Smaltimento delle scorie nucleari: il trend europeo del “chi inquina paga”

giugno 21, 2011


Nella sessione plenaria del parlamento europeo che si terrà il 22-23 giugno, si discuterà di un fondamentale e per certi versi troppo spesso procastinato problema, quello delle scorie nucleari: è stato il triste disastro nucleare in Giappone ad accellerare la discussione e a porre sotto i riflettori il tema della sicurezza nucleare. Nonostante sia oggetto di discussioni da decenni, lo smaltimento dei rifiuti radioattivi rappresenta ancora il tallone di Achille della politica energetica incentrata sul nucleare.

(si veda http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?pubRef=-//EP//TEXT+REPORT+A7-2011-0214+0+DOC+XML+V0//IT#title1)

In merito, la proposta di maggior interesse è quella dell’ europarlamentare slovena del PPE Romana Jordan Cizelj, che ricalcando i pricipi e criteri della direttiva “habitat”, ha il pregio di implementare il principio del “chi inquina paga” in un settore denso di ripercussioni sociali nonchè economiche.

Invero, post Fukushima  il rischio nascosto ma più insidioso in materia di smaltimento dei rifiuti è sotto il profilo sociale, il “rischio di responsabilità”: secondo le fila del ragionamento della parlamentare slovena, l’Europa pone la propria attenzione molto sullo smaltimento di rifiuti di basso e medio livello, ma non sulle scorie altamente radioattive, scarsamente regolate dal punto di vista legislativo.

Ne è una dimostrazione la circostanza che le scorie radioattive vengono tuttora stoccate in strutture temporanee, mentre il combustibile esaurito, troppo spesso giace in magazzini localizzati in prossimità dei reattori. Sotto il profilo strutturale tali costruzioni sono senz’altro eccellenti per gli standard di sicurezza, ma con un ciclo di smaltimento definitivo e certo tale livello sarebbe più elevato.

In tale ottica quindi diventa per chi ha responsabilità istituzionali prioritario determinare analiticamente gli standard di sicurezza e le procedure necessarie per lo stoccaggio definitivo; tale responsabilità quindi deve trovare dapprima albergo nei dibattiti tra leader di opinione e nell’opinione pubblica dei cittadini, in seguito sarà dovere dei politici trasformare le indicazioni emerse in un quadro legislativo adeguato.

Purtroppo, un grosso ostacolo a tale lungimirante ma difficile obiettivo è rappresentato dal fatto che allo stato attuale della scienza non esiste tutt’ora un sistema di smaltimento definitivo delle scorie nucleari: però sarebbe il caso di seguire gli esempi virtuosi di Finlandia e Francia che hanno predisposto un ordito legislativo molto mirato. Per cui è opportuna una comune legislazione europea che obblighi gli Stati membri ad agire seriamente in tale direzione.

Tuttavia, tale strada non è facile, in quanto è necessario il concorso di vari fattori: avanzate tecnologie, un regolamento incisivo e indipendente, lo stanziamento di adeguate risorse umane e finanziarie, nonchè la massima trasparenza e modalità di partecipazione pubblica.

In tale contesto si inquadra l’emendamento della deputata slovena che prescrive la valutazione dei costi, il monitoraggio e la verifica dei risultati, relazioni periodiche alla Commissione europea e la partecipazione dei parlamenti nazionali, al fine di instaurare una dialettica trasparente tra i cittadini e le istituzione UE.

Ma c’è un rischio da scongiurare: il deplorevole occultamento di scorie nei paesi del terzo e quarto mondo. Su tale sconfortante scenario, la Commissione protende a proibire l’esportazione dei rifiuti nucleari. Un’alternativa di maggior equilibrio sarebbe invece quella di autorizzare lo stoccaggio delle scorie solo in presenza di standard di sicurezza simili a quelli europei. Infine, sarebbe veramente giunto il tempo di determinare standard elevati per tutta la comunità internazionale,  in seno all’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA) competente in materia.

Sapranno tali propositi trasformarsi in leggi “responsabili” e “pulite”?

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