N.i.m.b.y. & N.i.n.t.o.: tra radicalismo e immobilismo la programmazione è in ostaggio.

giugno 7, 2011


Sono circa 320 le opere partite e poi bloccate o mai partite, ferme in quel limbo fatto di ricorsi e incessanti mediazioni: la mappa del “non fare” cresce, e si moltiplicano i calcoli dei costi futuri per tali incertezze programmatiche.

Da porto Tolle, con il blocco della riconversione a carbone della centrale Enel imposta dal Consiglio di Stato, passando per il Monselice, con lo stop al revamping del cementificio per il contrasto con le norme che tutelano il Parco dei Colli Euganei, senza tralasciare la Val di Susa con l’opposizione alla TAV. Maggiormente localizzati nel Nord del paese, e di svariate tipologie, dalle ferrovie, alla costruzione di nuove arterie stradali, ai rigassificatori, alle centrali a biomasse, ma anche gli impianti per le energie rinnovabili! L’effetto Nimby, si fa sempre più pesante per la realizzazione di opere pubbliche, la programmazione sempre più incerta e dispendiosa, il paese sempre più fermo mentre le altre nazioni si ammodernano.

Ma cosa è il fenomeno Nimby?..E poi, è da addebbitare solo alle rimostranze spesso giustificate degli ambientalisti il gap con gli altri paesi europei e la lentezza nella realizzazione delle opere pubbliche nel nostro paese?..

Con l’acronimo N.i.m.b.y., che sintetizza la frase “not in my back yard“, tradotto in maniera molto soft “per favore costruiscilo dove vuoi ma non dove abito io”, si circoscrive quel fenomeno di opposizione e/o contrasto a “opere di pubblica utilità e agli insediamenti industriali o alla loro riconversione”, che è cresciuto a dismisura nel nostro paese tanto da attirare l’attenzioni di esperti e di studi universitari, e ha portato alla creazione del forum Nimby che da circa 15 anni controlla costantemente l’evolversi della situazione. Tant’è che nell’aprile scorso, i dati sul 2010 hanno fotografato preoccupantemente una evidente impennata dei ricorsi, pari al 13,1% in più rispetto all’anno precedente, con una forte localizzazione nelle zone economicamente più ricche del paese, ovvero nel nord, con lo scettro assegnato alla Regione Veneto, la quale ha visto bloccare dalle proteste locali ben 43 opere!

Tale fenomeno, inoltre è stato oggetto di osservazioni e riflessioni anche da un’autorevole Istituzione, Bankitalia, che sottolinea il lievitare dei blocchi di opere da 86 nel 2006 a ben 156 nel 2009.

Tuttavia, sarebbe riduttivo addebitare il problema del “non fare” solo alle proteste degli ambientalisti e alle perplessità dei comitati cittadini: spesso e purtroppo anche la “cattiva politica”, incerta, farneticante o sospesa tra calcoli elettorali ed interessi particolari da proteggere, o peggio la “mancanza di politica”, nella quale difetta totalmente una programmazione concreta, di lungo termine nonchè mirata,  concorrono a stoppare le opere. Anche questa strana fenomenologia è stata mirabilmente riassunta dagli anglosassoni con l’acronimo N.i.n.t.o., “ Not in my term of office” che indicafatele ma non durante il mio mandato elettorale”. Ne è una prova incontrovertibile la circostanza che le opere bloccate dalla classe politica ammontano al  23 % contro il 25,4% dei comitati cittadini. Un sostanziale pareggio!

Alla cattiva politica,  N.i.n.t.o., si deve infatti, per completezza di analisi affiancare il peso rappresentato da una normativa complessa e a tratti farraginosa, che attende invano da troppo tempo una riforma di semplificazione amministrativa auspicata ad ogni tornata elettorale ma mai realmente portata a termine, reclamata a spron battuto anche da Confindustria, con una sua proposta, ben delineata. In sintesi, l’associazione degli industriali ritiene sia necessario incidere sul titolo V della Costituzione, con una precisa rimodulazione delle competenze, in modo da evitare il sovrapporsi di veti tra opere a carattere regionali ed opere di interesse nazionale. Su questa direttiva di intervento si dovrebbe tra l’altro in sede di Conferenza di servizi, che costituisce il luogo fondamentale nel quale si sviluppa il processo autorizzativo e lo snodo del processo decisionale, permettere la partecipazione effettiva a tutti gli amministratori che rappresentano l’intero territorio, escludendo o dando meno peso invece tutti quei soggetti plurimi ed intermedi come gli enti di parco che spesso con le loro decisioni spostano o bloccano gli equilibri faticosamente raggiunti tra sviluppo territoriale e tutela ambientale.

I due fenomeni quindi non devono essere letti in maniera disgiunta, in quanto alla prova dei fatti sono spesso complementari, o peggio l’uno trova la propria legittimazione o scusa nell’altro, in un perverso gioco di rimpalli e scarico di responsabilità. Purtroppo tale atteggiamento e cultura del “non fare”, oltre a ripercussioni di immagine per la nostra nazione, altresì comporta dei “costi sociali” elevatissimi e di difficile assorbimento per le future generazioni.

L’Italia infatti, con tali opere dovrebbe recuperare quel gap infrastrutturale che da dieci anni costituisce uno dei fattori di stagnazione e freno della crescita economica e di ammodernamento del paese. Tale lentezza, come autorevolmente ribadito da Andrea Gilardoni, docente di economia e gestione delle imprese alla Bocconi, si traduce in una tassa occulta a carico dei cittadini. Si calcola che per recuperare il divario in campo infrastrutturale degli anni 2009-2024, il costo a carico dei cittadini potrebbe sfiorare i 384 miliardi di euro, pari al valore di almeno 10 finanziarie!!

Dall’analisi dei dati, a mio modo di vedere, la maggior colpa è da addebitare ai rappresentanti politici per svariate ragioni: innanzitutto, è compito di chi è attore istituzionale provvedere ad una programmazione il più possibile sganciata dalla scadenze elettorali. E’ un vizio atavico quello di cominciare le opere che portano benefici facilmente tagibili alla collettività sotto il proprio mandato e poi vedersele bloccate, rimodulate, o cancellate, dalla successiva amministrazione per pura ripicca ideologica; o peggio vedersi tagliare i fondi a livello provinciale o regionale nonchè nazionale da maggioranze di differente estrazione politica. Mentre un discorso particolare meritano le opere quali lo smaltimento dei rifiuti, la riconversione di aree industriali, o lo sviluppo energetico. Qui la programmazione o è posticipata per non scontentare il proprio elettorato, o peggio scadente, in quanto si individuano con molta superficialità aree non idonee in luogo di altre, o si adottano soluzioni tecniche dannose ed insufficienti, che nascondono una superficialità nell’individuare l’ottimale soluzione facilmente percorribile,  e la scarsa preparazione professionale del politico di turno, con conseguente lamentele e ricorsi. Un’altra tara del passato è quella di considerare la programmazione più come un momento del mandato e non come un continuazione necessaria anche della precedente amministrazione: c’è la tendenza a disfare ciò che è stato fatto per apporre il proprio nome e la propria impronta, nella considerazione distorta che avere le leve significhi spogliarsi delle conseguenze delle proprie scelte una volta terminato il mandato. Invece, la cultura dell’amministratore dovrebbe suggerire una ponderazione massima oltre che delle proprie scelte, anche di quelle precedenti ereditate, provvedendo a rimodularle dove possibile e solo come extrema ratio a bloccarle.

Altrimenti, il rischio che si corre è quello di pagare per non avere nessun risultato tangibile. Questa nazione già ha ereditato un pesante debito pubblico che strozza il futuro dei giovani; aggiungere un’altro costo sociale, per incapacità e calcoli particolaristici, sarebbe un’altro salto nel vuoto, e forse la definitiva tappa verso l’uscita dalla modernità. Coniugare sviluppo e sostenibilità ambientale non è un miraggio, ma un percorso obbligato.

 Basta seguire gli esempi virtuosi degli altri…

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