“il diritto all’esistenza” nell’era della macelleria sociale: la vittoria dell’economia sul diritto

luglio 25, 2011


Il rischio contagio del debito greco ha spinto le istituzioni politico-monetarie europee ad interventi di urgenza. Gli Stati hanno seguito le loro indicazioni e in certi casi come è avvenuto per i PIIGS (PORTOGALLO, IRLANDA, ITALIA, GRECIA e SPAGNA) le sollecitazioni stringenti. L’italia, quindi, ha risposto tempisticamente bene, ma a livello contenutistico la manovra finanziaria si prospetta una macelleria sociale a carico dei ceti che già bocchegiano. E’ la definitiva certificazione della sconfitta del “diritto all’esistenza” insito in ogni sistema democratico?!?.  

Nelle ultime settimane, le maggiori democrazie europee sono alla presa con due fattori strettamente connessi e complementari, tuttavia difficilmente gestibili, che costituiscono le incognite di qualunque progetto riformatore e/o risanatore in materia di debiti sovrani e connessi pericoli di default: il tempo e la paura. Urgono pertanto decisioni innanzitutto rapide – il fattore tempo-,e  in secondo luogo non dettate da un’ottica di breve periodo e condizionate dai timori o egoismi di lobby o di gruppi di potere. Il risultato, nel caso non si tenessero in equilibrio queste due menzionate esigenze, sarebbe  quello di produrre  o una panacea destinata ad esaurire i propri effetti in poche settimane, o peggio un indiscriminato o altresì selettivo ed ineguale intervento che inciderebbe ulteriormente su quelle classi sociali che non hanno la forza d’urto necessaria per far emergere ed imporre le proprie rimostranze, in quanto “contraenti deboli” in un sistema dove il diritto con i suoi  principi e ragioni, si piega sempre più spesso ai ferrei e rigidi schemi delle teorie economiche di matrice neo-liberista. “L’esistenza” del cittadino insomma, si svuota a colpi di legislazione d’urgenza dei connotati sostanziali e basilari che il sistema di diritto dovrebbe garantire, per divenire un mero numero, un dato su cui elaborare programmi e soluzioni, economicamente efficaci, ma socialmente devastanti.

Ma quale è l’ordito normativo su cui poggia tale naturale ed irrinunciabile diritto? A livello costituzionale i padri costituenti invero hanno dato copertura a tale diritto in numerose norme: già nella parte relativa ai principi, l’art 1 (” L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro…“) e l’art. 2 (“La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”) ma sopratutto la seconda parte dell’art. 3, delineano un sistema dove l’attenzione viene incentrata sul cittadino, a cui lo Stato garantisce quelle condizioni basilari, anche con interventi a carattere positivo, 2 co art. 3, ” è compito della repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitando di fatto l’eguaglianza dei cittadini…”, tali da permettergli di raggiungere una condotta e un tenore di vita dignitoso. Infatti, nel titolo III sui rapporti economici sociali, nell’art. 35 specifica che il lavoro, è lo strumento che deve garantire “una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro..tale da assicurare a sè e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa. Orbene, a tale diritto bisogna anche parametrare e calibrare l’art. 53 in materia di tasse, il quale detta una norma di principio nonchè programmatica che più di tutte viene costantemente disattesa: “la capacita contributiva”. Invero, se e vero che tutti sono chiamati a concorrere alle spese pubbliche in ragione della propria capacità contributiva e che il sistema tributario è informato a criteri di progressività, non si comprende perchè a subire il peso degli interventi di salvataggio sia sempre il cittadino economicamente e socialmente debole. La distribuzione dei sacrifici è quindi la cartina tornasole di come l’uguaglianza sotaziale ex art 3 co 2 venga violata e di come lo Stato abdichi alla sua funzione di regolatore ed interventore, per ridursi a un mero contabile, disinteressato ad attenuare le ripercussioni sociali ed economiche.

Leggendo la manovra economica sono due i punti a sostegno di tale visione: in primo luogo, il peso dell’aumento di imposte, tariffe e prezzi, già insostenibile nelle passate manovre, che graverà ulteriormente e nuovamente per il 13,3% sui redditi medio-bassi e solo per il 5% su quelli più alti, con conseguente erosione del potere d’acquisto e della consistenza dei fragili bilanci familiari.  In secondo luogo, il settore che più vedrà moltiplicarsi le diseguaglianze è quello sanitario: infatti, il ticket sanitario di euro 10 per le prestazioni specialistiche, congiuntamente alla scomparsa del bonus di 36 euro, danneggia sempre le stesse fasce deboli, pensionati, casalinghe e lavoratori precari. Se poi consideriamo che molte regioni ricche del nord non applicheranno il meccanismo dei ticket, ad essere violato è quindi il fondamentale diritto alla salute ex art. 24 cost. in relazione all’uguaglianza dei cittadini sancita ex art. 3 cost., posto che il reddito da una parte, e l’appartenenza a regioni ricche, determinano sensibili e non facilmente eliminabili distorsioni nella fruizione.

Orbene, bisogna poi considerare a livello di legislazione UE, la prospettiva tracciata dal Trattato di Lisbona e dalla Costituzione europea, a favore di un’Europa sociale ed inclusiva e non solo meramente tecnocrate e preoccupata di mercati e merci, che ha trovato l’attenzione di numerosi paesi, come ci testimonia una recente pronuncia della Corte costituzionale tedesca, la quale ha posto l’accento sul diritto all’esistenza quale diritto fondamentale del cittadino.

E da noi a che punto stiamo?. Che strada stiamo seguendo? Purtroppo, allo stato dei fatti e dei provvedimenti, il risultato è desolante, in quanto si istituzionalizza la diseguaglianza, con un preoccupante ritorno a scenari di “democrazia censitaria”, nella quale il godimento e la fruizione dei diritti sono subordinati o condizionati alle risorse materiali del singolo cittadino-utente. Tutto il contrario di quel modello Europeo che sull’isola di Ventotene disegnavano Spinelli e Rossi. Inoltre, si certifica con angosciosa impotenza come il Diritto abbia ormai smarrito la sua vocazione originaria, di mediatore tra opposte istanze, con la predisposizione di soluzioni socialmente accettabili e di non invadente regolatore. Sembrano prevalere anche nella gestione di fenomeni sociali solamente logiche contabili, senza curarsi delle ripercussioni sociali. Se è vero che i mercati premiano le manovre rigorose, che il “credit spread” migliora (ovvero il differenziale tra il tasso di rendimento di un’obbligazione caratterizzata da rischio di default e quello di un titolo privo di rischio, ad es., un titolo di stato a breve termine, quale in Italia il BOT) è altrettanto vero che all’interno della nazione, in assenza di una poderosa ripresa economica, i consumi stagnano, le produzioni di beni e servizi vanno a singhiozzo e solo le diseguaglianze si moltiplicano.

Concludendo, per quanto tempo ancora, in nome del rigore contabile-finanziario la qualità dello stato di diritto per quei cittadini meno abbienti dovrà essere penalizzata?

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