Le aporie del diritto..quale futuro per la democrazia moderna?

marzo 18, 2011


In questa settimana  gli italiani sono chiamati  a rendere omaggio alla propria nazione, intesa troppo spesso  solo come spazio geografico-fisico e non come dovrebbe essere opportunamente perecepita quale identità culturale condivisa e sopratutto partecipata.

Per me è stata l’occasione di rivisitare personaggi come Mazzini che brillantemente hanno tracciato le linee guida,  del pensiero prima e di azione poi, di un popolo lacerato e diviso che sentiva di essere parte di qualcosa ma era incapace di tradurlo in lineari principi. Insomma era necessario prima di tutto un sogno, una proiezione esplicativa che ci ardesse dentro il core e ci facesse sentire il desiderio di rinuciare a qualcosa in vista di un disegno più grande.

Purtroppo proprio in questo aspetto sta la linea di confine, il tratto distintivo ormai smarrito nelle moderne democrazie e quindi anche negli attori – i cives- che dovrebbero alimentarla e stimolarla: la partecipazione vera.

Ormai il diritto, conquistato con grandi sacrifici prima, codificato e declinato nel susseguirsi degli anni, e in seguito anche adattato e modificato alle contingenze storiche pare mutato, lentamente eroso dall’esterno, fino quasi agli occhi dei malevoli ad apparire sbilanciato ed  a tratti inefficace.

Correttamente nonchè funzionalmente  dovrebbere essere inteso come l’insieme di principi codificati allo scopo di fornire ai membri di una comunità regole oggettive di comportamento su cui fondare una ordinata convivenza: pertanto sono due le opposte, necessarie e speculari parti di esso, i diritti e i doveri.

Mazzini, con slancio da audace ma razionale rivoluzionario nei “dei doveri dell’uomo”  con profetica intuizione sottolineava che operare solo in nome dei diritti significa rovesciare gli ostacoli, ma non fondare e cementare la collettività. Insomma il richio di cui ammoniva era quello che il cittadino usasse-abusassse della libertà come mero mezzo in vista del ben-essere personale come unico scopo della vita.

Senza doveri da affiancare ai diritti quindi non c’era secondo il pensatore risorgimentale progresso, che coniugasse legittime rivendicazioni  assicurate dai diritti a e senso di appartenenza alla nazione e quindi all’umanità incarnato nei doveri.

Nel contesto globale oggi assistiamo  al diffondersai dell’idea che progresso a livello individuale sia il godimento pacifico dell’indipendenza privata che si traduce nell’agere comune, nel perseguimento di progetti di vita e di fini senza impedimenti ed ostacoli, siano essi di matrice pubblica che privata. Si assiste in breve ad un ABUSO dei diritti, dove l’autonomia sociale del citaddino garantita dalle codificazioni dei diritti civili straripa in un egoismo che destruttura le fondamenta del vivere comune.

Il rischio è quello di un nuovo darwinismo sociale, invisibile,  che attacca dall’esterno i valori sedimentati in secoli, ma non per questo meno pernicioso e destabilizzante.

Ci si dimentica che la demorazia funziona solo se opera tramite questi due fondamentali ingranaggi: i diritti, ma anche e sopratutto in questa fase storica i doveri. Non possiamo utilizzare il diritto come la corazza delle tartarughe, per difenderci e perseguire i nostri fini privati quando esso ci è utile, ma rinchiudendoci dentro essa come un fortino quando siamo chiamati a dare il nostro contributo.

Abbiamo bisogno di emanciparsi dalla stretta materialità, di elevarci nuovamente, di trovare il senso di appartenenza comune insito nei diritti come nei doveri, ricorndandoci che siamo cittadini, in primis del nostro suolo ma sopratutto del mondo. Abbiamo bisogno di sentire che abbiamo anche DOVERI.

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