2005-01-23-052Un viaggio breve o lungo che sia, per mete nazionali o estere, è pur sempre opportunità di confronto ed al contempo di arricchimento e riflessione.

Capita così che un improvviso e non programmato tour di fine estate tra le strade di Roma ed il litorale jonico, unisca e focalizzi come in uno di quei giochi di enigmistica, una dura e poco digeribile realtà tutta italiana, a cui purtroppo da qualche tempo anche la mia città contribuisce: l’abbandono intollerabile della sua storia e il degrado delle sue ricchezze naturali e architettoniche.

Dalla città eterna, nella quale sgomenti si assiste ad una modernità prepotente che cerca di soffocare le tipicità di un passato da preservare, passando alla città che ha visto il ritrovamento dei bronzi di Riace, e sul cui suolo il matematico Pitagora cercava le armonie del cosmo, i tratti comuni sono purtroppo molti. In un pomeriggio assolato, decido di visitare la splendida colonna di Era a capo Lacinio, ansioso di vedere quel che sui testi avevo letto.CapoColonna2007

Purtroppo, colonna e paesaggio a parte, ritrovo una situazione simile a quella di Rocca Sorella e altre bellezze della nostra zona. Aree che dovrebbero essere preservate o migliorate per una agevole fruibilità, ruderi e testimonianze di ciò che era bello, grande e maestoso, che dovrebbero essere l’anello di congiunzione tra un passato aureo ed un futuro da rifondare, sono ostaggio di una distruttrice indifferenza e di un degrado cinico e brutale.

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Malinconia, un senso di impotenza, frustrazione,  si impossessano di me mentre leggo i cartelli con date di scadenza dei lavori, non ultimati, quando percorro traballanti ed improponibili passerelle per i ruderi: mi richiamano alla mente come un pugno allo stomaco i vicoli sorani, i ruderi del tempio ritrovato occultati in discarica, il Castello dei sorani,  i film di De Sica, simboli ormai di un passato che la mano dell’uomo sta scolorendo.

Tornato dal viaggio, mentre costeggio la via di casa scorgo con lo sguardo triste e un pò rassegnato la mia città: penso ai segni del declino visti nel mio breve tour presenti anche a Sora, spesso non percepiti o peggio sottovalutati.

Rifletto su come i miei concittadini troppo spesso siano presi ed assorbiti in diatribe inconsistenti e in pettegolezzi, mentre i germi dell’ indifferenza corrodono ed erodono progressivamente i ponti di un passato ricco di storia.

Riecheggiano come un tic tac incessante il pensiero delle armonie di Pitagora “dimenticate” da chi ha partorito il rinascimento, la tenacia nel “combattere”  propria dei volsci che sembra non appartenere più ad una popolazione ormai assuefatta a tutto e a tutti, forse anche a se stessa.

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Recensione ad un racconto social fantasy di un mio caro amico disponibile su Amazon.it, intitolato “Call Center”.

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Call center non è solo come potrebbe apparire da una prima lettura un mirabile ed impegnato affresco sulla difficoltosa e nebulosa realtà del lavoro para-subordinato, ma  anche e soprattutto un viaggio “esperienziale” nelle zone d’ombra e meno focalizzate del nostro sistema economico –produttivo, che ne mette a nudo tutte le insidie, gli ingranaggi perversi, e le terrificanti scorie sociali.

L’autore di tale saggio, coniugando leggerezza narrativa ed impegno sociale,  tra spezzoni di poesia, incipit filosofici e richiami musicali di Gaber e Battiato, come un Dante Alighieri nella Divina Commedia, mediante un viaggio “esperenziale” fa emergere con abilità, senza mai essere prolisso, e banale, mai rischiando di scivolare nella retorica, un concetto ed un fenomeno poco studiato dai grandi media contemporanei: il non luogo di Marc Augè.

Si colgono altresì tratti orwelliani di “1984 e dalla fattoria degli animali” quando mette in luce che il lavoratore va “educato… il comportamento non può tendere alla neutralità o alla riflessione (dannosa in ambito produttivo), bensì a un energico entusiasmo decerebrante capace di far ottenere al lavoratore il tanto agognato premio finale.

Ebbene proprio l’apertura di tale viaggio inizia con un richiamo forte che descrive il binomio micidiale di spersonalizzazione e concreto bisogno che spinge il lavoratore para-subordinato a sottomettersi non solo fisicamente “Conosco bene le misure del mio spazio lavorativo: mi fermo un millimetro prima di strappare via il jack” ma soprattutto interiormente “ritorno fedele con le braccia sul tavolo del box dove mi aspettano i pieghevoli che illustrano le caratteristiche patinate dei meravigliosi prodotti da vendere e il decalogo delle cose da dire o da non dire pensati dall’intellighenzia aziendale.

Ma non solo alle distorsioni della realtà lavorativa si ferma la denuncia: infatti, percorrendo le stanze del non luogo, del call center, dal suo box n°103, il protagonista mette a nudo le fragilità e le contraddizioni di un finto benessere che poggia su basi di argilla quando afferma “Il sottobosco lavorativo offre una vastissima gamma di occupazioni surreali e facilmente sostituibili..l’assoluta mancanza di diritti e la facile reperibilità di cosiddette ‘risorse umane usa e getta’ rappresentano l’autentico propellente di quelle aziende che affidano la propria sopravvivenza a una delle carte vincenti della moderna economia: la precarietà del lavoratore.

Ma è proprio quando si ha l’impressione che la sfiducia e la solitudine esistenziale rappresentino necessari ed insormontabili ostacoli Siamo moscerini schiacciati sul parabrezza di un’economia veloce,” – penso in maniera disincantata – “e che nessuno mai rimpiangerà.”  che comincia la lenta risalita e la presa di coscienza. 

Da una forte disvelamento del proprio non essereè il lavoratore che, sopprimendo ogni forma di velleità individualista, deve sincronizzare la propria esistenza interiore e fisica con i tempi della Produzione…l’individuo è morto, il lavoratore trova la chiave di volta e la via d’uscita al suo disagio ed alla sua condanna.

Analizzando così i suoi“corsivi mentali” coglie quale sia il vero ed efficace strumento di difesa contro i“kapo imprenditoriali,…che attuano una costante azione di disturbo psicologico nei confronti di noi, piccoli ingranaggi in bilico tra il bisogno materiale e la mancanza di un sogno. Credono, così facendo, di spronarci, di aizzarci contro i consumatori indecisi e di renderci produttivi”.

Alla cieca devozione ai dogmi di un capitalismo freddo e malato si sostituisce la naturalezza e la spontaneità dell’essere umano troppo spesso sacrificate alle logiche del profitto, restituendo dignità e ragion d’essere all’errore “l’errore è la pausa dalla regola, la distrazione dal Piano, è l’aberrazione che sfida la Noia, è la fuga dello Spirito dall’impegno del Materialismo, è il fiore che spacca l’asfalto, è le “Tredici variazioni sul tema” di Jill Sprecher… È la

vita.

La liberazione dalle catene è quasi completa, il lavoratore a questo punto spacca volutamente e consapevolmente, e con lucidità le certezze e le falsità costruite ad hoc da un sistema egoista ed autoreferenziale, l’energia per la vera produttività non proviene dall’esterno, non può essere imposta, trasmessa per osmosi con micropompe terrorizzanti e lubrificate da minacce occupazionali”culminando quindi con un gesto che racchiude tutta la riflessione maturata“La filosofia del rematore di galea non attecchisce più sul mio cervello frustato e incatenato. Lo schiavo numero 103 abbandona i remi”.

Sembrerebbero risuonare in tale immagine echi del “l’elogio della fuga” di Henri Laborit, “quando non può lottare contro il vento e contro il mare per seguire la sua rotta, il veliero ha due possibilità: l’andatura di cappa che lo fa andare alla deriva, e la fuga davanti alla tempesta con il suo mare in poppa e un minimo di tela…”, ma non solo di fuga si ragiona.

Analizzando però le strutture del sistema con nettezza si fa emergere la contraddizione intrinseca e più drammatica del fenomeno: Il ‘mostro’ è la stupefacente rappresentazione materiale, terribile, esteriorizzata e a volte profetizzata, della superbia umana. Si ha paura del mostro e si combatte il mostro, ma in realtà abbiamo paura della nostra mostruosità e combattiamo i nostri errori”.

L’epilogo,  rappresentato dalla decisione  del protagonista di incendiare il luogo del non lavoro, con il suo carico di liberazione e speranza, è un “Fahrenheit 451” rovesciato: invero in tale scenario il fuoco assurge a simbolo di purificazione ed evoluzione, necessario male per sbloccare momentaneamente uno degli innumerevoli nodi di una filosofia di vita che si impone a sistema organizzatorio della società.

Adesso il protagonista è libero di riprogrammare le coordinate della propria meta!


La virtù del coraggio e del cambiamento oltre ogni lobbies di potere, lo slancio ideale che aveva animato la corsa alla casa bianca sembrano elementi evaporati o tuttalpiù sbiaditi nei programmi di governo del presidente americano, che aveva fatto sognare e dato speranza a milioni di americani e a miliardi di persone in tutto il mondo.

Complice anche la crisi economica e il fuoco di sbarramento incrociato della destra repubblicana e delle varie lobbies, i famigerati limiti alle emissioni nell’atmosfera che dovevano essere il fulcro della tanto cavalcata e annunciata “rivoluzione verde” al momento subiscono un rallentamento: nei programmi, oltre alla  finalità di preservare l’ecosistema, dovevano anche contribuire ad incentivare e rigenerare la vecchia economia verso un’approdo più “green”, ma tuttavia sono stati temporaneamente accantonati alla data del 2013.

Ma cosa è in realtà l’inquinamento della qualità dell’aria? 

L’inquinamento atmosferico in sostanza è la presenza nell’atmosfera di sostanze i cui effetti sono misurabili sull’essere umano,  oltre che sugli animali e sulla natura; il grado di presenza di tali sostanze nell’aria è normalmente, ovvero in assenza di immissioni causate dall’uomo, ad una concentrazione inferiore o inesistente.

Gli inquinanti sono classificati in due categorie principali: la prima, di origine antropica, ovvero prodotti dall’uomo, e quelli naturali.

L’inquinamento derivato dall’utilizzo di tali sostanze negli ambienti aperti viene definito esterno (o outdoor), mentre l’inquinamento negli spazi chiusi, es. gli edifici, è catalogato come interno o indoor. La qualità dell’aria negli ambienti confinati è definita come Indoor Air Quality.

Orbene, allo stato attuale della ricerca e della scienza, sono stati catalogate circa 3.000 sostanze contaminanti dell’aria, in maggioranza derivanti dall’attività umane mediante processi industriali, oltre che a causa dei mezzi di trasporto.

Le modalità di produzione dei vari inquinanti e la loro immissione nell’atmosfera sono variegate, ragion per cui oltre alla difficoltà di monitorarle, diventa estremamente difficoltoso prevederne le ricadute e le possibili soluzioni. Basti pensare che l’immissione di esse provoca una serie di malattie che vanno dalla semplice asma a complicazioni cardiocircolatorie.

Purtroppo, la notizia, sulla scià di questa breve ma necessaria digressione appare preoccupante! Non è solo un mero chiacchiericcio giornalistico, in quanto è la stessa EPA – ENVIRONMENTAL PROTECTION AGENCY, l’ente per la protezione ambientale, a vedere smentite e posticipate le nuove regole in tema di limiti di emissione.

L’intento riformatore sembra solo momentaneamente fermo a causa della lentezza con cui si dovrebbe operare in primis nel settore legislativo per ridurre e semplificare la selva legislativa che graverebbe come un ulteriore macigno sulle imprese; ma sopratutto per la scarsa propensione del sistema imprese americano, in netto ritardo sul fronte innovazione, per la circostanza non secondaria che se venissero approvati i famigerati limiti in materia di emissione rebus sic stantibus, si provocherebbe un’emmorraggia occupazionale ulteriore e una corsa alla delocalizzazione verso quei paesi in cui tutto è lecito e permesso in materia ambientale.

Eppure, è proprio questo il momento che richiederebbe coraggio ed incisività nel voltare pagina con il passato e di allinearsi a nazioni che su tale fronte sono ormai in vantaggio. Ma la preoccupazione di deprimere un’economia già ostaggio dei suoi stessi errori e fantasmi, rischia di bloccare e forse arenare, sotto la scusa della necessità di salvaguardare l’occupazione un radicale ripensamento del modo di produrre oltre che di un rimodulamento degli stili di vita, necessari quanto più improcastinabili nel declino del gigante americano.

Purtroppo, come se non bastasse tale decisione rischia di provocare anche un terremoto tra tutti quei sostenitori che erano stati la linfa della sua trionfante cavalcata, che avevano risvegliato milioni di sfiduciati americani dal torpore e dall’astensionismo elettorale. Si sentono traditi, utilizzati, e per il momento il loro sfogo si ferma a dichiarazioni.

Ma se non vedessero mutare i presupposti dell’azione di governo, quelle migliaia di cause ambientaliste ritirate in campagna elettorale (si ricordi John Walke a capo del Natural Resource Defense Council), potrebbero ritrovare vigore, e decretare la sicura non rielezione del profeta venuto da Chicago.

La luna di miele sta giungendo alla fine? Il banco di prova, sarà quasi certamente la decisione sulla costruzione del super-oleodotto che dovrebbe garantire l’approvigionamento di petrolio dal Canada fino al golfo del Messico. Se vincerà il si, le lobby avranno vinto la partita più difficile, con un ritorno non solo economico.  Ad essere sconfitto sarà un movimento trasversale globale, e una prospettiva di vita.

La qualità dell’aria e il sogno di un mondo più pulito naufragheranno forse per sempre..

Resisti Barack!


Sembra uno scherzo, un pesce d’aprile estivo, ma non è così! E’ il responso pesante come un macigno che creerà un prevedile vespaio di polemiche: l’AIA, viene accordata allo storico stabilimento siderurgico di Taranto.

Allo stato dei fatti, l’accordo è più un frutto avvelenato che una conquista dopo anche le polemiche che lo hanno preceduto e il rifiorire degli attriti fra istituzioni, comitati cittadini e associazioni ambientaliste sulla necessità di conciliare le produzioni dell’Ilva ed le necessità occupazionali dei i suoi circa 13mila dipendenti, con la tutela di popolazione e ambiente che hanno subito e tuttora subiscono i danni irreversibili di questa convivenza, da anni senza un preciso raccordo normativo adeguato.

Ma non mancano, nemmeno a livello istituzionale, le voci a sostegno di esso: “Siamo riusciti a tenere insieme le ragioni dell’ecologia con quelle dell’economia e del diritto al lavoro”, ha con fermezza ribadito Lorenzo Nicastro, assessore alla qualità dell’ambiente della Regione Puglia. Al contrario, vengono respinte tali iniziative e bollate come conquiste insufficienti dai comitati cittadini e  dai gruppi ambientalisti che invece pongono l’attenzione sull’aumento della capacità produttiva di acciaio stimata sui15 milioni di tonnellate annue, nonchè sull’assenza incomprensibile di restrizione di alcuna sorta alle emissioni per diverse tipologie di sostanze dannose e altresì si lamenta l’inadeguatezza dei monitoraggi e dei controlli sulle emissioni e gli scarichi dell’industria. Su questo ordine di idee si staglia la dichiarazione di Angelo Bonelli, il presidente nazionale dei Verdi, “È una Aia vergognosa perché non sono previsti limiti alla fonte di emissione per quanto riguarda sostanze dannose per la salute come il cadmio, cromo esavalente, mercurio e i metalli pesanti”, con all’orizzonte un ricorso al Tar avverso la concessione dell’autorizzazione.

Un sostegno oggettivo a tali preoccupazioni concernenti gli effetti dell’impatto ambiatale dell’Ilva, arriva nel frattempo dagli ultimi dati dell’Arpa:La concentrazione di benzo(a)pirene sottovento nei pressi delle ciminiere è pari a 4.46 ng/m3, molto più alta di quella sopravento (0.06) e di quella con calma di vento (0.27). Se ne deduce il contributo praticamente esclusivo di Ilva”.

Purtroppo, a voler essere obiettivi, tale autorizzazione aveva già a monte un vizio difficilmente superabile con i buoni propositi, stante il reiterato e mai celato comportamento e la leggerezza con cui i vertici dell’accieria fronteggiano da anni la spinosa questione dei danni ambientali legati alla propria attività: invero, la situazione è stata monitorata prima e fotografata poi, da una relazione depositata nei giorni scorsi dai Carabinieri del Noe alla procura di Taranto, in relazione all’ inchiesta che vede attualmente imputati il presidente Emilio Riva, il figlio Nicola e alcuni dirigenti dello stabilimento per disastro colposo, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, avvelenamento di sostanze alimentari, danneggiamento aggravato di beni pubblici, getto di cose pericolose e inquinamento atmosferico.

Ma cosa è l’AIA? E QUALI SONO I FINI E SOPRATUTTO I PRESUPPOSTI PER OTTENERNE IL RILASCIO? L’autorizzazione integrata ambientale (AIA) é il provvedimento che autorizza l’esercizio di un impianto o di parte di esso a determinate condizioni, al fine di assicurare la rispondenza ai requisiti di cui alla parte seconda del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, come modificato dal decreto legislativo 29 giugno 2010, n. 128, che costituisce l’attuale recepimento della direttiva comunitaria 2008/1/CEdel Parlamento Europeo e del Consiglio del 15 gennaio 2008 sulla prevenzione e la riduzione integrate dell’inquinamento (IPPC). Ai sensi di quanto previsto dall’articolo 29-quattuordecies del citato D.Lgs. 152/06, tale autorizzazione risulta assolutamente necessaria per consentire tutte quelle attività elencate nell’allegato VIII alla parte seconda dello stesso decreto.

In linea con i principi della convenzione di Aarhus e con quanto previsto dagli artt 29-quater, 29-decies del D.Lgs. 152/06, per facilitare e promuovere l’accesso all’informazione e la partecipazione del pubblico, questo Ministero avrà l’onere di curare la pubblicazione on-line della documentazione fornita dai gestori ai fini del rilascio delle AIA di competenza statale, relative agli impianti di cui all’ allegato XII alla parte seconda del D.Lgs. 152/06.

Orbene, è utile ribadire che eventuali osservazioni sulle istanze potranno essere presentate dopo la pubblicazione dell’apposito avviso a mezzo stampa e durante tutto il procedimento dai soggetti interessati in forma scritta o con e-mail certificata al competente ufficio del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare.

E’ palese quindi anche ai non dietrologisti sulla base di quanto esposto, che il rilascio dell’Autorizzazione integrata ambientale (AIA) all’Ilva, più che essere un rimedio ai disastri ambientali perpetrati, rappresenta allo stato attuale un passaggio fondamentale, necessario esclusivamente per il proseguimento delle attività nel più grande stabilimento siderurgico d’Europa.

Ma come è possibile che uno strumento legislativo come l’AIA, si sottragga alle finalità che invece sarebbe chiamato a garantire e tutelare? Una dimostrazione ulteriore dello sconfinamento delle ragioni economiche su quelle statuali?

Purtroppo, in gioco ci sono innanzitutto valori costituzionali, quali il diritto alla salute ex art. 32, e di derivazione costituzionale, quale quello alla salubrità dell’ambiente, ma anche e sopratutto, la qualità del sistema democratico, in quanto vi è una prevaricazione e erosione degli interessi facenti capo alle parte delle lobby economiche sui diritti dei cittadini.

Situazioni come questa non hanno altro effetto che quello di alimentare la diffidenza dei cittadini verso le istituzioni e di accrescere il distacco e l’apatia verso il potere costituito. E’ innegabile che andavano salvaguardate le necessità occupazionali, ma mettere una toppa a un disastro ambientale senza almeno garantire una futura via d’uscita, con tempi e modalità certe di bonifica, è un prezzo troppo salato per i cittadini-contribuenti pugliesi e un boccone troppo amaro per tutte quelle famiglie che hanno visto i propri cari spegnersi lentamente a causa dei veleni sparsi negli anni passati.

Altro passo verso il baratro? In attesa di un ravvedimento o di rassicurazioni in tal senso…si!

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