Sora, Italia, centro sportivo “Giuseppe Panico” ORE 11:30

Il venerdì, il giro di boa della settimana, il meritato riposo lavorativo per chi ce l’ha fortunatamente, il momento in cui ognuno di noi si lascia momentaneamente alle spalle il fardello di preoccupazioni quotidiane e di faccende più o meno importanti per godersi un po’ di pace in questo mondo sempre più caotico e anarcoide.

Mi incammino verso gli spogliatoi appena ultimati, che nel pomeriggio e di sera fino a tardi sono sempre aperti ed utilizzati da tutte o quasi le società sportive, e noto con amarezza che sono chiusi. Contemporaneamente, come documenta la foto, un ragazzo arriva, parcheggia la sua bici, entra nella struttura adibita al basket, si chiude comodamente dentro con una mandata di chiavi si allena. Una prima domanda mi sorge spontanea, perché alcuni utilizzano pienamente le strutture come fossero proprie e gli altri no? Con l’avallo di chi?
Io ed altri figli di un “Dio minore” CERCHIAMO SE è POSSIBILE cambiarsi nei box, essendo cittadini di questa città, contribuenti di questo comune,..ecco cosa abbiamo trovato! Sono passati ormai più di 9 MESI dai vari comunicati denuncia. In nove mesi notiamo che le strutture pubbliche non sono di tutti, sono accessibili ad uso e consumo di pochi fortunati ed “eletti”.
Non sono bastati questi comunicati: http://www.sora24.it/sora-runners-club-lasciate-ogni-speranza-voi-chentrate-cronaca-tragicomica-di-un-podista-martedi-21-agosto-ore-830-stadio-panico-40230.html;
http://www.sora24.it/lasciate-ogni-speranza-voi-chentrate-parte-ii-cronaca-surreale-dei-podisti-sorani-24-agosto-ore-830-40525.html.
Non sono bastate le domande precise a cui non si è avuta risposta nei FATTI. Se non ci volete, ditecelo chiaramente, ma non prendeteci per i fondelli, traslochiamo in altri comuni limitrofi. Per il bene della città, chi è responsabile, se non è capace o non vuole ovviare ad una banale gestione ordinaria faccia un passo indietro…

La dirigenza del Sora Runners club
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C’era da aspettarselo! Già serpeggiava il risultato di tale verdetto tra gli addetti ai lavori nonchè tra gli osservatori internazionali, analizzando il pacchetto di norme pasticciate che erano stata redatte sotto la spinta dell’ala oltranzista della Lega, noncurante dei più basilari principi in materia di immigrazione e dei diritti umani vigenti. Così come in passato, anche questa volta con il suo prezioso lavoro di ermeneutica la Grand Chamber di Strasburgo, ha ristabilito la legalità sostanziale.

Il caso Hirsi e altri contro Italia, incardinato presso la Corte europea dei diritti dell’uomo, concerne la prima operazione di respingimento collettivo che ha avuto luogo il 6 maggio 2009, in prossimità delle coste italiane per la precisione 35 miglia a sud di Lampedusa,  quindi in “acque internazionali”.

Orbene, in tale data le autorità italiane hanno dapprima intercettato come da protocollo una delle tante carrette della speranza con a bordo circa 200 rifugiati delle più disparate nazionalità del corno d’Africa, somali ed eritrei, tra cui  molti bambini e donne in evidente stato di gravidanza.  In seguito però tali migranti sono stati  si presi a bordo da una imbarcazione italiana, ma respinti a Tripoli e riconsegnati, contro la loro volontà, alle autorità libiche.

La gravità dell’azione non sta sic et simpliciter nella opinabile e seppur criticabile ratio del respingimento, avendo gli Stati in conformità con la cornice legislativa europea ed internazionale, margini seppur risicati di discrezionalità nella scelta degli strumenti da adottare.  La ingiustificabilità e superficialità di tale azione va ricercata bensì nelle modalità con cui si è attuato tale respingimento: invero, il respingimento è avvenuto senza che i migranti intercettati fossero in primis identificati, ascoltati e/o preventivamente informati sulla loro reale destinazione, in palese violazione di principi e norme a carattere cogente in tutto il mondo.

Il contesto che ci troviamo ad affrontare, per un corretto inquadramento delle problematiche sottese e per la ricerca delle possibili strade percorribili, ci impone tuttavia di approfondire preliminarmente il concetto del refoulement e delle sue fonti: tale principio costituisce il caposaldo e il perno della protezione internazionale dei rifugiati, e si trova cristallizzato nell’art. 33 della Convenzione  di Ginevra del 1951, vincolante anche per gli Stati parte del Protocollo del 1967, e nello specifico sancisce che:Nessuno Stato contraente potrà espellere o respingere (“refouler”) – in nessun modo – un rifugiato verso le frontiere dei luoghi ove la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a causa della sua razza, religione, nazionalità, appartenenza ad una determinata categoria sociale o delle sue opinioni politiche”.

Dall’istruttoria condotta infatti emerge che i migranti credevano di essere diretti verso le coste italiane.  Dopo tale accadimento all’incirca 11 cittadini di nazionalità  somala, e 13 cittadini eritrei, sono stati individuati in Libia dal Consiglio italiano per i rifugiati, ed hanno così deciso di ricorrere per far valere le loro ragioni incardinando un ricorso contro l’Italia presso la CEDU, assistiti e coadiuvati dagli avvocati Anton Giulio Lana e Andrea Saccucci, dell’Unione forense per la tutela dei diritti umani.

Questa vicenda mette in luce  altresì a prescindere dalle implicazioni giuridiche, come la nostra nazione si trovi spesso schiacciata e sola, tra due aspetti della stessa questione non scindibili, il rispetto del principio del non refoulement, ovvero il divieto di respingimento dei migranti verso paesi dove possono subire trattamenti inumani e degradanti, e il contenimento e/o la sistemazione dell’enorme e crescente numero di persone provenienti dalle frontiere dei paesi del nord Africa.

In seguito, con  la sentenza del 23 febbraio 2012 resa in Grande Camera,  i giudici di Strasburgo hanno statuito all’unanimità che essendo stati i ricorrenti intercettati in mare dalle autorità italiane, erano pertanto sottoposti alla giurisdizione italiana, ai sensi e per gli effetti dell’articoli 1 della Convenzione. Tuttavia si è evidenziato, dall’ordito normativo nonchè dalle circostanze fattuali emerse nella ricostruzione dell’accadimento e cristallizzate nella pronuncia, una duplice violazione dell’articolo 3: i ricorrenti, poichè sono stati ricondotti contro la loro volontà in Libia, erano  materialmente esposti al rischio effettivo di subire maltrattamenti e di essere rimpatriati verso la Somalia e l’Eritrea, loro paesi d’origine, con i connessi pericoli per la loro vita e le ripercussioni socio-legislative.

Infine dal punto di vista procedurale si è accertata in merito alla condotta tenuta dalle Autorità italiane la violazione dell’articolo 4 del Protocollo n. 4 alla Convenzione, che vieta  in maniera espressa le “espulsioni collettive” nonché la violazione dell’articolo 13, rubricato “diritto ad un ricorso effettivo” combinato con gli articoli 3 della Convenzione e 4 del Protocollo n. 4.

L’art. 13 costituisce nello schema di protezioni della CEDU la “pietra angolare” del sistema, in quanto garantisce e in certi casi sollecita, l’esistenza nel diritto interno di ogni singolo stato aderente alla convenzione, di un ricorso che permetta di far valere i diritti e le libertà in essa contenuti e consacrati. Invero, tale norma non solo un carattere programmatico, bensì anche precettivo, dal momento che pretende per gli addebiti che si possano ritenere «difendibili» ai sensi della Convenzione e dei Protocolli, l’esistenza e la operatività di un ricorso interno che “abiliti” l’«istanza» nazionale a conoscere il contenuto dell’addebito e ad offrire un rimedio appropriato.

Gli Stati contraenti, tuttavia, pur beneficiando di un margine di discrezionalità nell’individuare i mezzi necessari per conformarsi alle obbligazioni che derivano da questa disposizione, hanno l’onere di rendere operativo tale meccanismo di difesa in concreto. 

Infatti, il ricorso deve essere « effettivo » in fatto come in diritto, ovvero il suo esercizio non deve essere ostacolato, in modo ingiustificato, da atti o omissioni delle autorità statali. In secondo luogo, l’« effettività» del ricorso, è altresì sganciata dall’esito favorevole per il ricorrente. Infine, l’insieme dei rimedi previsti dal diritto interno sono rispondenti alle condizioni stabilite dall’art. 13, anche se alcuno di essi, isolatamente considerato, non soddisfa interamente siffatte condizioni (arrêt Kudła, § 157).

L’art. 13 riproduce il “principio di sussidiarietà” che informa il sistema europeo di protezione dei diritti dell’uomo, e deve – in combinato disposto con l’art. 35 -applicarsi con una certa flessibilità. La finalità dell’art. 35 è quella di offrire agli Stati contraenti l’occasione di prevenire o di rimediare alla violazioni prima che siffatte violazioni siano fatte valere dinanzi agli organi della Convenzione (voir, par exemple, les arrêts Hentrich c. France du 22 septembre 1994, série A n° 296‑A, p. 18, § 33 ; Remli c. France du 23 avril 1996, Recueil 1996-II, p. 571, § 33).

Gli Stati non rispondono in tale meccanismo direttamente davanti ad un organismo internazionale  del loro agere, in quanto hanno la possibilità di rimediare nel loro ordinamento interno. Questa regola  presenta strette affinità operativa con l’art. 13, postulando che l’ordinamento interno offra un ricorso effettivo per la violazione riscontrata. 

Nondimeno, l’art. 35 della Convenzione prescrive soltanto l’esaurimento di ricorsi disponibili e adeguati. Siffatti ricorsi devono offrire un grado sufficiente di certezza non soltanto in teoria ma anche in pratica, altrimenti mancano dell’effettività e della accessibilità volute; incombe sullo Stato dimostrare che queste esigenze sono soddisfatte.

Nella vicenda in esame a pesare come un macigno non è solo la mancata predisposizione di rimedi interni ex art.13, ma sopratutto la violazione della disposizione più carica di significati sociali, quella che sanziona i trattamenti inumani e degradanti che i fatti descritti hanno messo in luce.

Fatte queste dovute considerazioni e approfondita la problematica sotto il profilo procedurale, alla luce delle norme della Convenzione dei diritti dell’uomo, posso affermare che ancora una volta in seno alla Corte di Strasburgo sono prevalsi i principi universali e informatori di quei diritti che costituiscono il “common core” del vivere civile, ma che troppo  restano spesso abbandonati a giochi di real-politik o ad incomprensibili equilibri geopolitici. Per quanto concerne invece il legislatore italiano, auspico che le bacchettate servano da monito per il futuro. Quando si pongono norme e prescrizioni su delicati problemi gli slanci populisiti e i tornaconti elettorali devono essere sterilizzati.


Ogni persona i cui diritti e le cui libertà riconosciuti nella presente Convenzione siano stati violati, ha diritto a u


Processi lunghi e farraginosi! L’italia sempre più spesso sotto l’occhio del ciclone per la lentezza del suo sistema giustizia, riforme sempre annunciate ma mai realmente perseguite. L’immagine del nostro paese sempre più accostata a nazioni del terzo mondo.

Torino-StrasburgoLo stato di salute del sistema giudiziario italiano può essere sintetizzato dal leit motivgiustizia ritardata, giustizia denegata..” che sempre più spesso riecheggia nelle discussioni e nelle disquisizioni di specialisti del settore, e che recentemente è stata integralmente riportata nel rapporto “Doing Business 2009” della World Bank (Justice delayed is often iustice denied..). A ciò si aggiunga i feroci titoli giornalistici che segnalano come “l’italia peggio del Gabon e della Guinea”, a lanciare un segnale di allarme ancora inascoltato e con ripercussioni oltre che di immagine anche economiche e sociali.

Ma andiamo per ordine inquadrando il problema a carattere “strutturale” sotto i svariati angoli di visuale. In primis, sotto il profilo strettamente economico, ponendo l’attenzione sull’attività in materia della World bank, organismo internazionale cui partecipano ben 183 nazioni, che ha il compito di stilare annualmente un report nel quale oltre a monitorare la situazione economica, fornisce alle imprese un valido supporto ai fini della vantaggiosità degli investimenti. Utilizzando il “parametro della durata media di un procedimento civile per recuperare un credito di natura commerciale a seguito di una controversia“, emerge con schiacciante evidenza lo stato pietoso in cui versa l’Italia. Tra le nazioni europee, mentre la Francia e la Germania occupano rispettivamente il 10° e 9° posto, l’Inghilterra il 24°, la Spagna il 54°,  il nostro paese si attesta solo al 156° posto dopo Angola, Gibuti, Liberia, Afganistan, Guatemala.

Stiamo scivolando verso il baratro? Forse. Tale segnale d’allarme però non è rimasto inascoltato tra gli operatori del settore. Invero, a livello giuridico, la scarsa propensione ed attenzione sul fattore temporale è stata sottolineata con precisione chirurgica nella relazione per l’inaugurazione dell’anno giudiziario del 2009 dall’ex Presidente della Cassazione Vincenzo Carbone, il quale ha così argomentato: “il fattore centrale è il tempo: la risorsa più preziosa, che le disfunzioni della giustizia sprecano. Il primo obiettivo è di mettersi al passo con il tempo della vita dei singoli e della collettività, dell’Europa e del mondo”.

Questo allarme non è rimasto certo senza ripercussioni nemmeno nelle istituzioni europee. La Corte europea dei diritti dell’uomo in più occasioni ha sancito che l’Italia “primeggia” tra i 47 paesi aderenti alla CEDU, per la violazione sistematica dell’art. 6 CEDU che garantisce il diritto ad un equo processo. Infatti, stante l’impotenza della Corte, organo giurisdizionale, ad arginare con le sue pronunce il fenomeno, il Consiglio d’Europa ha tentato di far pressione sollecitando l’adozione di un rimedio di natura normativa interno, anche in considerazione del disposto dell’arte 13 CEDU sul diritto a un ricorso effettivo (…”Ogni persona i cui diritti e le cui libertà riconosciuti nella presente Convenzione siano stati violati, ha diritto a un ricorso effettivo davanti a un’istanza nazionale, anche quando la violazione sia stata commessa da persone che agiscono nell’esercizio delle loro funzioni ufficiali”), da cui è nata l’adozione della legge 24 marzo 2001 n. 89, meglio nota come LEGGE PINTO. Orbene, in tale impianto normativo, la giurisprudenza formatasi in seno alla Corte dei Conti ha stabilito che l’arco temporale che fa scattare il diritto all’indennizzo è l’aver superato i tre anni per il primo grado.

Ma il rimedio ha funzionato? Le cifre sono impietose ed intollerabili nello stesso tempo. Infatti tale meccanismo ha prodotto costi assurdi a carico dello Stato, se si considera che per il solo periodo 2001-2006 l’esborso per indennizzi è stato pari a 41,5 milioni di euro per schizzare a 267 milioni nel 2009! Ma oltre il danno anche la beffa. Sottolineano oltre al Presidente Carbone anche alcuni presidenti di Corti di Appello, il fenomeno della “legge Pinto sulla legge Pinto”, che si sostanzia nella richiesta di indennizzo per il primo grado nonchè per il secondo in relazione al ritardo del primo grado. Una applicazione della legge al quadrato, che potrebbe diventare in scenari non molto lontani al cubo se dovesse coinvolgere anche il terzo grado, quello innanzi la Cassazione.

Esaminati gli aspetti economico-giuridici, separatamente, è utile accorpare le due voci è valutare le ricadute sul sistema economico e sociale del paese. Tale debito giudiziario infatti, si sostanzia in un debito pubblico nascosto che ha effetti deleteri sullo sviluppo economico e per tale via sulla qualità della vita dei cittadini. Bisogna distinguere ben tre voci di danno generati dagli indennizzi dalla legge Pinto: un danno emergente, un lucro cessante e altresì la perdità di chance.

Con riferimento al danno emergente è ovvio che il pagamento degli indennizzi grava sulla collettività, trasformandosi in una voce strutturale delle passività del BILANCIO, posto che lo Stato deve accantonare circa 500 milioni di euro l’anno per coprire il rischio di possibili condanne ex legge Pinto. Cifra abnorme, che se dovesse sforare i 5oo milioni di euro potrebbe condurre all’insolvenza, in assenza di una repentina inversione di tendenza.

Per quanto concerne invece il lucro cessante, la giustizia lumaca produce danni pari a 2,2 miliardi di euro l’anno, a causa dei mancati guadagni delle nostre imprese spesso causati anche dai ritardi nei recuperi crediti. Ma tale stima sarebbe certamente più alta se affiancata dalla voce della Perdita di chance, che indica la scarsa propensione all’investimento di matrice straniera.

Come se non bastasse, con l’entrata in vigore della legge in questione si è anche diffusa tra i giudicanti la “sindrome da art. 5”, originata dalla legge 89/2001: il timore di procedimenti disciplinari sopratutto in materia contabile da parte della Corte dei Conti, per la rivalsa economica per danno erariale ha contagiato i giudici più attenti, con conseguente mancata applicazione dello stesso. Fortunatamente poi è intervenuta una sentenza della Corte stessa, reg. Sicilia, del 2.3.2009  la n. 577/09 ha riportare un pò di serenità. Infatti l’art. 5 si configura come una spada di Damocle eccessivamente punitiva per i magistrati che assieme ai cancellieri si suddividono le responsabilità, l’uno quale “capo della giurisdizione” l’altro quale “capo dell’amministrazione”. Purtroppo, troppo spesso non si pone la dovuta attenzione alla circostanza che con tale meccanismo invece graverebbe in maniera organica ed esclusiva solo sui giudicanti, il peso di una disfunzione che è a carattere strutturale, quindi del sistema, e che interessa tanto i dirigenti degli uffici giudiziari, i presidenti di sezione, quanto quelli amministrativi, i cancellieri. Ci sono quindi due esigenze di carattere costituzionale da conciliare: da un lato, l’indipendenza e l’autonomia del giudice sancita nell’art. 104 cost., dall’altra, il buon andamento e l’imparzialità della p.a. ex art. 97 cost., tra cui rientra il dovere delle Stato di organizzare il sistema giudiziario in maniera efficiente garantendo l’effettività dell’esercizio del diritto di difesa ex art. 24 cost, con un processo rispettoso del canone ex art. 111. cost, ovvero quello della durata ragionevole.

Sulla scia di queste premesse, pertanto emerge icto oculi che il vizio di fondo del meccanismo ex legge Pinto, sta nell’affrontare il fenomeno solo dal punto di vista statico e non anche dinamico e strutturale, come sarebbe necessario da una lettura costituzionalmente orientata degli art.3, 24, 97,111 cost.: si limita di fatto a prevedere esborsi economici per lo sforare dei tempi ragionevoli del processo, in questo aspetto è miope, quando invece dovrebbe essere stato presbite, ovvero guardare al futuro, attuando meccanismi atti a disincentivare i ritardi e stimolare l’efficienza.

Ma spesso si fa di necessità virtù, e così a Torino, nel 2001 per ovviare a tali incongruenze si decide di seguire la via dell’autoriforma, con il “Progetto Strasburgo”, programma pilota a cui è seguito a livello europeo il Centre Saturn. Il programma Strasburgo nei fatti è il primo case management pilota, che ha come mission lo snellimento dell’arretrato giudiziario e contemporaneamente una accelerazione della trattazione delle controversie civili. Il progetto si articola in varie fasi: dapprima un censimento delle cause, a cui segue l’emanazione di circolari da parte del capo dell’ufficio giudiziario, il Presidente di sezione, con una serie di raccomandazioni e suggerimenti per i giudici. L’dea guida è quella di considerare le cause di durata triennale quali violazioni della CEDU, nello specifico del canone del délai raisonable consacrato nell’art. 6. A queste misure poi sarebbero seguiti report e monitoraggi semestrali.

La ratio quindi è quella di conciliare nel rispetto del principio dell’autonomia e dell’indipendenza, garantito in Costituzione dall’art. 104 co. I ad ogni singolo giudice, prassi costanti e condivise tra gli operatori del settore, giudici, cancellieri e avvocati, perseguendo in tal modo obiettivi di efficienza e di produttività.

Tale mirabile sforzo infatti è stato notato a livello europeo ben prima dell’adozione della “direttiva per la gestione dei tempi della giustizia”, tanto che il decalogo torinese è stato considerato dal Groupe de pilotage “SATURN”, come una sorta di direttiva della CEPJ (Commission Europe’en Pour l’Efficacite’ de la Justice ) ante litteram.

La vicenda sta a dimostrare, con tutta l’evidenza dei dati, che i grandiosi progetti di riforma spesso sono solo gusci vuoti o foglie di fico, nei quali si annidano o leggine con benefici settoriali o personali, o il gattopardiano intento di “cambiare tutto per non cambiare niente..” Basterebbe cogliere i rilievi degli operatori del settore, cooptare prassi virtuose e trasformale in leggi di sistema, recepire le indicazioni degli osservatori europei e istituzionali.

Invero assistiamo da anni a dibattiti vuoti ed autoreferenziali da parte della classe politica, sempre più miope per le ricadute economiche e sociali, ed impreparata e spesso disinteressata alle sorti del sistema paese, come la “malagiustizia” sta a testimoniare con tutta la sua gravità.

 I gridi di allarme sono stati molti e di autorevoli fonti. Ma non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire…


ROMA Dopo gli svariati richiami in ambito europeo, nello specifico dagli organi istituzionali quali il Parlamento europeo, il Comitato dei ministri e la Commissione europea, nonchè la Corte europea per i diritti dell’uomo, anche il più autorevole organo sovranazionale, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite punta l’indice sulla tenuta dei diritti umani del nostro paese; dallo screaning effettuato, i punti dolenti sono quelli già sottolineati in passato: diritti dei migranti, dei rifugiati politici, delle minoranze. Purtroppo, il quadro che ne emerge evidenzia impietosamente e senza attenuanti il ritardo di una delle potenze industriali del G8, con sottolineatura di come ci si sia disinteressati delle pressanti raccomandazioni provenienti proprio dalle Nazioni Unite. E’ questo in sintesi il giudizio severo delle Organizzazioni non governative che hanno monitorato il nostro paese ad un anno dalle raccomandazioni del Consiglio dell’Onu per i diritti umani. Il modus operandi è stato quello di catalogare analiticamente e capillarmente, tramite il prezioso lavoro del Comitato per la promozione e protezione dei diritti umani, comprensivo di una rete di 81 associazioni e ong, tutte le mancanze e le storture in tale materia.

Orbene, emerge icto oculi che il nostro paese alla prova dei fatti si è mostrato, come è sancito nel report, assolutamente inerte –non ha attuato neanche in parte” più della metà dei punti messi in evidenza dall’organismo dell’Onu, cioè le raccomandazioni sui temi più scottanti. La lista è lunga, ma a destare maggior stupore è la mancata ratifica dei protocolli della Convenzione internazionale contro la tortura, che prevedrebbe la creazione di un organismo indipendente per l’ispezione dei luoghi di detenzione, sopratutto dei C.I.E., i “centri di accoglienza” per migranti e richiedenti asilo. Dalla disamina pertanto, è palese che sono le materie sensibili della diatriba politica quelle che gli attivisti sui diritti umani maggiormente contestano e su cui sollecitano interventi urgenti.

A peggiorare il quadro già non confortevole ed edificante, dai resoconti emerge che  “nei confronti degli immigrati sono stati accentuati gli strumenti di repressione”, ed altresì che il Testo Unico sull’immigrazione rende “più vulnerabile e precaria la fruizione dei diritti fondamentali dei cittadini immigrati”. Sono due gli scenari sui cui lavorare maggiormente: da un lato la carenza assoluta di canali idonei a favorire l’educazione al multiculturalismo e alla tolleranza; dall’altro, i nomadi Rom e la loro lingua, nella legislazione italiana non beneficiano di nessuna forma specifica di tutela delle minoranze.

Allo stato degli atti e dei fatti, purtroppo non vi sono spiragli positivi nè possibili proroghe: se infatti è da considerare utile la circostanza che “il governo ha quattro anni di tempo per attuare le raccomandazioni”, come ha ricordato Carola Carazzone, portavoce del Comitato, nello stesso tempo è altrettanto vero ed incongruente che queste ancora non sono state tradotte in lingua italiana. Gli attivisti  però, non si sono limitati ad attirare l’attenzione su tale dato, elaborando una proposta ben strutturata, con l’istituzione di un organismo indipendente per i diritti umani, a cui seguirà “un rapporto a medio termine sull’attuazione delle raccomandazioni”. Il Rapporto di monitoraggio delle Ong costituirebbe in tale ottica, il banco di prova sulla salute dei diritti umani ogni anno. Sarebbe quindi auspicabile che il governo recepisse fin da subito le istanze provenienti dall’ONU e adottasse anche con opportuni aggiustamenti il modello delineato dalle ong.

Così facendo, non solo si offrirebbe prova di una matura dialettica a livello internazionale, ma si evidenzierebbe la capacità di trasformare le idee e le istanze provenienti dalla società civile in fatti concreti, con un metodo fuori dagli schemi di una politica  spesso lenta ed autoreferenziale. In tal modo, si conseguirebbero due risultati con una sola mossa: l’auspicabile miglioramento sul tema dei diritti umani, e un positivo segnale sul funzionamento del nostro sistema costituzionale e democratico. Perchè non provare?!

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