Nostalgia della Dracma in Grecia: pericolo dell’effetto domino per la UE

maggio 30, 2011


Ormai da ben nove anni in pensione, con tremila anni di storia sulle spalle, la Grecia pressata da un possibile default si rifugia nella nostalgia per la vecchia valuta di Aristotele.

Preoccupazione e panico serpeggiano negli ambienti di Bruxelles. Ad agitare il sonno dei tecnocrati europei e la nuova cassandra greca: negli ultimi tempi, stretta dalla crisi e schiacciata dai vincoli di rientro del debito, nella penisola ellenica si è ingrossato sempre più il fronte dei nostalgici della vecchia moneta, che smarriti nel futuro sempre più fatto di lacrime e sangue, non vedono altra soluzione ai loro problemi che una difficile e disastrosa uscita dalla moneta unica europea.

Ma come è mutato un rapporto che fino a 3-4 anni fa era idilliaco? Come mai tale brusca virata dell’opinione pubblica ellenica? Le cause vanno ricercate in due ordini di fattori strettamente connessi e complementari. Da un lato, a causa della crisi, la madre premurosa, l’Unione europea, da prodigo dispensatore di aiuti economici che hanno tra l’altro permesso di raggiungere l’entrata nell’euro e l’organizzazione nel 2004 delle Olimpiadi, si è trasformata in un rigoroso e implacabile controllore.

In secondo luogo, tale mutato atteggiamento, nonostante la massiccia immissione di aiuti monetari elargiti dal Fondo Monetario Internazionale per scongiurare l’imminente default, ha inciso profondamente nel quotidiano del cittadino greco: consistenti riduzioni di salario, posticipazione del pensionamento, incremento reale del tasso di disoccupazione. A ciò si aggiunga la circostanza di matrice tutta economica, del super euro che mentre porta benefici sostanziali sul pil tedesco, che viaggia a ritmi di crescita pari a quelli della tigre cinese, comporta un gap difficilmente rimediabile per la Grecia, che invece deve fronteggiare il fenomeno delle svalutazioni mediterranee in un periodo di difficoltà economica interno. Orbene, un circolo vizioso difficilmente districabile per due ragioni. In primis, l’FMI è stato netto nel ribadire l’assenza di interventi salvagente alla nazione ellenica senza il placet e le garanzie della UE. Inoltre, c’è un aspetto giuridico di natura tecnica molto complesso: non sfuggirà ai più attenti osservatori che Il Trattato di Lisbona non prevede espressamente una specifica e definita procedura per l’uscita volontaria di uno stato membro dall’Eurozona.

Per abbandonare la moneta comune, l’unica eventuale strada percorribile è quella di uscire definitivamente dall’Unione europea. Questa restrizione è operante in virtù  del Trattato di Lisbona che in modo espresso prevede il diritto di ogni Stato di uscire dalla Ue (articolo 50), facoltà prima non sancita nei Trattati e azionabile solo mediante un percorso interpretativo e il ricorso alla Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati del 1969, che lascia spazio al recesso “anche quando i trattati non lo prevedono espressamente se questo diritto può essere dedotto dalla natura del trattato o dalla volontà delle parti”.

A questo punto, la procedura di recesso impone allo stato che vuole abbandonare l’Unione di comunicare la scelta al Consiglio. Quindi, seguirebbe un negoziato tra Unione e Stato membro e un accordo che determinerebbe le modalità del recesso, attraverso una delibera adottata a maggioranza dal Consiglio e approvata dall’Europarlamento. Tuttavia è prevista una clausola di “ripensamento”, per cui lo Stato dovrà sottoporsi alle ordinarie procedure di adesione, nell’ipotesi decidesse di fare retromarcia. In sintesi, la Carta di Lisbona tace sulla possibilità di abbandonare solo dell’Eurozona, poichè non prevede alcunchè sulla possibilità di smarcarsi dall’euro, consentendo solo l’opting out per alcuni stati.

Ne consegue da queste premesse, che il fenomeno delle “cassandre greche” sulla remota possibilità di uscita dalla UE, costituisce si un fenomeno isolato e difficilmente percorribile, ma potrebbe trasformarsi in un fiume carsico che minerebbe le fondamenta faticosamente edificate con tanti anni, qualora il malumore e la sfiducia si espandessero anche nella penisola iberica e contagiassero anche la Spagna e il Portogallo, tutt’ora vacillanti, sia dal punto di vista economico che sociale.

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