Tra advocacy & lobbying: la silenziosa metamorfosi del processo decisionale pubblico

settembre 27, 2011


Negli ultimi quindici anni, il procedimento di maturazione e formazione delle scelte pubbliche ha subito un vigoroso ed inarrestabile mutamento, sotto la duplice spinta di due fattori concomitanti e complementari: da un lato i naturali sviluppi storico-sociali, dall’altro l’affermarsi del ruolo delle tecnologie nella vita  pubblica e/o politica e quindi l’emergere della wikicrazia.

Da questa premessa si evince quindi che l’interazione classica dei componenti del famoso quadrato decisionale – P.A, opinione pubblica, gruppi di intermediazione, decisione politica – da cui promana la decisione in materia pubblica non è più unidirezionale, come le fasi che la precedono, ora arricchite da nuovi attori e modalità di tessitura dell’ordito decisionale

Si registra pertanto un ridimensionamento netto non del ruolo ma del peso della mediazione tecnica e politica tra le varie istanze dei gruppi di interesse, non più esclusivo filtro e concertatore di interessi contrapposti e spesso divergenti, in quanto tale funzione è erosa dall’affermarsi di corpi intermedi spesso non istituzionalizzati quali movimenti o semplici think tank, a cui il legislatore deve comunque dare risposte.

Il processo decisionale e  per tale via anche l’iter dei lavori, devono quindi alla luce di tali mutamenti confrontarsi con svariati interlocutori, dai media, agli influencer, al popolo di internet, alle organizzazioni non governative, agli enti locali, nonchè alle lobbyies.

L’arena decisionale non solo si amplia, ma diventa più complessa, competitiva. Una prima causa di tale evoluzione è rappresentata dalla “disintermediazione” della società, che ha causato in primis la moltiplicazione degli attori, sia dal punto di vista dei gruppi di interesse che chiedono di partecipare alla decisione, sia per quanto riguarda quelle maggioranze silenziose che svolgono un ruolo di guardiano mediante il controllo,  ma anche con il semplice suggerimento e la divulgazione delle informazioni.

Emerge così in maniera evidente la crisi di influenza del gruppo di interesse inteso in senso classico rispetto al passato, nonchè l’erosione e il ridimensionamento di del ruolo di mediatore e filtro delle istanze prima esclusivo appannaggio della politica. In questo spazio quindi si sono inserite organizzazioni o gruppi che hanno svolto attivamente un ruolo di difesa e in certi casi di promozione di interessi, anche ridisegnadone il perimetro: esse sono  ascrivibili e classificabili principalmente in due categorie, l’advocacy e il lobbying.

L’attività di “advocacy” consiste nello sviluppare una serie, coordinata e strategicamente funzionale di azioni di comunicazione per promuovere, consolidare o difendere un interesse – istituzionalmente rilevante–di un’organizzazione complessa. Garantendo così presso tutti i pubblici poteri di riferimento, direttamente o attraverso altri soggetti attivi del processo, un flusso informativo costante, congruente e favorevole al gruppo di interesse, si riesce ad accrescere la c.d. issue salience e ad aumentare la propria capacità di incidere sulle decisioni pubbliche.

Per «advocacy»  nello specifico si intendono indicare tutte quelle le organizzazioni che operano per la tutela e la promozione dei diritti, mutuando un vocabolo inglese – che letteralmente può essere tradotto con avvocatura, appoggio, patrocinio, arringa; il motivo della scelta di tale termine si giustifica con l’assenza di un sostantivo equivalente che indicasse l’insieme di azioni con cui un soggetto collettivo sostiene attivamente e fattivamente un interesse, in ambito giudiziario ma anche politico. Tuttavia, l’elemento più importante che lo differenzia nettamente dall’attività di lobbying sta non solo nella mission, con cui presenta punti di contatto, ma sopratutto nelle ricadute pratiche, posto che l’agere di soggetti collettivi, porta vantaggio anche a terzi che non necessariamente ne fanno parte.

Per quanto attiene alle modalità, l’advocacy si snoda con azioni di difesa e di promozione dei diritti collettivi, con maggior propensione per le fasce più deboli della popolazione, tramite il lavoro di associazioni e organizzazioni non governative (ONG).  Ne è una riprova di tale attitudine la circostanza squisitamente lessicale che gli spagnoli traducono il termine advocacy con incidencia o incidencia política,  sottolineando quindi la capacità di incidere sulla concreta attuazione delle politiche nazionali e anche internazionali , sia con l’esperimento di azioni a carattere preventivo – evitando le violazioni della legge e dei diritti – sia a carattere  reattivo-garantendo il rispetto dei diritti di coloro che ne sono privati.

Orbene, sulla scorta di quanto premesso può senza ombra di dubbio affermarsi che la pratica dell’advocacy si sostanzia in un concreto e per certi versi necessario corollario di cittadinanza attiva e responsabile, poichè permette a quei gruppi che subiscono o lamentano ingiustizia ed emarginazione di accedere al dibattito pubblico e porre in luce nei circuiti decisionali, tematiche ed interessi spesso relegati ai margini del dibattito politico.

Tuttavia, parallelamente a tale nobile attività si è evoluta ed affinata anche l’attività indirizzata al cambiamento politico,  mediante la pressione e l’orientamento delle decisioni degli attori istituzioanli, cioè  il lobbying; con tale vocabolo si indica l’azione sostenuta da determinati gruppi di interesse o pressione al fine di influenzare, contrastare o sostenere provvedimenti legislativi e normativi o specifiche politiche pubbliche (cfr TINTORI C., «Lobby», in Aggiornamenti Sociali, 4 [2009] 303-306). 

Ma tali termini anche se spesso utilizzati come sinonimi, rappresentano due fenomeni con profonde differenze pratiche e di fondo: invero, l’advocacy si sostanzia nella promozione e difesa di principi, mentre la mission del lobbying sta nell’esercitare pressione per promuovere e difendere interessi, prevalentemente di natura economica. Ragion per cui, l’elemento dirimente dell’azione di advocacy  da quella di Lobbying è assai spesso  nella disinteressata difesa di terzi esterni al soggetto promotore.

Un altro elemento di distinzione discende dal fatto che l’attività di lobbying è rivolta direttamente ai detentori del potere (membri del Governo, parlamentari, funzionari e dirigenti pubblici) e si propone di influenzarne le decisioni. L’advocacy, invece, ha uno spettro di azione più ampio e comprende l’insieme delle attività che permettono la difesa e la promozione di valori e diritti, con una spiccata attenzione per la sensibilizzazione e la mobilitazione dell’opinione pubblica, cioè per il mutamento culturale e la crescita della coscienza civile e sociale.  

In questo quadro si registra come spesso le evoluzioni sociali abbiano preceduto quelle istituzionali. All’emergere ed affermarsi di tali fenomeni purtroppo tranne che in alcuni casi, si sconta il ritardo ordinamentale a recepire tali mutamenti e a provvedere a ridisegnare l’architettura istituzionale. Purtroppo non governare tale fenomeno potrebbe avere due effetti deleteri per la credibilità del sistema sociale e per il corretto funzionamento del sistema democratico, per due ragioni: il primo rischio è rappresentato dal fatto che per accontentare sic et sempliciter tali gruppi di pressione si prendano decisioni si di matrice pubblica, ma con carattere e contenuto settoriale e particolaristico che cozzano con una mediazione e bilanciamento di interessi contrapposti che costituisce il sale della democrazia e il compito assegnato dal contratto sociale allo Stato. In secondo luogo, il rischio opposto, è quello di rinchiudersi nella torre di avorio da parte del potere politico, non ascoltando o incanalando tali attori, con conseguente frattura e sfiducia con la società.  

La metamorfosi è ormai in atto, il fenomeno è in espansione ed emerge icto oculi l’incapacità dell’attuale processo decisionale pubblico, lento, farraginoso, a tratti schizzofrenico, come le vicende economiche di questi mesi hanno messo a nudo, a prendere decisioni rapide ed efficaci; in sintesi si mostra inadatto a recepire e rappresentare le molteplici istanze che emergono da un substrato sociale sempre più variegato e complesso e a tradurle in decisioni concretamente efficaci. Queste sono quindi le incognite di un’equazione da cui dipenderà forse la qualità del futuro ordinamento sociale.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: