Guerre umanitarie: la difficile mediazione tra etica e realpolitik

marzo 24, 2011


Da circa una settimana è iniziata la nuova e prevedibile offensiva dei paesi occidentali, capeggiati da Francia e Gran Bretagna, appoggiati altresì da volenterosi stati arabi, dapprima per fare da cuscinetto tra il Rais e gli insorti, e secondariamente per consentire ai cittadini libici di voltare pagina,  avviando un cammino democratico verso la conquista dei basilari diritti civili e politici, negati da anni di dittatura sanguinaria.

Come avviene spesso negli ultimi anni, lo scenario e gli attori sono sempre gli stessi: l ‘ONU, che nei suoi vari distinguo temporeggia, qualche nazione che rivendica il ruolo di salvatore ed assume la leadership politica, le diplomazie che paiono smarrite e impotenti, affannate in distinguo a volte stucchevoli.

Da sfondo, l’opinione pubblica che si polarizza in pacifisti e interventisti. Credo che nel caso libico però, possa ragionevolmente e senza ombra di dubbio convergersi sul fatto che il perpetuarsi di opposti veti e inutili sottolineature costituisca un gioco pericoloso, in quanto si rischia di tralasciare il vero problema: fermare il massacro di un popolo ad opera del suo “governante”. Che la guerra sia il peggior strumento per risolvere tale problema è  opinione condivisa da tutti, come la circostanza che anche una guerra sotto l’ombrello umanitario dell’Onu..auspicabilissimo, o anche della Nato, non sia sufficiente a ridurre le conseguenza nefaste che un intervento armato possa produrre seppur con legittimazione Internazionale. Orbene, non sfuggirà nemmeno l’evidenza del fatto che siamo lontani anni luce da quella condizione di Pace perpetua che Kant auspicava per le future generazioni. A questo punto cosa si dovrebbe fare? Utilizzare l’Etica come una foglia di fico e sperare nelle virtù taumaturgiche degli insorti, peraltro male armati e organizzati? Oppure sperare in un sussulto delle organizzazioni internazionali, che raramente hanno dato prova di antivedere le situazioni di potenziale pericolo e quindi funzionare da deterrente.

Purtroppo, ancora una volta si registra come le spinta sulla riforma dei meccanismi di decisione internazionali, lungi dal rappresentare un mero dibattito da politologi, sia  invece una questione di stringente attualità: se veramente si volesse fornire una  nuova e audace Mission a queste organizzazioni, sarebbe giunto il momento di auspicare che oltre gli impeccabili e utilissimi monitoraggi e/o report, si  pensino e adottino concreti deterrenti o meccanismi sanzionatori capaci di tramutare le buone intenzioni e le decisioni in risultati concreti e tangibili.

Prevenire, sarebbe meglio che curare, se la cura è un intervento armato. Ma quando la malattia è un massacro di civili inermi, anche se vi sono inevitabilmente annidati interessi economici e strategie geo-politiche, e sopratutto stante l’impossibilità di avvalersi della mediazione e della persuasione effettiva di organismi internazionali, l’etica da sola e le buone intenzioni rischiano di  naufragare ed affondare nella palude della realtà. Allora, da pacifisti anche se con tanti se e tanti ma, sarà necessario guardare la cruda realtà, liberi da dietrologie e dogmatismi, e vigilare affinchè almeno un risultato, tuttavia costituente un principio cardine delle Nazioni Unite, sia raggiunto: i diritti dei popoli prima ancora che la sovranità degli stati.

2 Risposte to “Guerre umanitarie: la difficile mediazione tra etica e realpolitik”

  1. Sembrano lontani anni luce i tempi in cui manifestammo a Roma nel 2003 contro la guerra in Iraq. La questione libica sembra essere per noi mediterranei più strisciante stavolta: la destra e la sinistra sembrano non avere più tanto le idee chiare. Mentre in quel caso giocavano a favore di noi manifestanti le palesi ricostruzioni inventate a tavolino e per giustificare la guerra preventiva di Wolfowitz $ Company, stavolta l’urgenza etica ha confuso tutti ma non la realpolitik di SarkoNo. Il furbacchione in crisi politica, in base ad alcune notizie trapelate nei giorni scorsi, avrebbe organizzato le rivolte libiche con i suoi uomini dell’intelligence. Della serie: dalla guerra preventiva di Bush alla ‘ribellione predisponente’ dell’Eliseo. Tutto questo per mettere prima di tutti le mani sul petrolio libico: e soprattutto prima del Premio Nobel Obama…
    Buona Paranoia e Dietrologia a tutti!

  2. daccordissimo sulla finta etica di Sarkò, ma purtroppo non vedo nessuno come nelle precedenti guerre capace di mettere sul piatto della bilancia le presunte macchinazioni francesi: allora c’era l’opinone pubblica di mezzo mondo, ora tutto tace. Sarebbe stato opoortuno far sentire la nostra vce in Europa e pretendere come nel caso iracheno almeno l’invio di ispettori per verificare la situazione. Ma essendo stati spiazzati e scavalacati dai francesi non ci resto che obbligarli a sottostare alle direttive Onu, per quanto blande. Per questo sottolineo che è necessario rilanciare le istituzioni internazionali…:) NON SONO GUERRAFONDAIO TRANQUI..vorrei evitare solo squallide figure da italietta..a presto caro

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