Authority dell’acqua & meccanismi regolatori: prospettive di universalità ed efficienza del sistema

giugno 1, 2011


Riusciranno i comitati promotori dei referendum ad incanalare il grande flusso di malcontento che ha trainato i quesiti referendari, al raggiungimento del tanto agognato e sperato quorum?

Ma sopratutto, vista la delicatezza e la complessità delle materie e degli aspetti di dettaglio sui cui si va ad incidere, saranno capaci i votanti di comprendere appieno il significato e la portata delle loro scelte? In materia di risorse idriche, si gioca una partita fondamentale per la qualità di vita non solo di questa generazione, ma sopratutto di quelle future. In questi giorni poi, si registra anche una lodevole ma intempestiva e indefinita proposta, che rischia di alimentare ancora di più i dubbi su quale sia la reale strategia in materia di beni fondamentali perseguita Governo: invero, al ridosso del referendum, da una politica improntata al laissez faire, con piena fiducia nelle capacità autoregolative del mercato, si è virato ad una di carattere “regolativo”, tuttavia in chiave “antireferendaria”, paventando l’istituzione di una Agenzia in materia idrica, in luogo di una preferibile Autorità.

Anche per l’acqua tuttavia, potrebbero esserci in caso non si raggiungesse il quorum, o anche viste le difficoltà di rescindere gli onerosi e lunghi contratti stipulati in molte ATO- ambiti territoriali ottimali, possibilità di ovviare agli inconvenienti emersi nella gestione privata, adottando un modello gestionale che fosse affiancato, sulla falsariga di come avviene per il gas, da un ente di regolazione.

Come il gas, l’acqua è oltre che un bene, un “servizio” che necessità di essere erogato con precisi vincoli  di prezzo e standards quali la sicurezza, la continuità, l’adeguatezza della fornitura, a cui dovrebbero affiancarsi sanzioni a beneficio esclusivo dei consumatori qualora le regole venissero violate dal gestore sia esso un privato quotato in borsa, concessionario di una fornitura di servizi, sia si tratti di una S.p.a mista pubblico-privato, sia si tratti di una gestione in house pubblica.

Tuttavia, a questa convinzione condivisibile di garantire tariffe e standards qualitativi e ben definiti, si è fornita una risposta molto confusa: l’Agenzia è un’organo di derivazione amministrativa che lamenta forti deficit di indipendenza, autonomia, e una carenza di poteri di intervento, vista la stretta dipendenza dagli indirizzi del governo, che ne depotenzia fortemente le capacità di regolazione.

Sarebbe stato infatti più saggio ed utile creare in primis un sistema tariffario mirato e definito, che stabilisse i parametri di determinazione della tariffa e le modalità di promozione di investimenti convenienti per i consumatori ed efficienti per il servizio. Secondariamente, istituire un’Autorità vera, sul modello delle Autorità amministrative indipendenti, avulsa da conflitti di interessi che snaturassero la fiducia degli investitori e degli stessi utenti.

In questo modo, si sarebbe incentivato il privato, qualora tale meccanismo fosse già stato implementato a gestioni improntate all’universalità ed economicità del servizio idrico, senza la ricerca affannosa e al limite della legalità del profitto: in tale ottica infatti, in un sistema di regole omogeneo per tutte le Ato, solo se la gestione risulta efficiente i benefici vanno ripartiti in parti uguali; al privato il 50 % nella forma del profitto, che tuttavia dopo un lasso di tempo di 8-10 anni  va redistribuito al privato. E il rimanente 50 % al privato tramite riduzioni di tariffe o blocchi di aumenti delle stesse.

Non è un caso che un quesito del referendum mira ad eliminare la remunerazione del capitale investito, per evitare la triste prassi di inserire nella tariffa spese non preventivate nei preliminari di gara o non realmente sostenute o utili per il sistema, che hanno sensibilmente inclinato la fiducia nelle “privatizzazioni”.

Servirebbe quindi, la remunerazione non tanto del capitale investito, ma quello del RAB – Regulated Asset Base, cioè di quella parte di capitale che l’Autorità certificasse come investito in maniera efficiente ed utile: così si riterrebbe “utile” solo quel costo “efficiente” per il settore e non quello ” storico” dichiarato semplicemente dal gestore. In sintesi, solo se gli investimenti fossero fatti a beneficio dell’utente e fossero controllabili in termini di economicità ed universalità, meriterebbero di essere remunerati. Si coniugherebbe con tale meccanismo, in un sistema fortemente frammentato ed aperto agli assalti degli “spiriti animali” del capitalismo, efficienza e trasparenza del settore con il giusto ed equo profitto del gestore.

Nella speranza che prevalga nel corso degli anni un modello pubblico di gestione del servizio idrico, e nell’attesa degli esiti referendari, non ci resta altro che attendere …

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