Recensione ad un racconto social fantasy di un mio caro amico disponibile su Amazon.it, intitolato “Call Center”.

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Call center non è solo come potrebbe apparire da una prima lettura un mirabile ed impegnato affresco sulla difficoltosa e nebulosa realtà del lavoro para-subordinato, ma  anche e soprattutto un viaggio “esperienziale” nelle zone d’ombra e meno focalizzate del nostro sistema economico –produttivo, che ne mette a nudo tutte le insidie, gli ingranaggi perversi, e le terrificanti scorie sociali.

L’autore di tale saggio, coniugando leggerezza narrativa ed impegno sociale,  tra spezzoni di poesia, incipit filosofici e richiami musicali di Gaber e Battiato, come un Dante Alighieri nella Divina Commedia, mediante un viaggio “esperenziale” fa emergere con abilità, senza mai essere prolisso, e banale, mai rischiando di scivolare nella retorica, un concetto ed un fenomeno poco studiato dai grandi media contemporanei: il non luogo di Marc Augè.

Si colgono altresì tratti orwelliani di “1984 e dalla fattoria degli animali” quando mette in luce che il lavoratore va “educato… il comportamento non può tendere alla neutralità o alla riflessione (dannosa in ambito produttivo), bensì a un energico entusiasmo decerebrante capace di far ottenere al lavoratore il tanto agognato premio finale.

Ebbene proprio l’apertura di tale viaggio inizia con un richiamo forte che descrive il binomio micidiale di spersonalizzazione e concreto bisogno che spinge il lavoratore para-subordinato a sottomettersi non solo fisicamente “Conosco bene le misure del mio spazio lavorativo: mi fermo un millimetro prima di strappare via il jack” ma soprattutto interiormente “ritorno fedele con le braccia sul tavolo del box dove mi aspettano i pieghevoli che illustrano le caratteristiche patinate dei meravigliosi prodotti da vendere e il decalogo delle cose da dire o da non dire pensati dall’intellighenzia aziendale.

Ma non solo alle distorsioni della realtà lavorativa si ferma la denuncia: infatti, percorrendo le stanze del non luogo, del call center, dal suo box n°103, il protagonista mette a nudo le fragilità e le contraddizioni di un finto benessere che poggia su basi di argilla quando afferma “Il sottobosco lavorativo offre una vastissima gamma di occupazioni surreali e facilmente sostituibili..l’assoluta mancanza di diritti e la facile reperibilità di cosiddette ‘risorse umane usa e getta’ rappresentano l’autentico propellente di quelle aziende che affidano la propria sopravvivenza a una delle carte vincenti della moderna economia: la precarietà del lavoratore.

Ma è proprio quando si ha l’impressione che la sfiducia e la solitudine esistenziale rappresentino necessari ed insormontabili ostacoli Siamo moscerini schiacciati sul parabrezza di un’economia veloce,” – penso in maniera disincantata – “e che nessuno mai rimpiangerà.”  che comincia la lenta risalita e la presa di coscienza. 

Da una forte disvelamento del proprio non essereè il lavoratore che, sopprimendo ogni forma di velleità individualista, deve sincronizzare la propria esistenza interiore e fisica con i tempi della Produzione…l’individuo è morto, il lavoratore trova la chiave di volta e la via d’uscita al suo disagio ed alla sua condanna.

Analizzando così i suoi“corsivi mentali” coglie quale sia il vero ed efficace strumento di difesa contro i“kapo imprenditoriali,…che attuano una costante azione di disturbo psicologico nei confronti di noi, piccoli ingranaggi in bilico tra il bisogno materiale e la mancanza di un sogno. Credono, così facendo, di spronarci, di aizzarci contro i consumatori indecisi e di renderci produttivi”.

Alla cieca devozione ai dogmi di un capitalismo freddo e malato si sostituisce la naturalezza e la spontaneità dell’essere umano troppo spesso sacrificate alle logiche del profitto, restituendo dignità e ragion d’essere all’errore “l’errore è la pausa dalla regola, la distrazione dal Piano, è l’aberrazione che sfida la Noia, è la fuga dello Spirito dall’impegno del Materialismo, è il fiore che spacca l’asfalto, è le “Tredici variazioni sul tema” di Jill Sprecher… È la

vita.

La liberazione dalle catene è quasi completa, il lavoratore a questo punto spacca volutamente e consapevolmente, e con lucidità le certezze e le falsità costruite ad hoc da un sistema egoista ed autoreferenziale, l’energia per la vera produttività non proviene dall’esterno, non può essere imposta, trasmessa per osmosi con micropompe terrorizzanti e lubrificate da minacce occupazionali”culminando quindi con un gesto che racchiude tutta la riflessione maturata“La filosofia del rematore di galea non attecchisce più sul mio cervello frustato e incatenato. Lo schiavo numero 103 abbandona i remi”.

Sembrerebbero risuonare in tale immagine echi del “l’elogio della fuga” di Henri Laborit, “quando non può lottare contro il vento e contro il mare per seguire la sua rotta, il veliero ha due possibilità: l’andatura di cappa che lo fa andare alla deriva, e la fuga davanti alla tempesta con il suo mare in poppa e un minimo di tela…”, ma non solo di fuga si ragiona.

Analizzando però le strutture del sistema con nettezza si fa emergere la contraddizione intrinseca e più drammatica del fenomeno: Il ‘mostro’ è la stupefacente rappresentazione materiale, terribile, esteriorizzata e a volte profetizzata, della superbia umana. Si ha paura del mostro e si combatte il mostro, ma in realtà abbiamo paura della nostra mostruosità e combattiamo i nostri errori”.

L’epilogo,  rappresentato dalla decisione  del protagonista di incendiare il luogo del non lavoro, con il suo carico di liberazione e speranza, è un “Fahrenheit 451” rovesciato: invero in tale scenario il fuoco assurge a simbolo di purificazione ed evoluzione, necessario male per sbloccare momentaneamente uno degli innumerevoli nodi di una filosofia di vita che si impone a sistema organizzatorio della società.

Adesso il protagonista è libero di riprogrammare le coordinate della propria meta!

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foto16-290x200La regione Lazio, nonchè il territorio del frusinate sono stati per anni il palco prediletto dalla classe politica locale   per un infinito libro dei sogni  ante campagna elettorale, e un continuo fuggi fuggi dalle proprie responsabilità di governo post esercizio ruoli amministrativi.

Dagli scandali più o meno noti, quali quelle delle cliniche private, con il contemporaneo blocco delle assunzioni pubbliche ed il ricorso ai privati per il personale sanitario, che hanno contribuito a far esplodere il debito sanitario; al recente scandalo della banda guidata dal tandem Fiorito-Abbruzzese che nella zona del sorano ha drenato voti per poi mettere in scena una delle pagine più grottesche della politica italiana post- tangentopoli; senza dimenticare a livello locale, una infinita e spesso poco focalizzata miriade di piccoli provvedimenti e decisioni, alternata a qualche briciola calata, ops elemosinata ed elargita dall’alto, e a qualche passerella elettorale, che hanno contribuito a depredare e depotenziare con effetti quasi irreversibili un comprensorio vasto, che va dalle Valle di Comino fino al sorano.

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Ora, dopo che con il beneplacito degli eletti, che per anni hanno foraggiato tali scellerate politiche, mercanteggiando carriere personali sicure e comode, in luogo del territorio, dopo che con il massiccio voto anche da parte dei sorani di personalità totalmente avulse per appartenenza geografica e propositi politici dalle peculiarità della zona, si palesa la necessità di invertire la tendenza e recuperare una rappresentatività forte e di interposizione a un disegno quasi occulto che vuole il territorio schiacciato dalla logica dei numeri, fantasmi si annidano nel dibattito pubblico.

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Non bisogna essere dei politologi per capire che un sorano forte elettoralmente e con un bagaglio amministrativo di esperienza, ben visto anche trasversalmente dalla società civile, avrebbe rappresentato e rappresenta un pericolo serio per gli “squilibri” costruiti con tanta tenacia per anni sulle spalle dei sorani.

E’ ovvio che ci sarebbero stati paletti e distinguo infiniti da parte dei maggiorenti dei partiti provinciali per stoppare una eventuale candidatura con tali requisiti e propositi, che mai come ora avrebbe raccolto consensi facilmente. Ed è per questo che ora che Roberto De Donatis sale in campo,  sotto le insegne degli amici del partito Socialista, si avverte questo pericolo come ancora più stringente e concreto.

Inizia, come era prevedibile, ad essere fomentata da chi teme di essere cancellato dal dibattito pubblico la “logica dello struzzo”, quella del  mettere la testa sotto terra per un residuale senso di vergogna e dell’affermare che tutti sono uguali, onde non distinguere chi ha appoggiato e sostenuto tali “notabili amministratori”, e chi a loro si è opposto con tutti i mezzi; purtroppo tale “peccato civico” non è il solo  male da combattere.

Il “metodo del risiko”, molto praticato nelle sedi  di partito del frusinate, come in passato registra la tendenza dei pezzi forti dell’establishment a mantenere tutto come era prima, con qualche maquillage nelle candidature, in un infinito risiko fatto di riposizionamenti, cadidature deboli a livello locale concesse-imposte, onde mantenere le rendite di posizione e la supremazia amministrativa del frusinate-cassinate invariata. Il tutto a scapito di un territorio, che è stanco di essere svuotato, che registra una forte deindustrializzazione, che vede perdere progressivamente i suoi pezzi migliori, caso Ospedale in primis.

Ora è il momento di riprendersi con forza la rappresentatitività della città e del comprensorio, inviando un messaggio forte e univoco. Alla prossima tornata elettorale il malato potrebbe essere in coma irreversibile o deceduto. Il territorio ridotto a periferica contrada della provincia, e i suoi cittadini a comprimari per i prossimi vent’anni.


bansky-sale_ends_today“Non c’è niente di più pericoloso che illudersi di aver trovato una soluzione semplice ad un problema complesso!”-

Questa frase che al tempo stesso costituisce anche un’osservazione prospettica mette in luce tutte le fallacità ed i pericoli insiti nelle soluzioni propinate e spesso improvvisate nel nostro mondo dagli statisti ed operatori più affermati, fino ai saltimbanchi moderni e neo-azzecarbugli che stanno invadendo tutti gli spazi da quello economico -politico fino a quello culturale.

C’è  insomma crisi! Ma che tipo di crisi e quante crisi ci sono?

Crisi, la parola più ricorrente, nella nostra quotidianeità, da quella economica a quella sociale, ambientale, politica, per poi focalizzarsi su quella strictu sensu di valori che ne costituisce il tratto comune alle sue varie declinazioni e che potrebbe invece rappresentare la chiave di volta e la soluzione da adottare.

Purtroppo, nonostante il benessere  anche materiale in cui viviamo, la nostra epoca sarà ricordata come quella popolata da nuovi barbari, tecnologicamente muniti di ogni marchingegno moderno, dandy della nuova epochè, ma moralmente e spesso anche culturalmente e professionalmente poveri, carenti, invisibili.

Ci sarebbe bisogno come ha chiaramente affermato Roberto Benigni nella sua innovativa declinazione dei principi della Costituzione della cultura umanista e dei sui più infaticabili alfieri, gli “umanisti”, ormai relegati dal “mercato del lavoro” a casta infima da isolare o solo sfruttare.

Ci vorrebbe un renaissance moderno di quei valori che hanno ispirato e fatto da detonatore al bello sia in senso estetico che in campo relazionale, contribuendo a rendere la nostra Nazione la culla della modernità, quando nel resto del mondo il buio dell’incultura dominava.

Ma potranno i nuovi ed invisibili “umanisti”, sbeffeggiati anche nello slang televisivo come”umanitari”, ritagliarsi uno spazio pubblico di dibattito, e tentare di  contrastare e vincere i nuovi barbari?

Analizzando freddamente i presupposti, in assenza di riviviscenza di tale armata di invisibili riservisti depositari dei valori umanisti, la risposta è negativa e gli scenari cupi.

Siamo  pertanto destinati ad avvitarci in una povertà, dapprima percepibile solo come  meramente economica, ed in seguito anche culturale e sociale, che potrebbe spalancare le porte ad un nuovo medioevo?

L’anno che verrà porta con se mille speranze ma anche paure: i nuovi barbari bussano alle porte e le loro orde in doppiopetto ed iphone, famelicamente si preparano a sgretolare le fondamenta del nostro vivere civile ed i valori che ne costituiscono gli enzimi e gli anticorpi contro i vari vulnus che nascono dalla parte oscura dell’umanità.

Umanisti se ci siete battete un colpo….

 


Un martedì di una routinaria settimana di quelle che già vorresti fosse sabato, pregno di preoccupazioni e ansie, ed ecco che ad un certo punto il telefono squilla: rispondo e dall’altro lato c’è uno degli “amici”, perchè dopo Catanzaro agli Stati generali del mezzogiorno così li sento;  mi propone di  RI-presentare la nostra idea per il paese per il barcamp speciale intitolato InNovacamp che si terrà a casa del Papa, nel cortile della Chiesa cattolica, nella prestigiosa Università lateranense, nella quale non si insegna come potrebbe pensarsi erroneamente solo teologia. Invero, da anni tale Università è uno degli embrionali think tank moderni, nel quale si fondono innovazione e tradizione, modernità e futuro, salvezza e dannazione.

E proprio salvezza o dannazione, l’aut aut che fa da sfondo a tale manifestazione: più che una minaccia un detonatore pronto ad essere utilizzato dai vari barcamper per dare una scossa, non solo alle coscienze sopite ed impaurite dalla crisi  ma anche all’establishment produttivo-finanziario e al sistema paese nel suo insieme.

Si parte! Dopo la Lectio Magistralis del sociologo Zygmunt Bauman, seguono i saluti di S. E. Mons. Enrico dal Covolo, Rettore della Pontificia Università Lateranense, gli interventi di Gianni Letta, Presidente della Fondazione Civitas Lateranensis, di Pier Luigi Celli, innovatore rettore LUISS nonchè Presidente Fondazione ItaliaCamp, di Fabrizio Sammarco, vulcanico e applauditissimo Presidente Associazione ItaliaCamp, ed Antonio Catricalà, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.

Seguiranno  poi in ordine i Ministri in pectore Elsa Fornero e Paola Severino a chiudere il cerchio degli interventi che hanno riempito di contenuti l’auditorium pieno oltre ogni ordine di posto.

L’adrenalina è già alle stelle! Come formiche si esce dalla sala soddisfatti e consapevoli di vivere e rappresentare un cambiamento epocale, i poteri forti, il sistema-paese che  da qualche tempo a questa parte ascolta i giovani, un rovesciamento oltre che di prospettive oserei dire generazionale. Seguiranno poi le sessioni per discutere con esponenti del mondo della cultura e del giornalismo i temi della crescita e sviluppo.

Dall’aula 200 – “San precario, quale patto tra le generazioni” per l’area impresa e lavoro; ambiente ed energia, aula 204, “Green generations, ricerca di nuove energie”; aula Pio IX, “Camp mentis, Tecnologia ed innovazione sociale”.

Ed infine, Aula Paolo VI, “Forward to, oltre lo spread: eurozona ed Europa politica”, nella quale, assieme al  brillante gruppo Abruzzese capitanato da Armado Luigi Di Giorgio, mi trovo (ci troviamo con le mie “collaboratrici”) a relazionare: arriva il mio turno, salgo sopra il leggìo e presento il nostro “Comunità interattive & spending review: l’empowerment nella finanza pubblica locale”.

In considerazione della tematica affrontata,  e bene ricordare che saranno valorizzate le migliori idee-proposte, mediante pubblicazione nel primo Rapporto sull’Innovazione Sociale, redatto dal Centro di Ricerca Internazionale per l’Innovazione Sociale “ItaliaCamp”.

La giornata è finita, il treno ci aspetta, si torna a casa come siamo arrivati, armati di sorriso e tante belle speranze.

 

 


« Verrà un giorno in cui anche a voi cadranno le armi di mano! Verrà un giorno in cui la guerra vi parrà altrettanto assurda e impossibile tra Parigi e Londra, tra Pietroburgo e Berlino, tra Vienna e Torino quanto sarebbe impossibile e vi sembrerebbe assurda oggi tra Rouen e Amiens, tra Boston e Filadelfia.[…] Verrà un giorno in cui si vedranno questi due immensi gruppi, gli Stati Uniti d’America, gli Stati Uniti d’Europa posti in faccia l’uno dell’altro, tendersi la mano al di sopra dei mari […] »

 (Victor Hugo, Discorso tenuto al congresso della pace di Parigi, 21 agosto 1849)

Notizia più bella non poteva che arrivare in un contesto storico-sociale così delicato e tumultuoso: la prevalenza dell’economia sul diritto, la finanziarizzazione dei diritti sociali, la progressiva disintermediazione del tessuto sociale, lo scollamento tra corpo elettorale e ceto politico, le fiammate euroscettiche e i rigurgiti di nazionalismo.

Dopo Michail Sergeevič Gorbačëv nel 90′, Aung San Suu Kyi nel 91′, Fredrik Willem De Klerk, e Nelson MandelaYasser Arafat, Shimon PeresYitzhak Rabin nel 94′, passando per Al Gore e Barack Obama e Liu Xiaobo, il prestigioso riconoscimento fregia non una persona sola ma un continente intero.

Ebbene, una vera e propria manna che dall’accademia norvegese cade sui media europei e mondiali a riaccendere le speranze di un’immobilismo politico che sembrava destino ineluttabile, linfa per le coscienze  più creative ormai sfibrate da un perenne bollettino negativo ad ogni apertura e chiusura di borsa o di vertici istituzionali. 

Come si legge dalle motivazioni “L’Unione e i suoi membri per oltre sei decenni hanno contribuito al progresso della pace e della riconciliazione, della democrazia e dei diritti umani in Europa”: ovvero il riconoscimento del ruolo propulsore e pacificatore a quei tanti che hanno investito in un sogno è il coronamento di un lungo e ripido percorso,  tuttavia ancora non terminato. Ma non solo di pace dal punto di vista prettamente bellico si parla nelle righe del comunicato.

Invero, negli Anni ’80, Grecia, Spagna e Portogallo sono entrati nell’area europea a pieno titolo, con conseguente instaurazione di un compiuto e funzionante regime democratico, sia in senso sostanziale che formale, quale preliminare e fondante condizione per la loro adesione/ammissione.

 

E’ assodato che la Caduta del Muro di Berlino ha contribuito in maniera incontrovertibile all’ingresso di molte nazioni dell’Europa centrale e orientale, in passato sotto l’orbita sovietica, sancendo la fine della linea di demarcazione est-ovest, la progressiva implementazione di regimi democratici in nazioni con  evidenti ed imbarazzanti deficit istituzionali: ma sopratutto si registra il maggior traguardo nella risoluzione di quei conflitti etnici-religiosi che hanno fatto da detonatore ai conflitti mondiali.

Non è un caso che l’ammissione della Croazia per l’apertura di negoziati con il Montenegro,  e il  conseguente e funzionale riconoscimento dello status di candidato, sono tappe di una ricomposizione della ferita nei territori dei Balcani, insanguinati per oltre un decennio con gravi mancanze anche dell’Unione a quel tempo impreparata ed indecisa su come intervenire efficacemente.

Inoltre non bisogna tralasciare come l’ingresso della Turchia abbia rappresentato sia un’avanzamento della tutela dei diritti umani anche in aree prossime al medio-oriente, sia la conferma della UE come player sulla scena mondiale quale garante e fattore di stabilità.

Se fosse ancora vivo Alfred Nobel con un sorriso potrebbe affermare:”Finalmente, l’Europa rappresenta la fraternità tra le nazioni”!

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