalizzazione.

Dal punto di vista sociale, si ebbe la lungimiranza di disinnescare le divisioni “parlamentarizzandole”, allontanando lo spettro di una guerra civile ancora più dannosa e pericolosa della guerra stessa: si scongiurò così con sapienza politica ma anche con senso dello stato il rischio di separatismo e di amputazione del territorio nazionale.

Fu questo forse più autentico “miracolo”, la ricostruzione e il consolidamento dell’identità,  – nonostante aspri conflitti ideologici, politici e sociali – determinando il balzo in avanti, oltre ogni rosea previsione; tale forza emerse in altri periodi bui della repubblica quando insidie subdole e penetranti, attacchi violenti e perniciosi quali stragismo e terrorismo, che parevano sconquassare le basi democratiche, furono immunizzati e debellati mediante il richiamo alla Costituzione e grazie al coinvolgimento di forme di partecipazione sociale; è utile ricordare che è proprio su queste forze che ancora oggi la lotta contro il devastante e mai sopito fenomeno della criminalità organizzata è possibile e vitale.

In tutte queste circostanze emerge chiaramente che a rendere possibili tali “miracoli” abbia contribuito un forte cemento unitario, che tutti ci invidiano, inconcepibile ed inoperante senza identità nazionale condivisa. Fattori di questa nostra identità italiana sono la lingua, la cultura, il patrimonio storico-artistico-naturale.

Purtroppo oggi si registra anche una sporadica ed isolata contestazione, sia al nord che al sud da parte di movimenti politici. Tuttavia, non bisogna tralasciare che anche Nazioni più patriottiche hanno attraversato nella loro storia divisioni marcate: dalla guerra civile che insanguinò gli Stati Uniti, alla rivoluzione francese e agli anni della comune che videro trucidarsi tra di loro i francesi, alla Spagna e al Regno unito al cui interno i separatisti minavano le fondamenta dello Stato stesso. Ma è proprio ai “valori comuni” che tali nazioni hanno fatto ricorso per superare tali avversità. E sono proprio quei valori che oggi cara Italia i tuoi figli un po’ indegnamente o usano e strumentalizzano o peggio mettono in dubbio o rinnegano.

Bisogna urgentemente fare opera di diffusione e approfondimento tra gli italiani per il richiamo a quel senso di unità nazionale non solo in senso geografico: la missione che ci attende non è certo agevole, tra un futuro che desideriamo più equo e giusto e le incognite ed insidie che si frappongono nel mondo. Saranno molte le prove che dovremmo affrontare, navighiamo a vista in un mare sempre più tempestoso e sconosciuto che si chiama modernità: ma da marinai avvezzi alle grandi sfide abbiamo la consapevolezza e la certezza che solo ricorrendo alle nostre più genuine risorse morali e umane, tralasciando particolarismi ed egoismi potremmo approdare al progresso.

Diceva un nobile italiano, Dante,“fatti non foste a viver come bruti,. ma per seguir virtute e canoscenza”.Un invito e ammonimento ancora oggi di lampante attualità..

Auguri cara vecchia, amata ed unica Italia.

Un Tuo figlio.

(Fonte: Marco Cerrone)


 

 


Il problema della gestione e del contenimento dei flussi migratori, da sempre ha rappresentato una questione di vitale importanza per il mediterraneo, in quanto coinvolge da un lato l’esigenza di contrastare l’immigrazione clandestina e la tratta  di essere umani, dall’altro tocca la compatibilità  tra le politiche di regolamentazione dei singoli paesi confinanti e della UE con gli inderogabili obblighi giuridici nonchè morali  in materia di diritti umani. Come sempre accade, la storia va più veloce della Comunità internazionale, spesso smarrita ed impreparata di fronte alle sfide che si propongono sempre più complesse e insidiose, quale appunto la governance dell’immigrazione, sia essa clandestina o regolare. L’italia, da sempre finestra ed osservatorio privilegiato delle questioni mediterranee, negli ultimi anni ma sopratutto in questi  intesi mesi si trova spesso schiacciata e sola, tra due aspetti della stessa questione non scindibili, il rispetto del principio del non refoulement, ovvero il divieto di respingimento dei migranti verso paesi dove possono subire trattamenti inumani e degradanti, e  il contenimento e/o la sistemazione dell’enorme e crescente numero di persone provenienti dalle frontiere dei paesi del nord Africa.

Il contesto che ci troviamo ad affrontare, per un corretto inquadramento delle problematiche sottese e per la ricerca delle possibili strade percorribili, ci impone tuttavia di approfondire preliminarmente il concetto del refoulement e delle sue fonti: tale principio costituisce il caposaldo e il perno della protezione internazionale dei rifugiati, e si trova cristallizzato nell’art. 33 della Convenzione  di Ginevra del 1951, vincolante anche per gli Stati parte del Protocollo del 1967, e nello specifico sancisce che:“Nessuno Stato contraente potrà espellere o respingere (“refouler”) – in nessun modo – un rifugiato verso le frontiere dei luoghi ove la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a causa della sua razza, religione, nazionalità, appartenenza ad una determinata categoria sociale o delle sue opinioni politiche”.

Dal tenore letterale della disposizione si evince pertanto in maniera netta che,  tale protezione è accordata ad ogni persona che è considerata rifugiato ex Convenzione del 1951, ovvero a chiunque soddisfi i criteri “di inclusione” elaborati nella definizione di rifugiato dell’art. 1.A della Convenzione  e che non rientri nell’ambito di una delle disposizioni di esclusione.
L’obbligo di non-refoulement trova adeguata copertura altresì in trattati regionali, quale la Convenzione dell’Organizzazione dell’Unità Africana -OUA -che ha delineato la situazione dei rifugiati in Africa del 1969 (…L’art. II: “Nessuno può essere sottoposto da parte di uno Stato membro a misure quali il rifiuto di ammissione alla frontiera, il respingimento o l’espulsione che lo obbligherebbero a ritornare o a restare in un territorio dove la sua vita, integrità fisica o libertà sarebbero minacciate per i motivi enumerati nell’art. I, paragrafi 1 e 2 che riguarda la persecuzione per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale od opinioni politiche o che sia obbligato ad abbandonare la propria residenza abituale per cercare rifugio da aggressione esterna, occupazione, dominio straniero o gravi turbamenti dell’ordine pubblico”…) e nella Convenzione americana sui diritti umani del 1969. 

Il concetto si trova riaffermato anche nella Dichiarazione di Cartagena sui rifugiati del 1984, nonchè nel Patto sui diritti civili e politici del 1966 interpretato dal Comitato Diritti Umani( nel cui elenco è annoverato…  l’obbligo a non estradare, deportare, espellere o rimuovere in altro modo una persona dal loro territorio, verso luoghi in cui vi sia un rischio reale di danno irreparabile, quali quelli contemplati dagli artt. 6 “diritto alla vita” e 7 “diritto di essere libero da tortura e altre pene o trattamenti crudeli, disumani o degradanti” del Patto stesso, siano essi il paese verso il quale il trasferimento sarà effettuato o qualsiasi altro paese in cui la persona possa essere successivamente trasferita..) e nella Dichiarazione sull’asilo territoriale adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 14 dicembre 1967 tuttavia non vincolante.
Merita particolare attenzione l’art. 38 dello Statuto della Corte Internazionale di Giustizia che menziona “la consuetudine internazionale, in quanto prova di una pratica generale accettata come diritto”, come una delle fonti di diritto che si applica al momento di decidere su dispute, in conformità con il diritto internazionale: L’UNHCR ritiene che il divieto di refoulement, sancito nell’art. 33 della Convenzione del 1951 e completato dagli obblighi di non-refoulement del diritto internazionale dei diritti umani, soddisfi i criteri necessari per assumere il rango di norma di diritto internazionale consuetudinario.
Dopo la rapida panoramica internazionale, bisogna analizzare l’Ordinamento comunitarioin primis, la Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione europea, che nell’art. 19 va a colmare una grave lacuna della CEDU, in quanto nella prima versione del 1950 si era omesso di apprestare una forma di tutela per gli stranieri contro misure abusive di allontanamento, riprendendo i protocolli 6 e 7 dela stessa CEDU e sancendo il divieto di espulsioni collettive nonchè l’estradizione ove vi sia il rischio di tortura e trattamenti inumani.
A livello settoriale, sono state elaborate le direttive comunitarie “accoglienza”(direttiva 2003/9),“qualifiche” (2004/83) e “procedure”(2005/85) con le rispettive norme nazionali di recepimento (d.lgs. 140/2005, d.lgs. 251/2007, d.lgs.2005/85), nell’ottica di adeguare la normativa europea in materia di rifugiati alla Convenzione di Ginevra del 1951.
Nel nostro Ordinamento, la tutela dei diritti fondamentali in tale materia a livello costituzionale è garantita dall’art. 2 Cost. e nello specifico dal diritto d’asilo sancito nell’art. 10, 3° co. Cost. Si aggiunga per completezza espositiva il  t.u. sulla condizione dello straniero (d.lgs. 25.7.1998, n. 286) che prevede all’art. 2, 1°co. il riconoscimento dei diritti fondamentali allo straniero “comunque presente alla frontiera o nel territorio dello Stato”; all’art. 10, 4° co. il divieto di respingimento in caso di asilo politico, riconoscimento dello status di rifugiato, adozione di misure di protezione temporanea per motivi temporanei; all’art. 19 il divieto di espulsione e respingimento verso uno Stato in cui possa essere oggetto di persecuzione per vari motivi ovvero corra il rischio di essere respinto verso un altro Stato in cui non sia protetto dalla persecuzione.
Da questa analisi emerge pertanto che tale divieto assuma il rango di jus cogens, in quanto sancisce il rispetto dei diritti umani fondamentali – espressione di valori della comunità internazionale – e quindi la loro tutela rappresenta un interesse della comunità internazionale nel suo insieme e non l’interesse del singolo Stato.
Dal punto di vista pratico, tale qualificazione ha importantissimi risvolti sopratutto sugli accordi di riammissione, che sono stati uno degli strumenti adottati dall’Unione per contrastare l’immigrazione irregolare nonchè per garantire l’effettività delle espulsioni e dei respingimenti.
Le preoccupazioni per il controllo e il contenimento dell’immigrazione sono un fattore costante nei programmi della Commissione Europea (“Tampere”, “L’Aja”,“Stoccolma”) per garantire lo spazio di libertà, sicurezza, giustizia: da “attenzione” tale tematica è diventata una “preoccupazione” negli ultimi anni per quegli Stati maggiormente esposti a tali flussi. A tal fine  Italia, Malta, Grecia e Spagna hanno costituito nel 2008 il “Gruppo dei Quattro” con la finalità sollecitare un intervento comune a livello europeo e una maggiore solidarietà tra i Paesi membri dell’Ue.
Tale intento tuttavia pare ormai lettera morta e si scontra con i recenti fatti: posto che il principio del non refoulement per la sua valenza di jus cogens non conosce nè tollera limitazioni in base alla provenienza geografica, diventa difficile per i governi dal punto di vista giuridico, in assenza di una univoca base e cornice comunitaria stabilire in situazioni come quella in fieri, chi possa ritenersi “rifugiato”, e pertanto beneficiare delle garanzie predisposte, e chi sia da annoverare “clandestino”, con conseguente decreto di espulsione e pronto reimpatrio, posto che in molti paesi del nord Africa dopo la caduta dei vari regimi manca un interlocutore che garantisca l’effettività della misura nonchè l’assicurazione del rispetto dei diritti umani.
Secondariamente, il codice Shengen, relativo al regime di attraversamento delle frontiere,  prevede che uno Stato possa legittimamente rinviare al paese di primo approdo i clandestini, come sta avvenendo con la Francia che surrettiziamente e cinicamente invoca tale norma, respingendo de facto e de jure quei migranti che fuggono dai centri di identificazione ed accoglienza.
A prescindere dai limiti di carattere giuridico, quello che più desta preoccupazione e profondo rammarico e la totale mancanza  di solidarietà non solo di Parigi, per un problema che attanaglia quotidianamente le nazioni rivierasche in spregio aperto ai basilari principi fondativi della UE.
Invero, esiste una norma europea, nell’occasione volutamente dimenticata o posta in secondo piano, che ha stabilito quando ci sono afflussi improvvisi di sfollati verso uno o più Paesi, spetta all’Ue adottare un piano straordinario che includa la distribuzione tra i Paesi membri degli sfollati per un periodo temporaneo necessario per attuare poi il rimpatrio di coloro che non sono rifugiati: tale  lungimirante ed utile legge infatti potrebbe rappresentare sia in questa occasione che in altre future la clausola di uscita di un intricato quadro politico-giuridico.
In conclusione, sarebbe auspicabile ma sopratutto logico ed urgente abbandonare una politica dell’immigrazione, nello specifico di rimpatrio e di asilo dello “scarica barile” tra stati e quindi di sola matrice intergovernativa ( es. Il Trattato tra Italia e Libia di “amicizia, partenariato e cooperazione”…” il gruppo dei quattro del 2008″) ma comunitaria, come il Trattato di Amsterdam aveva indicato, e che lo spirito di solidarietà a cardine UE dovrebbe informare e guidare  saggiamente.




Quale è il ruolo e il contributo che le religioni possono offrire in relazione al fenomeno migratorio? Questa domanda è riecheggiata prepotentemente nel “Second international Forum on migration and peace”, nel quale si è focalizzato l’attenzione oltre che sulle dimensioni del fenomeno migratorio anche sulla possibilità che le religioni veicolino la coesistenza di varie identità in un mondo sempre più multietnico nel quale le migrazioni non rappresentano più sporadici fenomeni effetti di sole guerre e calamità naturali, ma sono purtroppo il prodotto di una governace economica e politica che ha fatto aumentare la forbice tra il nord del pianeta sempre più opulento, e un sud ricco  di potenzialità ma ridotto ad una vita fatta di stenti e privazioni.

Si stima da autorevoli fonti, quali la proiezione per gli anni 2010-2050 del United Nations-economics and social affairs  departiment , world population prospects, che oggi circa il 3% della popolazione mondiale, quindi circa 200 milioni di persone, lascino le proprie terre di origine verso le aree del mondo più ricche alla ricerca di un tenore di vita dignitoso, oltre che come ci testimoniano gli eventi recenti del nord Africa, per conseguire l’eserizio dei basilari diritti fondamentali negati o compressi negli stati di provenienza.

Orbene, da questo affresco emerge che le migrazioni, per quanto massicce in termini numerici, siano sulla base dei presupposti citati ancora un fenomeno ancora circoscritto ed in fieri, posto che oltre alla molla strettamente materiale, il tenore di vita dignitoso, con il passare del tempo un ulteriore fattore di spinta, quale l’instabilità politico- sociale effetto di un mancato sviluppo democratico a causa delle varie aristocrazie assetate di denaro e potere al comando nei paesi africani, determinerà  in futuro un considerevole aumento dei flussi umani.

E’ evidente quindi che la società come oggi delineata, sopratutto quella occidentale, sarà chiamata a uno stress test: dovrà pertanto dimostrare la capacità di fare squadra delle sue varie componeti: in primis, gli Stati e le organizzazioni internazionali dovranno con equlibrio e tempestività trovare nuovi parametri di ordine socio-culturale nonchè interventi settoriali di carattere legislativo da cui discendano principi guida nella governance e altresì del momento strettamente decisionale, decision making, con il fine di garantire una coesistenza pacifica ed effettiva.

In questa trama, un ruolo saranno chiamate a svolgerlo  oltre alle organizzazioni del terzo settore anche le religioni: infatti, sarà necessario che si spoglino dei propri particolarismi e dalle antiche paure di confronto con gli altri credi, affinchè esercitino un ruolo inclusivo di primo piano. Un aspetto delicato sul quale operare sarà quello di coniugare due fondamentali esigenze: da un lato,  garantire i valori e i costumi di chi arriva in una nazione, dall’altro quello di preservare il background culturale del paese ospitante, il tutto in un’ottica di cooperazione e inclusione. Dovranno quindi esercitare dapprima un ruolo di mediatore di tali  complementari esigenze, e secondariamente, predisporre il corpo sociale, troppo spesso male informato e intimorito da un crescente stato di ansia alimentato dai media, ad una accettazione della presenza dei migranti non meramente recettiva ma attiva. Se questi due campi di intervento saranno soddisfatti adeguatamente, lo Stato potrà  passare poi facilmente ad individuare le specifiche questioni di caratttere materiale quali, il tema del lavoro, l’accesso ai servizi, la legalità, così da gestire in maniera ordinata il fenomo ed esaltarne le potenzialità.

Ciò non sta a significare che le religioni travalichino i confini che le sono propri esondando nel campo della politica, bensì che svolgano un ruolo di sussidiarità nella individuazione delle problematiche e nella proposizione di soluzioni. Come ha sottolineato nitidamente l’Arcivescovo Segretario del Pontificio Consiglio della Pastorale per i migranti e gli itineranti, Mons. Agostino Marchetto,  nel II forum internazionale su migrazione e pace, la cura pastorale deve essere inserita nel più ampio campo dell’accoglienza, oltre al fondamentale dovere di elevare la voce perchè mai sia dimenticata la giustizia intesa come rispetto dei diritti della persona e non solo mera e fredda applicazione di testi legislativi, in modo da porre solide basi per un futura e pacifica convivenza. La strada pertanto sembra tracciata, ora sta agli attori della nostra complessa società  scendere in campo e fare gioco di squadra.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: