Il nuovo esodo: necessaria partecipazione delle religioni nella governance del fenomeno migratorio

marzo 23, 2011



Quale è il ruolo e il contributo che le religioni possono offrire in relazione al fenomeno migratorio? Questa domanda è riecheggiata prepotentemente nel “Second international Forum on migration and peace”, nel quale si è focalizzato l’attenzione oltre che sulle dimensioni del fenomeno migratorio anche sulla possibilità che le religioni veicolino la coesistenza di varie identità in un mondo sempre più multietnico nel quale le migrazioni non rappresentano più sporadici fenomeni effetti di sole guerre e calamità naturali, ma sono purtroppo il prodotto di una governace economica e politica che ha fatto aumentare la forbice tra il nord del pianeta sempre più opulento, e un sud ricco  di potenzialità ma ridotto ad una vita fatta di stenti e privazioni.

Si stima da autorevoli fonti, quali la proiezione per gli anni 2010-2050 del United Nations-economics and social affairs  departiment , world population prospects, che oggi circa il 3% della popolazione mondiale, quindi circa 200 milioni di persone, lascino le proprie terre di origine verso le aree del mondo più ricche alla ricerca di un tenore di vita dignitoso, oltre che come ci testimoniano gli eventi recenti del nord Africa, per conseguire l’eserizio dei basilari diritti fondamentali negati o compressi negli stati di provenienza.

Orbene, da questo affresco emerge che le migrazioni, per quanto massicce in termini numerici, siano sulla base dei presupposti citati ancora un fenomeno ancora circoscritto ed in fieri, posto che oltre alla molla strettamente materiale, il tenore di vita dignitoso, con il passare del tempo un ulteriore fattore di spinta, quale l’instabilità politico- sociale effetto di un mancato sviluppo democratico a causa delle varie aristocrazie assetate di denaro e potere al comando nei paesi africani, determinerà  in futuro un considerevole aumento dei flussi umani.

E’ evidente quindi che la società come oggi delineata, sopratutto quella occidentale, sarà chiamata a uno stress test: dovrà pertanto dimostrare la capacità di fare squadra delle sue varie componeti: in primis, gli Stati e le organizzazioni internazionali dovranno con equlibrio e tempestività trovare nuovi parametri di ordine socio-culturale nonchè interventi settoriali di carattere legislativo da cui discendano principi guida nella governance e altresì del momento strettamente decisionale, decision making, con il fine di garantire una coesistenza pacifica ed effettiva.

In questa trama, un ruolo saranno chiamate a svolgerlo  oltre alle organizzazioni del terzo settore anche le religioni: infatti, sarà necessario che si spoglino dei propri particolarismi e dalle antiche paure di confronto con gli altri credi, affinchè esercitino un ruolo inclusivo di primo piano. Un aspetto delicato sul quale operare sarà quello di coniugare due fondamentali esigenze: da un lato,  garantire i valori e i costumi di chi arriva in una nazione, dall’altro quello di preservare il background culturale del paese ospitante, il tutto in un’ottica di cooperazione e inclusione. Dovranno quindi esercitare dapprima un ruolo di mediatore di tali  complementari esigenze, e secondariamente, predisporre il corpo sociale, troppo spesso male informato e intimorito da un crescente stato di ansia alimentato dai media, ad una accettazione della presenza dei migranti non meramente recettiva ma attiva. Se questi due campi di intervento saranno soddisfatti adeguatamente, lo Stato potrà  passare poi facilmente ad individuare le specifiche questioni di caratttere materiale quali, il tema del lavoro, l’accesso ai servizi, la legalità, così da gestire in maniera ordinata il fenomo ed esaltarne le potenzialità.

Ciò non sta a significare che le religioni travalichino i confini che le sono propri esondando nel campo della politica, bensì che svolgano un ruolo di sussidiarità nella individuazione delle problematiche e nella proposizione di soluzioni. Come ha sottolineato nitidamente l’Arcivescovo Segretario del Pontificio Consiglio della Pastorale per i migranti e gli itineranti, Mons. Agostino Marchetto,  nel II forum internazionale su migrazione e pace, la cura pastorale deve essere inserita nel più ampio campo dell’accoglienza, oltre al fondamentale dovere di elevare la voce perchè mai sia dimenticata la giustizia intesa come rispetto dei diritti della persona e non solo mera e fredda applicazione di testi legislativi, in modo da porre solide basi per un futura e pacifica convivenza. La strada pertanto sembra tracciata, ora sta agli attori della nostra complessa società  scendere in campo e fare gioco di squadra.

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