Wikileaks e trasparenza del sistema democratico: il labile confine tra diritto di cronaca & diritto alla privacy

giugno 28, 2011


Negli ultimi anni, il mondo è stato scosso dal fenomeno wikileaks e dalle vicende legate al suo fondatore Assange, che hanno occupato le cronache di migliaia di testate dell’intero globo e messo in fibrillazione le diplomazie dei principali stati occidentali. 

Tale vicenda infatti è di fondamentale importanza non solo per le ripercussioni diplomatico-politiche, ma altresì per la tenuta del nostro sistema democratico, perché tocca delicate corde della democrazia occidentale, a cui è seguito un florido dibattito incentrato su tre temi: in primis il delicato equilibrio tra diritto di informazione e diritto ala privacy; secondariamente il ruolo delle tecnologie e dell’informatica nella vita quotidiana; in terzo luogo se sia necessario, ma soprattutto possibile, perimetrale il campo del diritto di cronaca e soprattutto se debbano essere predisposti dei limiti e di che tipo, ai fini della sicurezza pubblica, agli strumenti tecnologici ed informatici.

Ma Chi è  il famoso Julian Paul Assange? Il capo di una organizzazione senza scopo di lucro, come riporta tout court Wikipedia, che seleziona e pubblica, in modo anonimo documenti coperti dal segreto di stato? Un filantropo del terzo millennio che solitario si erge contro le ingiustizie del mondo? Un nuovo Robin Hood anti-cattivoni (Pentagono, Cia, ecc.) ma che allo stesso tempo raccoglie informazione come una spia pubblicandole tramite la rete? Un semplice hacker? Uno sprovveduto speculatore?

Chi è in realtà questo pifferaio magico fautore della trasparenza a oltranza, che però con le sue oscure fonti e rivelazioni scottanti, rischia in sostanza di far saltare tutti gli equilibri diplomatici del mondo? Cos’è in realtà Wikileaks, il sito che  sta creando seri problemi agli americani, dall’Irak all’Afghanistan, a seguito della diffusione di una valanga di documenti che toccano anche il più fedele alleato ovvero l’Italia?

L’arresto, e le vicende legate al processo, da cui è partita la mia attenzione e le analisi, saranno e sono tutt’ora l’occasione per focalizzare l’attenzione attorno a uno degli snodi cruciali per lo sviluppo della democrazia del nuovo millennio, per fare chiarezza e tracciare le linee della problematica: mi propongo infatti di analizzare il ruolo che le tecnologie informatiche devono avere nella società, nonché stabilire  l’opportunità di nuove forme di responsabilità onde evitare il rischio nascosto di un’anarchia del terzo millennio, posto che vi è una mole di informazioni delle quali non si riesce più a discernere quelle veritiere da quelle false, in nome di un sacrosanto e legittimo diritto di essere informati; da sfondo all’analisi, mostrare il pericolo reale e sottovalutato di un perenne complotto mondiale e di una diffidenza continua e controproducente nei confronti dei pubblici poteri spesso vacillanti e sotto attacco dell’opinione pubblica.

Ma cosa soni i cablogrammi che spesso sentiamo nella storia di Assange? Nel linguaggio passato il «cablogramma» era un telegramma in codice con il quale una sede diplomatica trasmetteva informazioni a un’altra . Oggi il termine invece è di portata più ampia, in quanto attiene al sistema di comunicazione diplomatica negli Stati Uniti: una sorta di email di gruppo alla quale possono accedere solo alcuni autorizzati, a seconda del livello di riservatezza.

Nello specifico il “cavo diplomatico” funziona come un gruppo di e-mail. Per molti anni il cavo principale inviava telegrammi ai vari staff consolari che a loro volta li avrebbero smistati oltre gli oceani e in tutto il mondo, tramite il codice Morse. In questo sistema gli addetti dell’altra parte, del cavo di ricezione, sarebbero stati capaci di decifrare gli impulsi provenienti attraverso le loro cuffie o decodificare fogli stampati di punti e linee. Ma in tempi più recenti, il cavo ha cominciato a funzionare quasi esattamente come un e-mail, e dal 2008, è il Dipartimento di Stato americano a gestire entrambe le modalità di comunicazione.

Il caso wikileaks invero, mette in risalto con nitidezza un problema che con l’emersione dei social network e la diffusione dello scambio e della comunicazione via internet delle informazioni, anche mediante il sistema “peer to peer”, si è fatto sempre più denso di implicazioni giuridiche e di risvolti sociali. Dal punto di vista giuridico la tematica involge il delicato ma necessario equilibrio tra il diritto alla riservatezza e il diritto ad essere informati; tuttavia, interessi entrambi di rango costituzionale, nonchè problemi giuridici così nuovi e sempre in continua evoluzione richiedono soluzioni adeguate ed innovative. E’ infatti onere del legislatore provvedere a regolare il fenomeno con un ordito legislativo adeguato alle esigenze in continua emersione, il più possibile elastico alla recezione dei nuovi principi che si sviluppano nel dibattito giurisprudenziale e dottrinario.

Negli anni recenti, dal punto di vista del diritto italiano si è cercato di adeguare la normativa nazionale alle direttive europe, mediante leggi di ricezione o decreti legge, mentre a livello comunitario si è andati nella direzione di incrementare la tutela della privacy ridimensionando il ruolo dell’interesse pubblico che era straripato dai normali confini a seguito degli eventi terroristici dell’11 settembre 2001. Infatti, nel Parlamento europeo si è discusso e poi approvato un disegno dei legge che regolava il passaggio di dati dalla Ue agli USA con la creazione in futuro di un’Agenzia europea ad hoc che vigili sui dati personali. Ma il dibattito latita e soffre però di un raccordo anche a livello di legislazione internazionale dove il gap e le contraddizioni sono stridenti.

Con riferimento al diritto alla riservatezza, ovvero il diritto a tenere segreti comportamenti atti ed aspetti legati alla propria sfera intima, il punto di partenza è la mancanza nel codice civile di specifiche norme a carattere settoriale, che hanno indotto gli esperti in materia a ritenere che tale interesse fosse sprovvisto di una tutela. Ma il vivace dibattito giurisprudenziale di segno opposto a tale orientamento, ci ha mostrato come invece vi fossero veri e propri riferimenti normativi su cui fondare un diritto alla riservatezza: invero, se si ammette pacificamente l’esistenza di un diritto generale alla personalità, sarebbe illogico negare l’esistenza della possibilità di difendere da invasioni indebite ed illecite la propria sfera personale, di cui il diritto alla privacy costituisce la forma più compiuta.

Dal punto di vista costituzionale, il primo pilastro di tale teorizzazione è da rinvenire nell’art. 2 che prescrive che “ la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo nelle formazioni sociali ove svolge la sua personalità”.

Infatti è su tale dato normativo a carattere generico che si sono poste le basi giuridiche di tale diritto. Inoltre, anche l’art. 8 della CEDU, la Convenzione europea dei diritti dell’uomo offre una tutela al rispetto della vita privata e familiare. Sempre a livello di diritto europeo, nella Carta dei diritti fondamentali dell’unione europea, integrativa di aspetti tralasciati dalla CEDU che invece ha carattere convenzionale, nell’art . 8 intitolato “protezione dei dati di carattere personale” si è dato attuazione alle esigenze che l’art. 286 del Trattato istitutivo della Comunità europea e la direttiva del 1995, ampliando il diritto con il presidio in ogni nazione membro della UE di una Autorità Indipendente per garantire il corretto uso di tali dati( in Italia il Garante della Privacy opera già dal 1997). Su questo binario in seguito infatti si è provveduto ad istituire un’Autorità con simili poteri e doveri anche a livello comunitario.

Ma accanto al diritto del singolo di vedere la propria sfera privata al riparo da ingerenze, merita egualmente tutela il diritto di sapere dei consociati, diritto che anch’esso riceve una tutela indiretta nell’art. 21 della cost. che garantisce più ampiamente il diritto alla libertà di espressione del pensiero. Tale diritto a livello comunitario invece riceve una teorizzazione e una tutela esplicita nell’art. 11 della Carta fondamentale dei diritti dell’unione europea che reca l’intestazione “libertà di espressione e di informazione”.

Fatte queste necessarie e doverose premesse, è bene sottolineare che di fronte a tale conflitto fra interessi giuridicamente rilevanti, non sempre i criteri di risoluzione e/o composizione sono stati sempre univoci e chiari; la soluzione più condivisa e attinente all’ordine dei problemi prescelta è stata quella di tracciare un confine labile e modificabile in base alle circostanze, tra fatti la cui diffusione ha una rilevanza e valenza politico –sociale, e circostanze la cui conoscenza risponde solo alla curiosità del pubblico per cui non si ravvisa la necessità di ledere la riservatezza dell’individuo.

Solo da una lettura costituzionalmente orientata degli art. 2,13,15, 21, si può trovare il necessario equilibrio tra le suddette esigenze, che ha trovato una risposta organica con la legge n. 675 del 31.12.1996 sul trattamento dei dati personali, impropriamente denominato “codice della privacy”. Sul versante europeo invece dapprima è stata elaborata dal Consiglio d’Europa la Convenzione finalizzata alla protezione della vita privata, con particolare riferimento al “trattamento automatizzato dei dati”delle persone. In seguito, è intervenuta la direttiva n. 58 del 2000 sulla riservatezza nelle comunicazioni elettroniche.

Concludendo, è di fondamentale importanza in un periodo storico così pregno di mutamenti che il diritto si apra sempre più agli eventi, cambiando i propri schemi interpretativi, aggiornando le normative, e quando è possibile  antivedendo e anticipando i fenomeni, di modo da non trovarsi spiazzato e offrire o soluzioni tampone in delicati settori, come il caso Assange ha mostrato, inadeguate e dannose, o temporeggiando al fine di capire quali direttive seguire.

Tuttavia, in questa operazione non bisognerà mai smarrire il farò che ha orientato ogni democrazia e che ne ha permesso la sopravvivenza anche in tempi di crisi: rigore d’azione ed equilibrio di analisi dei fenomeni,devono guidare le scelte dei governanti e dei legislatori, senza cedere agli umori popolari. Questa sarà la sfida che tutt’ora sfiora le fondamenta dei sistemi democratici del mondo.

Il rischio, è che in nome della trasparenza a tutti i costi, necessario antidoto dello strapotere pubblico, allargando il campo di azione, si vada a ledere un’altro diritto, quello alla riservatezza del singolo o una serie di diritti funzionali al regolare funzionamento del sistema statuale democratico. Il segreto di Stato, spesso violato dal sistema wikileaks, a mia opinione è necessario in delicati settori, anche se è altrettanto doveroso contingentarlo, come ci mostrano i numerosi misteri italiani, da Ustica allo stragismo degli anni di piombo, alle logge massoniche mai totalmente debellate; per cui vanno rivisti i presupposti ed i tempi di durata, onde evitare l’abuso così da coprire le malefatte dei governanti.

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