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Con l’espressione “prima Repubblica” storici e storiografi indicano il periodo storico che va dal 1948 fino ai primi anni novanta, nel quale si registrarono non solo scandali giudiziari, l’era di “tangentopoli”, con imputati numerosi partiti e dirigenti politici; altresì tale periodificazione denota un metodo di fare politica caratterizzato dall’assoluto disprezzo delle regole e del bene comune, che ha dilaniato il vivere sociale e gettato discredito sulle istituzioni repubblicane.
Orbene, rileggendo ed analizzando la cronaca politica sorana di questi giorni, pare il tempo non essersi fermato! La vicenda dell’incarico al figlio del Consigliere Costantini, relativa all’assegnazione del progetto di ampliamento della scuola dell’infanzia di Carnello (determina n. 107 del 06/05/2014) non rappresenta solo una semplice seppur legittima decisione politica.
In un periodo storico nel quale i valori dell’etica e della trasparenza sono sempre più calpestati a favore di interessi di parte, sarebbe stato opportuno, politicamente ed amministrativamente, che la maggioranza evitasse qualunque commistione fra interessi pubblici-privati. Sarebbe stato preferibile che chi governa questa delicatissima fase mostrasse una maggiore sensibilità, non designando il figlio di un componente della sua maggioranza, mentre le famiglie sono esasperate da problemi contingenti e preoccupazioni per il futuro dei propri figli.

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Questa vicenda infatti fotografa con drammaticità la mancanza di opportunità, meritocrazia e di prospettive per i ragazzi sorani, ribattezzati la “generazione trolley”, che non avendo santi in paradiso e protettori in terra sono costretti dalle necessità e da colpe ataviche ad emigrare per svolgere un lavoro e tentare di vivere dignitosamente.
Chiedere una rettifica della determina di affidamento dell’incarico che in alcuni passaggi pone i presupposti per lo svolgimento di altre prestazioni ben più importanti (progetto definitivo, Esecutivo, direzione lavori, contabilità e sicurezza) come ha fatto la minoranza non è solo una querelle politica, ma un dovere di trasparenza nei confronti della cittadinanza.
Giustificare con sofismi e cavilli questo scivolone sarebbe una sottovalutazione dell’opinione pubblica disgustata dalla vicenda ed un gravissimo precedente.
I fantasmi della prima repubblica ed i suoi vizi si addensano come nuvole sul barlume di luce scaturito dalla schiacciante e massiccia voglia di cambiamento incarnata dall’emergere di movimenti politici e dall’ascesa del premier Matteo Renzi.
Siamo di fronte ad un ritorno al passato?


L’ultimo studio della Banca d’Italia mette in luce ancora di più, come se non ce ne fosse bisogno, con autorevolezza e con dati analitici un nuovo problema, o meglio l’evoluzione di un dramma tutto italiano: quella della redistribuzione della ricchezza.

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Ma redistribuzione della ricchezza non solo tra ricchi,  -semplicisticamente coloro che detengono risorse e redditi in misura maggiore -e poveri, coloro che  non lavorano o peggio che nonostante il lavoro sono a forte rischio economico, di scivolamento ed esclusione sociale.

Infatti il problema della diseguaglianza colpisce sopratutto le nuove generazioni: secondo quanto riferisce l’Ocse nel suo ultimo rapporto sulla distribuzione del reddito percepito, l’indice di Gini, – che misura la distribuzione del reddito e non della ricchezza, per l’Italia nel 2010 era pari a 0.46, era secondo solo a quello degli Stati Uniti (vicino allo 0.53) e simile a quello del Portogallo.

Ora?  I dati sono impietosi, in vent’anni povertà triplicata tra i giovani e raddoppiata tra gli affittuari”. Ne consegue pertanto che non solo la sbandierata “crisi” ha portato a questo nefasto scenario, ma sopratutto un processo cominciato già da tempo e che è venuto consolidandosi nel corso dell’ultimo ventennio. Siamo un Paese che arranca, che non investe nell’istruzione di qualità per  i suoi giovani, che sono disoccupati e sempre più poveri.

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Inoltre, c’è un sistema duale a livello retributivo, pensionistico, assistenziale, che da molte garanzie alle passate generazioni, lasciando però i giovani senza paracaduti, senza risorse per apprestare i più basilari strumenti di tutela dei propri diritti. 

Gli studiosi hanno coniato l’espressione “distorsione distributiva”  per evidenziare il divario tra le diverse categorie occupazionali, una opposizione tra insiders e outsiders, rispetto alla possibilità di accedere alle prestazioni e alla generosità delle prestazioni: da tale contesto sono state enucleate tre diverse categorie: garantiti, semigarantiti, e non garantiti.

Quindi che fare? Lasciare tutto come sta, far finta di nulla? Una classe politica che ha ipotecato con egoismo e superficialità il futuro di una generazione intera ha adesso l’obbligo non solo morale ma anche etico di dare risposte e mettere in atto azioni concrete.

Una Nazione che ha già il problema della diseguaglianza tra Nord e Sud, non può permettersi, pena la sua dissoluzione sociale, uno scontro generazionale tra iper-garantiti e coloro che hanno ereditato le macerie di un sogno ormai sbiadito.


In questa fase storica caratterizzata dal fluire e defluire incessante di idee, concetti, visioni,  politiche, che si fondono, contaminano e spesso anche cancellano ed annullano tra di loro, in una interazione magmatica e non episodica, il campo che maggiormente soffre il gap strutturale nei confronti di tale fenomenologia è quello del diritto.

Invero, spesso articolazioni dell’ordinamento non solo nazionale ma anche europeo e sovranazionale scontano il ritardo ideologico e strutturale ad intercettare i cambiamenti e a tradurli e/o adattarli e renderli compatibili con il proprio impianto ordinamentale – normativo.

A  soffrire tale divario-ritardo è sopratutto il campo dei “diritti sociali”, ovvero quel gruppo di situazioni eterogenee che raggruppa sia veri e propri diritti, sia situazioni meramente raccomandate, emersi ed affermatesi con il consolidarsi della democrazia pluralistica: tali diritti hanno contribuito in maniera importante e sostanziale allo sviluppo e alla tutela della persona nella sua dimensione individuale e sociale.

Tali situazioni soggettive, inserite nelle carte costituzionali quali compiti per il legislatore ergo non immediatamente tutelabili, o come nella nostra carta costituzionale, quali precetti normativi immediatamente azionabili, nelle diverse declinazioni  hanno come tratto comune e distintivo dai diritti di libertà sic et simpliciter, l’esigenza di un  complesso ed articolato apparato organizzativo statale preposto al controllo e alla tutela degli stessi, nonchè alla loro concreta attuazione.
In quasi tutte le nazioni occidentali però si registra una contrazione non solo di protezione a livello legislativo, ma contemporaneamente  anche una tendenza dei vari parlamenti a svuotare tramite paventate riforme le fondamenta procedurali di tali diritti.

Inoltre, la crisi economica, con conseguente necessità di tagliare le spese improduttive e di snellire la macchina burocratica, vede e registra troppo spesso tagli lineari alla spesa pubblica, che coinvolgono anche quelle articolazioni che tutelano i diritti sociali nelle loro sfaccettature più varie.


A questo punto ha ancora senso parlare di tutela dei diritti sociali? Hanno ancora ragione di esistere? Leggendo la storia con gli occhi del critico e con atteggiamento non dogmatico, sarà agevole riscontrare che proprio nelle fasi più acute di crisi economica, come la grande crisi degli anni 30′, che generò crisi di sovrapproduzione nel settore industriale e crisi di liquidità in quello bancario, è proprio con il grimaldello dei diritti sociali e con una legislazione di sostegno che si disegnò il new Deal quale strumento di contrasto del declino della società nel suo complesso.

ED ORA? COSA ACCADE IN EUROPA?

Purtroppo, il bel continente europeo sconta da un lato il ritardo della unificazione politico-amministrativa, dall’altro il riemergere degli egoismi nazionali e settoriali, con il risultato di una impasse che  rischia di trasformarsi in perpetue sabbie mobili, travolgendo IL VALORE solidarietà che rappresenta il più maturo punto di approdo post conflitto mondiale.

Non dimentichiamo la storia, una cultura dei diritti sociali che significa responsabilità individuali e collettive è necessaria proprio ora.
RISE UP EUROPA! RISE UP EROPEANS!


Negli ultimi quindici anni, il procedimento di maturazione e formazione delle scelte pubbliche ha subito un vigoroso ed inarrestabile mutamento, sotto la duplice spinta di due fattori concomitanti e complementari: da un lato i naturali sviluppi storico-sociali, dall’altro l’affermarsi del ruolo delle tecnologie nella vita  pubblica e/o politica e quindi l’emergere della wikicrazia.

Da questa premessa si evince quindi che l’interazione classica dei componenti del famoso quadrato decisionale – P.A, opinione pubblica, gruppi di intermediazione, decisione politica – da cui promana la decisione in materia pubblica non è più unidirezionale, come le fasi che la precedono, ora arricchite da nuovi attori e modalità di tessitura dell’ordito decisionale

Si registra pertanto un ridimensionamento netto non del ruolo ma del peso della mediazione tecnica e politica tra le varie istanze dei gruppi di interesse, non più esclusivo filtro e concertatore di interessi contrapposti e spesso divergenti, in quanto tale funzione è erosa dall’affermarsi di corpi intermedi spesso non istituzionalizzati quali movimenti o semplici think tank, a cui il legislatore deve comunque dare risposte.

Il processo decisionale e  per tale via anche l’iter dei lavori, devono quindi alla luce di tali mutamenti confrontarsi con svariati interlocutori, dai media, agli influencer, al popolo di internet, alle organizzazioni non governative, agli enti locali, nonchè alle lobbyies.

L’arena decisionale non solo si amplia, ma diventa più complessa, competitiva. Una prima causa di tale evoluzione è rappresentata dalla “disintermediazione” della società, che ha causato in primis la moltiplicazione degli attori, sia dal punto di vista dei gruppi di interesse che chiedono di partecipare alla decisione, sia per quanto riguarda quelle maggioranze silenziose che svolgono un ruolo di guardiano mediante il controllo,  ma anche con il semplice suggerimento e la divulgazione delle informazioni.

Emerge così in maniera evidente la crisi di influenza del gruppo di interesse inteso in senso classico rispetto al passato, nonchè l’erosione e il ridimensionamento di del ruolo di mediatore e filtro delle istanze prima esclusivo appannaggio della politica. In questo spazio quindi si sono inserite organizzazioni o gruppi che hanno svolto attivamente un ruolo di difesa e in certi casi di promozione di interessi, anche ridisegnadone il perimetro: esse sono  ascrivibili e classificabili principalmente in due categorie, l’advocacy e il lobbying.

L’attività di “advocacy” consiste nello sviluppare una serie, coordinata e strategicamente funzionale di azioni di comunicazione per promuovere, consolidare o difendere un interesse – istituzionalmente rilevante–di un’organizzazione complessa. Garantendo così presso tutti i pubblici poteri di riferimento, direttamente o attraverso altri soggetti attivi del processo, un flusso informativo costante, congruente e favorevole al gruppo di interesse, si riesce ad accrescere la c.d. issue salience e ad aumentare la propria capacità di incidere sulle decisioni pubbliche.

Per «advocacy»  nello specifico si intendono indicare tutte quelle le organizzazioni che operano per la tutela e la promozione dei diritti, mutuando un vocabolo inglese – che letteralmente può essere tradotto con avvocatura, appoggio, patrocinio, arringa; il motivo della scelta di tale termine si giustifica con l’assenza di un sostantivo equivalente che indicasse l’insieme di azioni con cui un soggetto collettivo sostiene attivamente e fattivamente un interesse, in ambito giudiziario ma anche politico. Tuttavia, l’elemento più importante che lo differenzia nettamente dall’attività di lobbying sta non solo nella mission, con cui presenta punti di contatto, ma sopratutto nelle ricadute pratiche, posto che l’agere di soggetti collettivi, porta vantaggio anche a terzi che non necessariamente ne fanno parte.

Per quanto attiene alle modalità, l’advocacy si snoda con azioni di difesa e di promozione dei diritti collettivi, con maggior propensione per le fasce più deboli della popolazione, tramite il lavoro di associazioni e organizzazioni non governative (ONG).  Ne è una riprova di tale attitudine la circostanza squisitamente lessicale che gli spagnoli traducono il termine advocacy con incidencia o incidencia política,  sottolineando quindi la capacità di incidere sulla concreta attuazione delle politiche nazionali e anche internazionali , sia con l’esperimento di azioni a carattere preventivo – evitando le violazioni della legge e dei diritti – sia a carattere  reattivo-garantendo il rispetto dei diritti di coloro che ne sono privati.

Orbene, sulla scorta di quanto premesso può senza ombra di dubbio affermarsi che la pratica dell’advocacy si sostanzia in un concreto e per certi versi necessario corollario di cittadinanza attiva e responsabile, poichè permette a quei gruppi che subiscono o lamentano ingiustizia ed emarginazione di accedere al dibattito pubblico e porre in luce nei circuiti decisionali, tematiche ed interessi spesso relegati ai margini del dibattito politico.

Tuttavia, parallelamente a tale nobile attività si è evoluta ed affinata anche l’attività indirizzata al cambiamento politico,  mediante la pressione e l’orientamento delle decisioni degli attori istituzioanli, cioè  il lobbying; con tale vocabolo si indica l’azione sostenuta da determinati gruppi di interesse o pressione al fine di influenzare, contrastare o sostenere provvedimenti legislativi e normativi o specifiche politiche pubbliche (cfr TINTORI C., «Lobby», in Aggiornamenti Sociali, 4 [2009] 303-306). 

Ma tali termini anche se spesso utilizzati come sinonimi, rappresentano due fenomeni con profonde differenze pratiche e di fondo: invero, l’advocacy si sostanzia nella promozione e difesa di principi, mentre la mission del lobbying sta nell’esercitare pressione per promuovere e difendere interessi, prevalentemente di natura economica. Ragion per cui, l’elemento dirimente dell’azione di advocacy  da quella di Lobbying è assai spesso  nella disinteressata difesa di terzi esterni al soggetto promotore.

Un altro elemento di distinzione discende dal fatto che l’attività di lobbying è rivolta direttamente ai detentori del potere (membri del Governo, parlamentari, funzionari e dirigenti pubblici) e si propone di influenzarne le decisioni. L’advocacy, invece, ha uno spettro di azione più ampio e comprende l’insieme delle attività che permettono la difesa e la promozione di valori e diritti, con una spiccata attenzione per la sensibilizzazione e la mobilitazione dell’opinione pubblica, cioè per il mutamento culturale e la crescita della coscienza civile e sociale.  

In questo quadro si registra come spesso le evoluzioni sociali abbiano preceduto quelle istituzionali. All’emergere ed affermarsi di tali fenomeni purtroppo tranne che in alcuni casi, si sconta il ritardo ordinamentale a recepire tali mutamenti e a provvedere a ridisegnare l’architettura istituzionale. Purtroppo non governare tale fenomeno potrebbe avere due effetti deleteri per la credibilità del sistema sociale e per il corretto funzionamento del sistema democratico, per due ragioni: il primo rischio è rappresentato dal fatto che per accontentare sic et sempliciter tali gruppi di pressione si prendano decisioni si di matrice pubblica, ma con carattere e contenuto settoriale e particolaristico che cozzano con una mediazione e bilanciamento di interessi contrapposti che costituisce il sale della democrazia e il compito assegnato dal contratto sociale allo Stato. In secondo luogo, il rischio opposto, è quello di rinchiudersi nella torre di avorio da parte del potere politico, non ascoltando o incanalando tali attori, con conseguente frattura e sfiducia con la società.  

La metamorfosi è ormai in atto, il fenomeno è in espansione ed emerge icto oculi l’incapacità dell’attuale processo decisionale pubblico, lento, farraginoso, a tratti schizzofrenico, come le vicende economiche di questi mesi hanno messo a nudo, a prendere decisioni rapide ed efficaci; in sintesi si mostra inadatto a recepire e rappresentare le molteplici istanze che emergono da un substrato sociale sempre più variegato e complesso e a tradurle in decisioni concretamente efficaci. Queste sono quindi le incognite di un’equazione da cui dipenderà forse la qualità del futuro ordinamento sociale.

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