L’utopia di Ventotene e il futuro dell’impero europeo alle prese con l’immobilismo dei policymaker

gennaio 6, 2012


Come ci mostra la storia del più grande impero, quello romano, raramente gli imperi collassano per cause esterne, spesso sono le cause di matrice endogena, come ad esempio il forte dissenso e il mancato riconoscimento nell’autorità sovrana, ad accellerare la maturazione di quei virus che sgretolano lentamente le fondamenta del vivere sociale.

Questa discrasia è stata colta anche dall’autorevole commentatore Daniel Gros; i famosi corsi e ricorsi storici di “vichiana” memoria sembrano aderire perfettamente alla odierna crisi europea, crisi non solo economica, anche se l’accento è calcato sugli indicatori economici, ma anche e sopratutto istituzionale e di leadership, da cui dipendono le sorti di un’utopia e di un progetto di vita che le macerie del conflitto mondiale hanno accellerato. Perchè allora dovremmo stare moderatamente tranquilli, mentre i media ci bombardano quotidianamente con allarmismi di vario genere?

Se guardiamo solo agli indicatori macroeconomici infatti, la situazione è si cupa, ma i toni di drammaticità non dicono tutto il vero:  in primis, la bilancia delle partite correnti  è sostanzialmente in equilibrio, in considerazione del fatto che vi sono risorse per correggere i disastrati conti pubblici.  Infatti l’Eurozona a confronto con altre nazioni, come gli Stati Uniti o il Regno Unito, non presenta deficit esterni elevati, che necessitano di continui ed ingenti flussi monetari. Secondariamente, sempre in raffronto con gli Usa, dal punto di vista del deficit fiscale, la cifra è nettamente inferiore, 4% del PIL se comparato con il 10% statunitense. La svalutazione della moneta inoltre, indicatore e campanello di allarme da non sottovalutare, è un fenomeno del tutto estraneo al circuito europeo.

Il tasso di inflazione altresì è più basso rispetto alle due sorelle anglosassoni, in quanto in prospettiva le richieste salariali saranno contenute, ragion per cui la BCE non dovrà aprire troppo i cordoni della propria borsa per colmare i deficit, che si assottiglieranno alla luce delle misure restrittive in attuazione.  Ma allora il problema dove si annida e nasconde? Semplicemente è la crisi di fiducia e la riluttanza degli investitori del nord europa, di coloro cioè che detengono un eccesso di risparmio necessario per rifinanziare i deficit a costituire una variabile difficilmente gestibile.

A questi aspetti di matrice prettamente economica si intreccia un insoluto problema di carattere istituzionale-sociale che rischia di mandare in frantumi l’utopia di Ventotene, che Spinelli e Rossi avevano tenacemente e parzialmente disegnato proiettando nelle menti di milioni di cittadini europei un sogno ed una speranza sotto la forma di un necessario ed improcastinabile approdo delle democrazie europee. Era ed è sopratutto urgente vincere i particolarismi e andare oltre il perimetro della sovranità nazionale, cogliendone i benefici ma anche collettivizzandone pesi e responsabilità. Il tutto in una cornice che vede un’armonizzazione giuridica, ancora in fieri e in ritardo, e fiscale, alla cui realizzazione hanno impresso velocità e consistenza le vicende della crisi.

Tuttavia, nonostante siano evidenti i pericoli e la drammaticità del fattore tempo, latitante e spesso assente è uno dei convitati fondamentali: la politica con la sua attività di policy making. Dopo la trasformazione, o crollo e declino delle varie ideologie, ci si sarebbe aspettato uno scatto di orgoglio, la volontà e la tenacia di gestire la transizione verso migliori lidi da parte dei fondatori e non del club europeo. Invece, le cronache ci mostrano marcie indietro, giravolte e bizantinismi che allontanano le soluzioni e aggravano la malattia. Purtroppo, mentre misure fiscali possono anche essere predisposte in tempi più o meno ragionevoli, discorso diverso è per la formazione e la maturazione di una classe dirigente di livello e spessore, che tali misure dovrebbe applicare. “Politica progettuale”, capace di superare quella sovranità nazionale che Luigi Einaudi lucidamente annoverava fra i possibili virus destabilizzanti dell’utopia pragmatica cristallizzata nel “manifesto”.

Di quelle pietre angolari necessarie per costruire l’edificio europeo la più elaborata e lavorata sembra sia solo quella dell’Unione monetaria, mentre tutti gli strumenti necessari a renderla operativa sembrano ostaggio di accordi di stampo nazionale da parte dei potenti detentori del risparmio. Allora, fatte queste dovute premesse, cosa o chi avrà la forza e la legittimazione per rinvigorire lo spirito di Ventotene e salvare l’impero dai suoi tarli interni? Saprà la buona politica convincere le riluttanze delle nazioni del nord Europa a farsi carico per la realizzazione di un progetto comune dei pesi che questo comporta?

Policy makers di tutto il continente, se ci siete battete un colpo.

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