L’ultimo studio della Banca d’Italia mette in luce ancora di più, come se non ce ne fosse bisogno, con autorevolezza e con dati analitici un nuovo problema, o meglio l’evoluzione di un dramma tutto italiano: quella della redistribuzione della ricchezza.

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Ma redistribuzione della ricchezza non solo tra ricchi,  -semplicisticamente coloro che detengono risorse e redditi in misura maggiore -e poveri, coloro che  non lavorano o peggio che nonostante il lavoro sono a forte rischio economico, di scivolamento ed esclusione sociale.

Infatti il problema della diseguaglianza colpisce sopratutto le nuove generazioni: secondo quanto riferisce l’Ocse nel suo ultimo rapporto sulla distribuzione del reddito percepito, l’indice di Gini, – che misura la distribuzione del reddito e non della ricchezza, per l’Italia nel 2010 era pari a 0.46, era secondo solo a quello degli Stati Uniti (vicino allo 0.53) e simile a quello del Portogallo.

Ora?  I dati sono impietosi, in vent’anni povertà triplicata tra i giovani e raddoppiata tra gli affittuari”. Ne consegue pertanto che non solo la sbandierata “crisi” ha portato a questo nefasto scenario, ma sopratutto un processo cominciato già da tempo e che è venuto consolidandosi nel corso dell’ultimo ventennio. Siamo un Paese che arranca, che non investe nell’istruzione di qualità per  i suoi giovani, che sono disoccupati e sempre più poveri.

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Inoltre, c’è un sistema duale a livello retributivo, pensionistico, assistenziale, che da molte garanzie alle passate generazioni, lasciando però i giovani senza paracaduti, senza risorse per apprestare i più basilari strumenti di tutela dei propri diritti. 

Gli studiosi hanno coniato l’espressione “distorsione distributiva”  per evidenziare il divario tra le diverse categorie occupazionali, una opposizione tra insiders e outsiders, rispetto alla possibilità di accedere alle prestazioni e alla generosità delle prestazioni: da tale contesto sono state enucleate tre diverse categorie: garantiti, semigarantiti, e non garantiti.

Quindi che fare? Lasciare tutto come sta, far finta di nulla? Una classe politica che ha ipotecato con egoismo e superficialità il futuro di una generazione intera ha adesso l’obbligo non solo morale ma anche etico di dare risposte e mettere in atto azioni concrete.

Una Nazione che ha già il problema della diseguaglianza tra Nord e Sud, non può permettersi, pena la sua dissoluzione sociale, uno scontro generazionale tra iper-garantiti e coloro che hanno ereditato le macerie di un sogno ormai sbiadito.

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UNO STRALCIO DEL MIO PROGETTO DI RICERCA CHE HA CONCORSO PER L’ “EUROPEAN SOCIAL COMPETITION”

DELLA COMMISSIONE EUROPEA

INTITOLATO A DIOGO VASCONCELOS.

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RATIO DEL MODELLO

La difficoltà non sta nel credere nelle nuove idee, ma nel fuggire da quelle vecchie” – John Maynard Keynes

Introduzione

Il sistema capitalistico moderno, nel suo modulo organizzativo più affermato, quello dell’economia di mercato, si caratterizza per la compresenza di due criticità tra loro strettamente interconnesse e complementari: da un lato la intrinseca instabilità del sistema economico che alterna periodi di espansione e benessere con fasi di acuta contrazione; dall’altro le conseguenze oggettive-sociali delle endemiche e cicliche crisi, elevati tassi di disoccupazione nonché fallimenti e chiusure di imprese.

In questo panorama, come per la grande crisi del 29’, il problema non è solamente di carattere economico-finanziario, quindi contingente: invero, non solo bisogna fronteggiare la fisiologica distruzione di ricchezza che tale fenomeno genera, ma altresì le pesanti ed onerose ripercussioni di ordine sociale che comunque rappresentano anche un costo per gli stati ed i cittadini.

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                                CRITICITA’

In tale contesto, fluido, magmatico ed in continua evoluzione, i nodi cruciali del mercato del lavoro, italiano ed europeo da affrontare sono:

  •     l’evoluzione sempre più rapida dei processi produttivi;

  •      le sfide delle nuove economie emergenti;

  •     il mancato incrocio di competenze professionali

Invece, le criticità attuali del settore industriale europeo possono essere elencatene così:

  •     la mancanza di competitività;
  •      il ritardo nell’innovazione tecnologica;
  •      la capacità di ristrutturarsi e riconvertirsi in tempi rapidi per stare sul mercato.

 

                         GUIDE LINES

Per quanto concerne il Lavoro, nella “learning society” si rendono sempre più urgenti strumenti e moduli di aggiornamento e continui upgrade che permettano a migliaia di lavoratori spesso nel limbo della disoccupazione strutturale di rendersi e/o rimanere appetibili per il mercato del lavoro e di diventarlo nuovamente.

Discorso analogo con identica ratio vale per il tessuto industriale spesso incapace o poco incline a rinnovarsi e ad essere competitivo, a causa anche delle influenze di un paternalismo statale a carattere assistenzialista dei decenni precedenti; ne consegue che si scaricano così troppo frettolosamente sulle finanze pubbliche e quindi sulla società i ritardi e/o errori, nella mancanza anche di canali di finanziamento o di supporto logistico adeguati che invece permettano di invertire la tendenza e di recuperare gap di competitività.

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Obiettivo

Ci proponiamo pertanto di porre rimedio alle disfunzioni sistemiche dell’economia di mercato europea nonché alle carenze di risposta a livello legislativo mediante l’elaborazione di un articolato e dinamico sistema incentrato su due istituzioni comunitarie, una a carattere strumentale e di supporto, l’altra a carattere esecutivo, che devono operare congiuntamente e sinergicamente:

  •    la B.E.L. la Borsa Europea Lavoro;
  •     il Fondo “Rise Up”.

STRUMENTI

Fase I- Screening

1)    La Borsa europea Lavoro:

Essa rappresenta in tale modello il fulcro del sistema: dal punto di vista strutturale dovrebbe essere delineata come un’istituzione comunitaria che fa da terminale alle varie agenzie del lavoro degli stati, dal C.O.L. italiano, il centro orientamento lavoro, al job guidance center britannico, al Centres d’Orientation au travail francese, al Centros d’Orientacion al trabajo spagnolo etc..ff

 

 

L’obiettivo è quello di raccogliere, analizzare, sintetizzare e catalogare i dati riguardanti il mercato del lavoro delle varie nazioni, acquisiti sia in forma diretta (conduzione di indagini mirate sul territorio e banche dati già in possesso), che indirettamente, offrendo un quadro sintetico e chiaro. Uno degli aspetti maggiormente innovativi del servizio de quo, è quindi quella di fornire uno screening analitico del mercato del lavoro comunitario, sia in termini di domanda che di offerta di lavoro. Da tale analisi quindi si formerà una banca dati che verrà ordinata in una “borsa lavoro europea” con una serie di indicatori che evidenzieranno:

  • i lavori e le competenze maggiormente richieste;
  •   i profili più ricercati e carenti sul mercato;

  •  le forze lavoro in eccedenza od espulse,

    che necessitano di riqualificazione e di reinserimento;

    
    
  •   i settori industriali in crisi.index

 

                                 AZIONI

Da tale monitoraggio quindi potranno prendere corpo due ordini di azioni, singolarmente e/o congiuntamente, con il supporto finanziario del Fondo “rise up”:

 

  •     la riqualificazione professionale mediante voucher formativi o mediante corsi e/o programmi di formazione dei lavoratori inoccupati o “esodati”;

 

  •     la riconversione o ristrutturazione delle imprese in difficoltà ( es. Caso Ilva di Taranto, Miniere del Sulcis Italia) oppure il sostegno finanziario alle pmi per lo start up nei settori emergenti.

Project manager  p.Avv. Valentino Cerrone


Recensione ad un racconto social fantasy di un mio caro amico disponibile su Amazon.it, intitolato “Call Center”.

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Call center non è solo come potrebbe apparire da una prima lettura un mirabile ed impegnato affresco sulla difficoltosa e nebulosa realtà del lavoro para-subordinato, ma  anche e soprattutto un viaggio “esperienziale” nelle zone d’ombra e meno focalizzate del nostro sistema economico –produttivo, che ne mette a nudo tutte le insidie, gli ingranaggi perversi, e le terrificanti scorie sociali.

L’autore di tale saggio, coniugando leggerezza narrativa ed impegno sociale,  tra spezzoni di poesia, incipit filosofici e richiami musicali di Gaber e Battiato, come un Dante Alighieri nella Divina Commedia, mediante un viaggio “esperenziale” fa emergere con abilità, senza mai essere prolisso, e banale, mai rischiando di scivolare nella retorica, un concetto ed un fenomeno poco studiato dai grandi media contemporanei: il non luogo di Marc Augè.

Si colgono altresì tratti orwelliani di “1984 e dalla fattoria degli animali” quando mette in luce che il lavoratore va “educato… il comportamento non può tendere alla neutralità o alla riflessione (dannosa in ambito produttivo), bensì a un energico entusiasmo decerebrante capace di far ottenere al lavoratore il tanto agognato premio finale.

Ebbene proprio l’apertura di tale viaggio inizia con un richiamo forte che descrive il binomio micidiale di spersonalizzazione e concreto bisogno che spinge il lavoratore para-subordinato a sottomettersi non solo fisicamente “Conosco bene le misure del mio spazio lavorativo: mi fermo un millimetro prima di strappare via il jack” ma soprattutto interiormente “ritorno fedele con le braccia sul tavolo del box dove mi aspettano i pieghevoli che illustrano le caratteristiche patinate dei meravigliosi prodotti da vendere e il decalogo delle cose da dire o da non dire pensati dall’intellighenzia aziendale.

Ma non solo alle distorsioni della realtà lavorativa si ferma la denuncia: infatti, percorrendo le stanze del non luogo, del call center, dal suo box n°103, il protagonista mette a nudo le fragilità e le contraddizioni di un finto benessere che poggia su basi di argilla quando afferma “Il sottobosco lavorativo offre una vastissima gamma di occupazioni surreali e facilmente sostituibili..l’assoluta mancanza di diritti e la facile reperibilità di cosiddette ‘risorse umane usa e getta’ rappresentano l’autentico propellente di quelle aziende che affidano la propria sopravvivenza a una delle carte vincenti della moderna economia: la precarietà del lavoratore.

Ma è proprio quando si ha l’impressione che la sfiducia e la solitudine esistenziale rappresentino necessari ed insormontabili ostacoli Siamo moscerini schiacciati sul parabrezza di un’economia veloce,” – penso in maniera disincantata – “e che nessuno mai rimpiangerà.”  che comincia la lenta risalita e la presa di coscienza. 

Da una forte disvelamento del proprio non essereè il lavoratore che, sopprimendo ogni forma di velleità individualista, deve sincronizzare la propria esistenza interiore e fisica con i tempi della Produzione…l’individuo è morto, il lavoratore trova la chiave di volta e la via d’uscita al suo disagio ed alla sua condanna.

Analizzando così i suoi“corsivi mentali” coglie quale sia il vero ed efficace strumento di difesa contro i“kapo imprenditoriali,…che attuano una costante azione di disturbo psicologico nei confronti di noi, piccoli ingranaggi in bilico tra il bisogno materiale e la mancanza di un sogno. Credono, così facendo, di spronarci, di aizzarci contro i consumatori indecisi e di renderci produttivi”.

Alla cieca devozione ai dogmi di un capitalismo freddo e malato si sostituisce la naturalezza e la spontaneità dell’essere umano troppo spesso sacrificate alle logiche del profitto, restituendo dignità e ragion d’essere all’errore “l’errore è la pausa dalla regola, la distrazione dal Piano, è l’aberrazione che sfida la Noia, è la fuga dello Spirito dall’impegno del Materialismo, è il fiore che spacca l’asfalto, è le “Tredici variazioni sul tema” di Jill Sprecher… È la

vita.

La liberazione dalle catene è quasi completa, il lavoratore a questo punto spacca volutamente e consapevolmente, e con lucidità le certezze e le falsità costruite ad hoc da un sistema egoista ed autoreferenziale, l’energia per la vera produttività non proviene dall’esterno, non può essere imposta, trasmessa per osmosi con micropompe terrorizzanti e lubrificate da minacce occupazionali”culminando quindi con un gesto che racchiude tutta la riflessione maturata“La filosofia del rematore di galea non attecchisce più sul mio cervello frustato e incatenato. Lo schiavo numero 103 abbandona i remi”.

Sembrerebbero risuonare in tale immagine echi del “l’elogio della fuga” di Henri Laborit, “quando non può lottare contro il vento e contro il mare per seguire la sua rotta, il veliero ha due possibilità: l’andatura di cappa che lo fa andare alla deriva, e la fuga davanti alla tempesta con il suo mare in poppa e un minimo di tela…”, ma non solo di fuga si ragiona.

Analizzando però le strutture del sistema con nettezza si fa emergere la contraddizione intrinseca e più drammatica del fenomeno: Il ‘mostro’ è la stupefacente rappresentazione materiale, terribile, esteriorizzata e a volte profetizzata, della superbia umana. Si ha paura del mostro e si combatte il mostro, ma in realtà abbiamo paura della nostra mostruosità e combattiamo i nostri errori”.

L’epilogo,  rappresentato dalla decisione  del protagonista di incendiare il luogo del non lavoro, con il suo carico di liberazione e speranza, è un “Fahrenheit 451” rovesciato: invero in tale scenario il fuoco assurge a simbolo di purificazione ed evoluzione, necessario male per sbloccare momentaneamente uno degli innumerevoli nodi di una filosofia di vita che si impone a sistema organizzatorio della società.

Adesso il protagonista è libero di riprogrammare le coordinate della propria meta!


bansky-sale_ends_today“Non c’è niente di più pericoloso che illudersi di aver trovato una soluzione semplice ad un problema complesso!”-

Questa frase che al tempo stesso costituisce anche un’osservazione prospettica mette in luce tutte le fallacità ed i pericoli insiti nelle soluzioni propinate e spesso improvvisate nel nostro mondo dagli statisti ed operatori più affermati, fino ai saltimbanchi moderni e neo-azzecarbugli che stanno invadendo tutti gli spazi da quello economico -politico fino a quello culturale.

C’è  insomma crisi! Ma che tipo di crisi e quante crisi ci sono?

Crisi, la parola più ricorrente, nella nostra quotidianeità, da quella economica a quella sociale, ambientale, politica, per poi focalizzarsi su quella strictu sensu di valori che ne costituisce il tratto comune alle sue varie declinazioni e che potrebbe invece rappresentare la chiave di volta e la soluzione da adottare.

Purtroppo, nonostante il benessere  anche materiale in cui viviamo, la nostra epoca sarà ricordata come quella popolata da nuovi barbari, tecnologicamente muniti di ogni marchingegno moderno, dandy della nuova epochè, ma moralmente e spesso anche culturalmente e professionalmente poveri, carenti, invisibili.

Ci sarebbe bisogno come ha chiaramente affermato Roberto Benigni nella sua innovativa declinazione dei principi della Costituzione della cultura umanista e dei sui più infaticabili alfieri, gli “umanisti”, ormai relegati dal “mercato del lavoro” a casta infima da isolare o solo sfruttare.

Ci vorrebbe un renaissance moderno di quei valori che hanno ispirato e fatto da detonatore al bello sia in senso estetico che in campo relazionale, contribuendo a rendere la nostra Nazione la culla della modernità, quando nel resto del mondo il buio dell’incultura dominava.

Ma potranno i nuovi ed invisibili “umanisti”, sbeffeggiati anche nello slang televisivo come”umanitari”, ritagliarsi uno spazio pubblico di dibattito, e tentare di  contrastare e vincere i nuovi barbari?

Analizzando freddamente i presupposti, in assenza di riviviscenza di tale armata di invisibili riservisti depositari dei valori umanisti, la risposta è negativa e gli scenari cupi.

Siamo  pertanto destinati ad avvitarci in una povertà, dapprima percepibile solo come  meramente economica, ed in seguito anche culturale e sociale, che potrebbe spalancare le porte ad un nuovo medioevo?

L’anno che verrà porta con se mille speranze ma anche paure: i nuovi barbari bussano alle porte e le loro orde in doppiopetto ed iphone, famelicamente si preparano a sgretolare le fondamenta del nostro vivere civile ed i valori che ne costituiscono gli enzimi e gli anticorpi contro i vari vulnus che nascono dalla parte oscura dell’umanità.

Umanisti se ci siete battete un colpo….

 


Un martedì di una routinaria settimana di quelle che già vorresti fosse sabato, pregno di preoccupazioni e ansie, ed ecco che ad un certo punto il telefono squilla: rispondo e dall’altro lato c’è uno degli “amici”, perchè dopo Catanzaro agli Stati generali del mezzogiorno così li sento;  mi propone di  RI-presentare la nostra idea per il paese per il barcamp speciale intitolato InNovacamp che si terrà a casa del Papa, nel cortile della Chiesa cattolica, nella prestigiosa Università lateranense, nella quale non si insegna come potrebbe pensarsi erroneamente solo teologia. Invero, da anni tale Università è uno degli embrionali think tank moderni, nel quale si fondono innovazione e tradizione, modernità e futuro, salvezza e dannazione.

E proprio salvezza o dannazione, l’aut aut che fa da sfondo a tale manifestazione: più che una minaccia un detonatore pronto ad essere utilizzato dai vari barcamper per dare una scossa, non solo alle coscienze sopite ed impaurite dalla crisi  ma anche all’establishment produttivo-finanziario e al sistema paese nel suo insieme.

Si parte! Dopo la Lectio Magistralis del sociologo Zygmunt Bauman, seguono i saluti di S. E. Mons. Enrico dal Covolo, Rettore della Pontificia Università Lateranense, gli interventi di Gianni Letta, Presidente della Fondazione Civitas Lateranensis, di Pier Luigi Celli, innovatore rettore LUISS nonchè Presidente Fondazione ItaliaCamp, di Fabrizio Sammarco, vulcanico e applauditissimo Presidente Associazione ItaliaCamp, ed Antonio Catricalà, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.

Seguiranno  poi in ordine i Ministri in pectore Elsa Fornero e Paola Severino a chiudere il cerchio degli interventi che hanno riempito di contenuti l’auditorium pieno oltre ogni ordine di posto.

L’adrenalina è già alle stelle! Come formiche si esce dalla sala soddisfatti e consapevoli di vivere e rappresentare un cambiamento epocale, i poteri forti, il sistema-paese che  da qualche tempo a questa parte ascolta i giovani, un rovesciamento oltre che di prospettive oserei dire generazionale. Seguiranno poi le sessioni per discutere con esponenti del mondo della cultura e del giornalismo i temi della crescita e sviluppo.

Dall’aula 200 – “San precario, quale patto tra le generazioni” per l’area impresa e lavoro; ambiente ed energia, aula 204, “Green generations, ricerca di nuove energie”; aula Pio IX, “Camp mentis, Tecnologia ed innovazione sociale”.

Ed infine, Aula Paolo VI, “Forward to, oltre lo spread: eurozona ed Europa politica”, nella quale, assieme al  brillante gruppo Abruzzese capitanato da Armado Luigi Di Giorgio, mi trovo (ci troviamo con le mie “collaboratrici”) a relazionare: arriva il mio turno, salgo sopra il leggìo e presento il nostro “Comunità interattive & spending review: l’empowerment nella finanza pubblica locale”.

In considerazione della tematica affrontata,  e bene ricordare che saranno valorizzate le migliori idee-proposte, mediante pubblicazione nel primo Rapporto sull’Innovazione Sociale, redatto dal Centro di Ricerca Internazionale per l’Innovazione Sociale “ItaliaCamp”.

La giornata è finita, il treno ci aspetta, si torna a casa come siamo arrivati, armati di sorriso e tante belle speranze.

 

 

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