Redemption fund e politica economica espansiva: due strade parallele per salvare l’euro?

dicembre 4, 2011


L’austerità economica e le misure draconiane avranno la capacità di evitare il collasso della moneta unica? Dobbiamo rassegnarci alla recessione con conseguente flessione dei consumi, o ci sono altre vie percorribili alla riduzione del debito pubblico?

Ancora giornate infuocate, tristi presagi di recessione, e rassegnazione sui visi di milioni di cittadini europei e di riflesso americani. Il motivo di tale stato d’animo sta nella inevitabilità della crisi globale che pare attanagliare la sopravvivenza del sistema monetario unico europeo, secondo i più pessimisti, e la  “naturale” stagnazione dei consumi, conseguente a politiche economiche rigorose ma necessarie, alle quali non pare proprio far da controaltare una poderosa iniezione di liquidità essenziale per far ripartire i consumi e quindi la domanda aggregata interna pubblica e privata.

Però in questo coro uniforme si levano due autorevole voci che paiono in qualche modo se non smentire, almeno mettere in dubbio la ratio e le direttrici dei vari interventi concordati dalle cancellerie e dagli organi istituzionali di mezzo mondo.

Berlino, per voce del Ministro dell’economia e delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble si spinge fino a disegnare un “Redemption Fund”, ovvero un fondo di salvezza per ciascuno dei paesi della zona Euro. La finalità di tale dirompente ma ingegnosa proposta sarebbe quella di “parcheggiare” tutto il debito che oltrepassi la soglia del 60% del pil in tale fondo, permettendo così ai paesi sotto la lente d’ingrandimento di estinguere l’eccedenza in un’arco temporale di venti anni, da un lato finanziandone la restituzione mediante le entrate fiscali, dall’altro portando a compimento, senza traumi e con efficacia mirata, quelle riforme che spesso veti incrociati e timore non riescono a disegnare.

Tale proposta oltre ad avere una prospettiva di lungo termine e di ampio respiro, ha il pregio e il coraggio di mettere in discussione il totem dell’abbattimento del debito pubblico, (come pochi economisti hanno avuto l’acume e “l’ardire” di sottolineare, ad esempio, Emiliano Brancaccio, valente professore e giornalista, attento alle politiche sociali) unicamente in un’ottica di breve termine sic et simpliciter, che rischia però di deprimere anche quei paesi che avrebbero fondamentali e risorse per crescere, e quindi avere maggiori entrate che permetterebbero di abbattere il debito senza i rischi di una recessione.

Ma se Berlino si sveglia, sulla sponda dell’Atlantico non stanno con le mani in mano e così anche uno degli opinionisti più autorevoli del New York Times, Paul Krugman si unisce ai tedeschi nello sdoganare l’urgente bisogno di politiche monetarie e fiscali espansive, in quanto a sostegno dell’economia, per evitare che l’UE e l’America rimangano prigioniere dei tagli e della paura dell’inflazione, cioè di una crescita dei prezzi, avvitando così la crisi in una stagnazione dai tempi incerti. Ma la tesi di Krugman non è frutto solo di una provocazione-intuizione, ma di una profonda e disincantata analisi dei dati: ante 2008, a scricchiolare erano da un lato il sistema bancario fuori controllo, dall’altro un debito pubblico senza freni che correva quando invece era richiesta prudenza. La bolla, di cui i mutui subprime furono l’avvisaglia più grave, scoppiò, e così la domanda privata interna si ridusse fino a crollare. Ed è in questo scenario di panico generale che i governi dei paesi debitori e non, scelsero la drastica scorciatoia della riduzione della spesa pubblica e dell’aumento della pressione fiscale, senza tener conto dell’opzione della politica di “twist”.

Invero,  l’obiettivo non è in tale opzione solo la stabilità dei prezzi, ma anche la piena allocazione di risorse. Ragion per cui essa svolge un ruolo proattivo nello stimolare l’economia, acquistando titoli di debito a lungo termine (facendo salire il prezzo e quindi deprimendo il tasso di rendimento) e vendendo titoli di debito a breve termine (facendo ridurre il prezzo e salire il tasso di rendimento) così portando benefici virtuosi ai consumi di lungo periodo.

Purtroppo, a quanto pare, l’America e l’Europa sembrano prigionieri dei loro fantasmi, i policy maker, coloro che dovrebbero confezionare gli orientamenti polici ed economici, sono ambivalenti o spesso sospesi tra rigore ed espansione, quando le due direttrici andrebbero, come pare voler fare Mario Monti, unificate.

L’unificazione dovrebbe essere immediata o quantomeno attuata in tempi stringenti, altrimenti le due fasi, riduzione e crescita, rimarrebbero come due parallele, che non convergono mai. Se così fosse, il “credit crunch”, ovvero la stretta creditizia, e la trappola della liquidità, l’incapacità della politica monetaria di influenzare positivamente  la domanda, diverrebbero condizioni preliminari  a scenari cupi e il default sarebbe inevitabile.

Non ci resta che piangere, sperando che le misure draconiane funzionino, o dobbiamo pretendere con vigore anche politiche di stimolo?…Capitani coraggiosi, la campana dell’ultimo giro è suonata!

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