Financial transaction tax: lodevole rimedio o ingannevole proposta?

luglio 2, 2011


La proposta avanzata di introdurre un sistema di tassazione sulle transazioni finanziarie è ormai improcastinabile dopo aver ricevuto il placet dal Fondo Monetario Internazionale, dalla Commissione Europea, dal G20 e da un buon numero di governi. Invero anche un numero cospicuo di parlamentari di tutto il mondo si sono resi promotori di una proposta di supporto.

ROMA Dal 22 giugno è in corso la Campagna Zero Zero Cinque in concomitanza con la Giornata Mondiale di mobilitazione sulla tassa che colpisce le transazioni finanziarie (TTF), che è nel panorama finanziario e fiscale una proposta rivoluzionaria ed innovativa; la TTF si sostanzia  in sintesi nella prima wiki-legge italiana, la cui elaborazione si snoda mediante una procedura di consultazione pubblica (si veda in proposito il sito); lo scopo è quello di addivenire alla stesura di un testo compiuto e circostanziato sulla TTF.

L ‘idea cardine è quella di una redazione “partecipata” per l’approvazione di una tassa che non arrecherebbe alcun nocumento al settore dei mercati finanziari trasparenti e sani, ma punirebbe con rigore e determinazione, almeno nelle intenzioni e nei propositi degli ideatori e promotori, le  mere speculazioni recuperando con tale meccanismo le risorse per finanziare politiche sociali, ambientali e di cooperazione allo sviluppo. Uno strumento innovativo in questa delicata fase di stagnazione economica e crisi dei debiti sovrani che vede anche il governo italiano indaffarato ma sopratutto preoccupato a reperire risorse per far quadrare i conti, cercando però di non aumentare la pressione fiscale su lavoratori e imprese; all’orizzonte però si prospetta la non remota e difficilmente schivabile opzione di una gravosa manovra finanziaria sollecitata e patrocinata dall’Europa e dalle sue più rappresentative istituzioni, al fine di alleviare e/o azzerare il gigantesco deficit nei conti pubblici. L’iniziativa è patrocinata da 56 organizzazioni, tra Ong, Associazioni, sindacati e Banca Etica.

La tassa sulle transazioni finanziarie-Financial Transaction Tax – FTT o TTF– è quindi entrata prepotentemente nello scenario internazionale. I prodromi di tale proposta risalgono al documento finale del G20 di Pittsburgh del settembre 2009, con il quale si sollecitava il Fondo Monetario Internazionale a predisporre entro e non oltre il giugno 2010 un rapporto sulle modalità su “come fare in modo che il settore finanziario possa dare un contributo giusto e sostanziale per pagare per ogni costo associato con gli interventi governativi per riparare il sistema bancario”.

L’idea di fondo è quella di far pagare alle banche il costo del loro salvataggio, in virtù del principio alla base della discussa “bank levy”, la tassa sul patrimonio e i ricavi degli istituti di credito; l’idea di utilizzarla per lo scopo di raccogliere fondi, è stata caldeggiata in primis dal segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Timothy Geithner, mediante l’implementazione nel sistema finanziario mondiale di un’imposta che recepisce risorse da destinare ad uno speciale fondo di garanzia per i tempi di crisi del sistema finanziario. Si ridisegnerebbero così efficacemente i ruoli e le competenze nel rapporto Stato-cittadini-finanza, con uno spostamento dell’onere e dei costi degli interventi di salvataggio dai contribuenti alle banche.

Nel dibattito pubblico però spesso è facile confondere la TTF con la celeberrima Tobin Tax, elaborata e teorizzata dall’economista James Tobin negli Anni Settanta: la differenza con essa è sopratutto nell’oggetto, in quanto la Tobin Tax colpirebbe esclusivamente gli scambi di valuta. La  TTF invece avrebbe ad oggetto un numero maggiore di transazioni e con un tasso inferiore a quello della Tobin.

Le  modalità di prelievo tuttavia non sarebbero macchinose ed invasive: le operazioni finanziarie oggi sono registrate su piattaforme elettroniche come lo SWIFT e il Continuous Liked Settlement Bank (CLS Bank). Con un semplice software si potrebbe quindi prelevare l’imposta e versarla istantaneamente all’ente designato a incamerare il gettito.

In un periodo di scarsezza di risorse pubbliche, per i  governi diventa una chimera spesso reperire risorse, senza gravare sulla collettività o aggravare i conti già in dissesto; sarebbe necessario intervenire su tre direttrici: abbattere i deficit pubblici, stimolare l’economia reale, sostenere le politiche sociali. Occorrerebbero altresì  fondi per finanziare gli obiettivi di sviluppo del millennio e misure addizionali per fronteggiare i cambiamenti climatici.

Con tale provvedimento vi sarebbe una rivoluzione copernicana nel sistema della finanza con conseguente responsabilizzazione degli attori più spericolati, senza gravare sulla collettività che si è vista costretta a pagare prima le conseguenze della crisi sui propri patrimoni, poi l’onere ulteriore di tasse occulte per rifinanziare il sistema bancario onde evitare il collasso. Nello scenario di impopolari aumenti delle tasse sul reddito, della tassazione indiretta (IVA e tasse sul patrimonio) o dell’aumento di premi per assicurazioni contro la disoccupazione, la strada più agevole per i governi e più gradita ai mercati risulterebbe l’allargamento della base imponibile, anche tassando il segmento finanziario.

Ma la strada non è priva di incognite ed ostacoli; anche se in molte nazioni si sono varate misure di tassazione sulle transazioni finanziarie, e in alcuni casi con tassi di gran lunga più incisivi del TTF (la Stamp Duty nel Regno Unito), la misura più concreta ed attuabile rimane la TTF, dapprima applicandola ad un primo gruppo di Paesi pilota, poi successivamente e in misura proporzionale allargandola su tutta la scala internazionale.

Tuttavia di fronte a tale ambizioso progetto si stagliano due aspetti strettamente connessi ed interdipendenti; in primis, l’effetto immediato di tale tassazione sarebbe quello distorsivo dei mercati, con connessa riduzione di efficienza. Infatti lo scopo principale dei mercati è quello di garantire un corretto ed equilibrato raccordo nell’allocazione delle risorse tra chi necessità di capitali, solitamente le imprese, e chi investe i propri risparmi, ovvero le famiglie. Quindi con la TTF vi sarebbe de facto una contrazione della mole di speculazione, ma non degli scambi legati all’economia reale. In questa ultima implicazione si coglie il lato positivo, che sta nella capacità del mercato di assolvere al proprio scopo primario allocando al meglio le risorse anche se con base ridotta a livello dimensionale.

In secondo luogo, alcuni analisti del settore vedono nella speculazione aspetti positivi, poichè le attività di breve termine e speculative determinano in concomitanza con altri fattori, l’individuazione dei giusti prezzi per gli strumenti finanziari: gli speculatori in tale ottica si orientano all’acquisto di strumenti sottovalutati e vendono quelli con un prezzo troppo alto, generando così il raggiungimento dell’equilibrio sui mercati. Ma tale assunto è facilmente contestabile applicando le più accreditate teorie economiche, infatti l’equilibrio perfetto menzionato è possibile solo a condizione che le attività speculative siano marginali rispetto alla dimensione complessiva dei mercati.

Ma come la storia politica ci insegna, gli “spiriti animali” del capitalismo e la pressione delle lobby trasversali ben difficilmente lasceranno passare una proposta tanto dirompente: sicuramente già sono al lavoro nei vari governi nazionali e nelle sedi istituzionale per depotenziarne la portata e gli effetti della TTF. La battaglia è stata vinta, ma non la guerra. Ora tocca a tutti gli attori non trasformare una fuoriserie in una utilitaria.

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