What is ” my portfolio”?

Il “portfolio” nel lessico tecnico sta ad indicare l’elenco dei lavori svolti da un professionista, eventualmente corredato da immagini esplicative.

Nei paesi  di cultura anglosassone nello specifico indicava una cartella o una busta di cuoio atta a contenere documenti di una certa importanza, ma anche, per estensione, nel linguaggio politico  era utilizzato per descrivere il gabinetto di un ministro, cioè il suo dicastero (che in italiano appunto è definito  portafoglio).

Orbene, tale termine è stato come spesso accade trasportato ed “adottato nel linguaggio italiano, trovando grande risonanza anche nel sistema scolastico italiano: invero attualmente il “Portfolio delle competenze” è strumento unitario che cataloga ordinatamente e stabilmente le documentazioni più significative del percorso educativo di un soggetto, registrandone esiti e modalità di svolgimento e mettendo in luce le tappe più significative del suo processo formativo; inoltre, accanto alle finalità esplicative e di sintesi delle competenze, si rivela altresì strumento idoneo per tracciare la “storia” e permettere in ogni momento al professionista e a coloro che vogliono avvalersi della sua attività e/o supporto un trasparente ed aggiornato osservatorio di analisi ragionate e condivise dei risultati ottenuti.

My  Works…

  • “Autorità Amministrative indipendenti e procedimento sanzionatorio”.

Frutto di un ragionato ed analitico esame delle normative nazionali, la tesi si propone di mettere in luce le discrasie esistenti tra il potere di regolazione e quello sanzionatorio, muovendo anche da casi pratici e di stringente attualità quali l’acquisizione della Telecom e il crac Parmalat.

  • “La modifica della composizione della giuria popolare..sulla lesione dell’indipendenza del giudice non togato”.

Il presente saggio con taglio monografico e metodo comparativo ricostruisce l’istituto dai prodromi e ne traccia le differenze, soffermandosi sulla problematica dell’indipendenza del giudice non togato.

  • “Il sindacato di legittimità costituzionale in via incidentale…sulla configurabilità di una compressione dei diritti fondamentali del cittadino“.

Il presente lavoro è stato realizzato utilizzando un taglio monografico ed un metodo comparativo: dapprima si traccia la nozione di giustizia costituzionale in via generale e poi si delineano i vari modelli soffermandosi su quello cristallizzato nella carta costituzionale italiana, valutandone in relazione ai diritti fondamentali del cittadino le ricadute pratiche.

About Cedu..

schemi di commenti alle Sentenze

Link Udoc:

http://cmiskp.echr.coe.int/tkp197/view.asp?action=html&documentId=697330&portal=hbkm&source=externalbydocnumber&table=1132746FF1FE2A468ACCBCD1763D4D8149.

Kelly e altri c/ Regno Unito, Ricorso n.30054/06 – Strasburgo, Sentenza di merito 4 maggio 2001 (Camera composta da sette giudici);

Articoli:art. 2;art. 6 ; art.13 ; art. 14 ;

Materia: diritto alla vita; diritto ad un equo processo; diritto ad un ricorso effettivo; divieto di discriminazione.

Massima:art.2-art.-13 cedu:sotto il profilo procedurale è obbligo degli stati fornire un accertamento ufficiale effettivo, quando dall’uso della forza sono derivate vittime, in modo da garantire l’effettiva applicazione delle leggi interne che tutelano il diritto alla vita e stabilire la responsabilità degli agenti coinvolti.

Fatto: A seguito di un briefing della Polizia presso Loughgall emerse la probabilità di un attacco terroristico contro la stazione di Loughgall County Armagh, per il giorno 8.5.1987. Quel giorno, infatti una Toyota dirottata, venne parcheggiata fuori dalla stazione: da essa cinque uomini appartenenti all’IRA uscirono e cominciarono a sparare. I soldati che informati preventivamente sui particolari dell’azione stazionavano nascosti, risposero al fuoco. La polizia fu altresì informata di un escavatore rubato e caricato di esplosivo. In quella circostanza la scavatrice avanzò e un soldato sparò con conseguente esplosione. Anche il conducente di una Citroen vicina rimase ucciso a seguito dei colpi esplosi. In totale, nove uomini furono uccisi. Uno di loro, Antonio Hughes, era un civile estraneo agli uomini dell’IRA. Emerse anche che due dei membri dell’IRA erano disarmati. Il giorno dopo, ci fu l’esame della scena da parte degli esperti forensi dell’Irlanda (Forensic Science Laboratory) a cui seguirono gli esami post mortem sui corpi da parte di due medici legali. Si aprì quindi un’indagine interna alla polizia e anche i soldati furono ascoltati in merito all’accaduto. Orbene a questo punto le risultanze dell’indagine ed una relazione furono trasmesse al Direttore della Pubblica Accusa per l’Irlanda del nord. Nell’88, il Direttore della Pubblica Accusa (DPP) concluse che le prove non portavano al perseguimento di nessuna delle persone coinvolte nella sparatoria. In seguito, una inchiesta pubblica fu aperta nel’95, e la Giuria stabilì che tutte e nove le vittime perirono per ferite multiple da arma da fuoco provenienti anche dai reparti di Polizia. Nel corso di questa, i ricorrenti, ovvero i familiari delle nove vittime, hanno lamentato il rifiuto di accesso alle dichiarazioni dei testimoni, prima della loro comparsa in giudizio, necessarie per valutare la veridicità della dinamica. Al termine di essa e sulla scorta delle risultanze, sette famiglie delle vittime coinvolte decisero di avviare un procedimento civile contro il Ministero della Difesa, lamentando che i loro parenti erano stati uccisi ingiustificatamente e altresì che non vi era stata alcuna indagine efficace sulle circostanze della loro morte.

 Questioni di diritto: La Corte sottolineò che gli Stati hanno il dovere di fornire un accertamento ufficiale effettivo qualora gli individui siano stati uccisi con l’uso della forza. Ne discese quindi che l’inchiesta doveva essere efficace e stabilire se la forza fosse giustificata. L’indagine poi doveva essere rapida e accessibile al pubblico . Esaminò a tale scopo il rispetto sul piano procedurale dell’art. 2, ma non si spinse in un esame dei fatti. Ritenne pertanto che la ricorrente Hughes costituitasi in un procedimento civile, non era vittima di violazione, e precisò che gli altri ricorrenti che non hanno avviato un procedimento civile non hanno utilizzato i rimedi interni. Si osservò che la tempestiva inchiesta della Polizia non era imparziale, dato che i suoi risultati non erano aperti al pubblico. Tuttavia, ai fini di un corretto inquadramento della problematica in esame è noto che, quando la divulgazione di rapporti di polizia coinvolge questioni delicate, non vi è un obbligo automatico di cui all’art. 2. Fu anche messo in luce che nell’ordinamento inglese il DPP non aveva un obbligo di motivazione assoluto ed incondizionato della decisione di non procedere, ma si impedì così l’impugnativa ai ricorrenti. Con riferimento all’inchiesta vi erano carenze in termini di trasparenza ed efficacia, in quanto:1) nessuno dei soldati è comparso in giudizio, e ciò tolse idoneità all’inchiesta sulla liceità dell’uso della forza utilizzata per prevenire l’attacco;2) il Verdetto della Giuria non identificava il defunto, la data, il luogo e nemmeno in maniera chiara la causa della morte, quindi, non svolse alcun ruolo efficace nell’identificare o perseguire i reati che potevano essersi verificati nel caso in esame;3) la mancanza di accesso alle dichiarazioni dei testimoni, precluse ai ricorrenti la possibilità di proteggere i propri interessi, stante l’impossibilità di esercitare un controllo sul loro contenuto;4) infine, l’inchiesta si è aperta tardi, otto anni dopo. Orbene, anche se vi furono rinvii, le autorità dovevano rispettare tempi ragionevoli. Conclusivamente il concorso di tali circostanze portò a ritenere il mancato rispetto dell’obbligo procedurale ex art. 2, non avendo lo Stato inglese fornito una spiegazione esaustiva e convincente in merito all’accaduto. La Corte poi non ritenne che la non corretta motivazione scaturita dall’inchiesta in merito alla dinamica dell’incidente integrasse una violazione ex art. 6 § 1. Invece, in relazione alle statistiche sui cattolici uccisi dalle forze di sicurezza, affermò che esse non potevano di per sé fornire una pratica discriminatoria ai sensi dell’art. 14. Sulla presunta violazione dell’art. 13, si ribadì che nulla avrebbe impedito ai ricorrenti in un procedimento civile di essere risarciti in merito alle morti dei propri congiunti .

Conclusioni della Corte: ritenne unanimemente che l’art. 2 è stato violato: per ogni ricorrente stabilì la somma di 10.000 sterline di danni, 30.000 di spese per tutti i ricorrenti e che non vi è stata violazione dell’art. 6 § 1, dell’art. 14, e dell’articolo 13 .

BREVI OSSERVAZIONI:

L’Articolo 2 della CEDU, che salvaguarda il diritto alla vita e delinea le circostanze in base alle quali la privazione della vita può essere giustificata, si classifica come una delle disposizioni cardine della Convenzione; ragion per cui, in tempo di pace non è consentita alcuna deroga ai sensi dell’articolo 15 CEDU. In combinato con l’articolo 3 CEDU, inoltre, sancisce uno dei valori di base delle società democratiche che compongono il Consiglio d’Europa. Le circostanze con le quali può essere giustificata la privazione della vita devono essere interpretate pertanto strettamente. La Convenzione, come strumento per la protezione dei singoli esseri umani richiede anche che l’articolo 2 sia interpretato e applicato in modo da rendere la sua salvaguardia pratica ed efficace (vedi caso McCann e a. v. sentenza Italia 27 settembre 1995).Da logico corollario a quanto premesso, ne discende che un Tribunale deve, nei confronti dei soggetti privati della vita fornire un esame più attento, prendendo in considerazione non solo le azioni degli agenti dello stato, ma anche tutte le altre circostanze. Pertanto, ritengo sulla scorta della giurisprudenza in materia, che gli eventi oggetto della questione ricadano interamente o in parte, entro la conoscenza esclusiva delle autorità, come per esempio nel caso di persone in custodia, quindi presunzioni di fatto si ravvisano in materia di lesioni e nei casi in cui si verifichino morti. Infatti, l’onere della prova dovrebbe gravare sulle autorità, affinchè forniscano una spiegazione soddisfacente e convincente (ex multis Salman v. n. 21986/93, CEDU 2000-VII, § 100 e anche Çakıcı v. Turchia, [GC] CEDU 1999 – IV, § 85, Ertak v. Turchia n. 20764/92 [parte 1] CEDU 2000-V, § 32 e Timurtaş v. Turchia, Turchia [GC] no; 23531/94 [parte 1] CEDU 2000-VI, § 82).

 

Link Udoc:

http://cmiskp.echr.coe.int/tkp197/view.asp?item=1&portal=hbkm&action=html&highlight=Christine%20|%20Goodwin&sessionid=61389794&skin=hudoc-en;

Christine Goodwin c/ Regno Unito, Ricorso n 28957/1995 – Strasburgo, Sentenza di merito 11 luglio 2002 (Grande Camera);

Articoli:art. art.8 ; art.12 ; art.13 ; art.14 ;

Materia: status giuridico dei transessuali nel Regno Unito- in particolare trattamento in materia di occupazione, sicurezza sociale, pensioni e matrimonio;

Massima: il mancato riconoscimento giuridico della nuova identità sessuale si sostanzia in una violazione dell’art. 8 CEDU, in quanto il principio di autonomia personale che informa tale articolo è a protezione delle garanzie di ogni individuo tra cui anche lo stabilire i dettagli della loro identità.

Fatto:  Nel caso in esame, il ricorrente, Christine Goodwin, era un maschio nato nel’37 e divenuto nel’87 a seguito di operazione chirurgica una donna, che rimase però legalmente un maschio per l’impossibilità di emendare i propri dati anagrafici: di conseguenza lamentò che malgrado i moniti della Corte Europea dei diritti dell’uomo sulla necessità di una riforma legislativa, il governo non aveva ancora predisposto alcun rimedio effettivo per affrontare la sofferenza e il disagio patiti del ricorrente e degli altri transessuali. In primis, la Goodwin ha subito molestie sessuali sul lavoro durante e dopo il cambiamento di sesso. In seguito, ha avuto difficoltà con l’assicurazione nazionale (National Insurance) ai fini contributivi: all’epoca dei fatti, poichè legalmente ancora uomo, avrebbe dovuto continuare a versare i contributi previdenziali fino all’età di 65 anni. Invece, qualora fosse stata riconosciuta come una donna, avrebbe cessato di versare all’età di 60 anni. Per ovviare a tale inconveniente ha quindi stabilito un regime speciale con il fisco (DSS) versando i contributi direttamente al NI ed evitare così contestazioni dai datori di lavoro. Ha anche lamentato però che mantenendo lo stesso numero di NI, il suo datore di lavoro ha scoperto che precedentemente lavorò presso di loro con un altro nome e sesso, con conseguente imbarazzo e umiliazione Infine il mancato riconoscimento del mutamento di sesso ha inciso anche sulla possibilità di contrarre matrimonio.

Questioni di diritto: La Corte ha evidenziato che la grave interferenza nella vita privata dei transessuali, derivante dalla discrasia tra realtà sociale e normativa è stata affrontata a livello internazionale a favore non solo di una maggiore accettazione sociale dei transessuali, ma anche del riconoscimento giuridico della nuova identità sessuale: nel caso de quo, il mutamento di sesso, seppur era de facto “legittimamente” consentito mediante operazione chirugica non era de jure integrato con il pieno riconoscimento del cambiamento di sesso, che sarebbe stato la fase finale del processo di trasformazione, pertanto vi è stata violazione dell’art. 8 CEDU; Osservò poi che l’esercizio del diritto di sposarsi era regolato dalle leggi nazionali degli Stati, ma le limitazioni introdotte non dovevano ridurre l’essenza del diritto: ha pertanto ritenuto che è stato artificioso da parte del governo affermare che i transessuali non sono stati privati di tale diritto in considerazione del fatto che la legge vigente consentiva di contrarre matrimonio con persone di sesso opposto. Nella realtà il sistema di registrazione delle nascite non prevedeva la possibilità di emendare i dati relativi al sesso, ciò costituì quindi una limitazione tale da ledere il diritto di sposarsi con violazione dell’art. 12 CEDU; inoltre, sulle lamentate pratiche discriminatorie per i trattamenti economici e/o pensionistico, precisò che il mancato riconoscimento giuridico del cambiamento di sesso di per sé non costituì pratica discriminatoria ex art. 14 CEDU. Infine, in merito all’art. 13 CEDU, la Corte sancì che esso non poteva essere interpretato come imposizione di un rimedio nel diritto interno di uno Stato altrimenti si sarebbe così imposto di integrare la CEDU (vedi James e altri c. Regno Unito sentenza del 21.2.1986, serie A no. 98, p. 48, § 86); quindi nel caso de quo non vi fu violazione, in quanto dal 2.10.2000 vi erano rimedi interni esperibili dalla ricorrente.

Conclusioni della Corte: Dichiarò, all’unanimità, che vi fu violazione dell’art. 8 e 12 della Convenzione, sempre all’unanimità affermò che nessuna questione si pose a norma dell’art. 13 e14 CEDU; affermò che la constatazione della violazione costituiva di per sé sufficiente equa soddisfazione per il danno morale subito. Altresì, stabilì all’unanimità, che lo Stato convenuto doveva versare alla ricorrente € 39.000 per costi e spese nonché qualsiasi imposta sul valore aggiunto addebitabile. Infine, rigettò all’unanimità la pretesa di equa soddisfazione ex art. 41 CEDU.  

BREVI OSSERVAZIONI:La Corte, non era in grado di dimostrare che i terzi avrebbero subito un pregiudizio materiale da eventuali modifiche al sistema di registro delle nascite, a seguito di ri-assegnazione del sesso, ed è stato altresì osservato che vi erano in discussione proposte per riformare il sistema di registrazione al fine di consentire l’emendamento in corso dei dati di stato civile. A ben vedere, le difficoltà e le anomalie subite dalla ricorrente a seguito dell’operazione non sono comparabili con il livello di interferenza quotidiano patito dalla ricorrente B. in Francia (Sentenza del 25 marzo 1992, serie A no. 232).Correttamente la Corte ha posto in rilievo che un punto fondamentale della Convenzione è il rispetto della dignità e della libertà umana: ai sensi dell’art. 8, in particolare, l’autonomia personale è un importante principio per l’interpretazione delle connesse garanzie, protezione che comprende la sfera personale di ogni individuo, compreso il diritto di stabilire i dettagli dell’identità personale(v., in particolare, Pretty c/. Regno Unito, n. 2346/02, Sentenza del 29 aprile 2002, § 62, e Mikulic c/ Croazia n.53176/99, Sentenza del 7 febbraio 2002, § 53). Secondo il ragionamento della Corte quindi, il diritto allo sviluppo personale e alla sicurezza fisica e morale dei transessuali, simile a quello delle altre realtà sociali non poteva più essere considerata come una mera polemica: un supporto a questa valutazione è rinvenibile sia nel rapporto del gruppo di lavoro interdipartimentale sulle persone transessuali sia nella Sentenza della Corte di Appello di Bellinger c/ Bellinger (EWCA Civ 1140 [2001]).


SOERING C/ UK

Massima: Gli Stati contraenti devono astenersi anche da “violazioni potenziali” della Convenzione, posto che valori come quello dell’integrità fisica e mentale delle persone consacrati nell’art. 3 sono così preminenti da imporre agli Stati stessi di non contribuire a rendere possibili tali violazioni.

FATTO: La Sentenza è apripista di quello “zoccolo duro” di diritti fondamentali che non tollerano restrizioni: Jens Soering tedesco emigrato negli USA, all’Università della Virginia iniziò una relazione con la canadese Elizabeth Haysom osteggiata però dai genitori di lei. Soering ed Elizabeth quindi progettarono di ucciderli e di fatto un giorno li sgozzarono. Dopo il delitto fuggirono in Inghilterra dove però nell’86 Soering fu arrestato con l’accusa di frode, e nell’interrogatorio ammise la sua responsabilità sull’uccisione perpetrata in Virginia. Intanto, la Giuria di Bedford County incriminò Soering dell’omicidio dei coniugi Haysoms. In seguito gli USA avanzarono richiesta di estradizione per la coppia in base al trattato del 1972. A questo punto la ragazza canadese venne estradata negli USA, processata e condannata a 90 anni di carcere. Un mandato fu emesso invece ai sensi dell’art. 8 della legge sull’estradizione del 1870 per l’arresto di Soering, sul quale dovevano decidere il Magistrates Court di Bow street e il Ministro dell’interno. Orbene, Soering presentò presso la Divisional Court una domanda di habeas corpus e un’istanza per esercitare un controllo giurisdizionale sulla decisione di estradizione. Egli citò pertanto l’art. IV del trattato di estradizione USA-UK che prevedeva che una richiesta di estradizione per un reato passibile di pena di morte potesse essere respinta se il paese richiedente non avesse fornito “rassicurazioni […]che la pena di morte non fosse stata eseguita” La garanzia fu concessa dal Procuratore di Bedford County, ma Soering sostenne che era poco soddisfacente posto che si sostanziava nell’impegno del Governatore della Virginia a presentare osservazioni per conto del Regno Unito al giudice. In seguito Lord Justice Lloyd, presso la Divisional Court sentenziò che la garanzia”lasciava a desiderare” ma rigettò la richiesta di riesame di Soering ritenendola prematura poichè il Ministro degli Interni non si era pronunciato sulla predetta garanzia. A questo punto Soering avanzò appello al Comitato giudiziario della Camera dei Lord avverso il rigetto della sua richiesta di riesame. Inoltrò anche una petizione al Ministro degli Interni ma l’estradizione fu comunque autorizzata. Antivedendo tale esito, Soering aveva depositato un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo affermando che l’estradizione negli USA avrebbe violato l’articolo 6 § 3 a causa della mancanza di assistenza legale in Virginia e il mancato esame della documentazione medica da parte del Magistrates Court l’art. 6 § 1 e 3. Ha lamentato che non usufruì di un rimedio interno (art. 13) in relazione alla sua denuncia ex art. 3; Infatti sostenne che con l’estradizione avrebbe subito la “sindrome da braccio della morte”quale trattamento inumano e degradante. Nel frattempo, in attesa della decisione della Corte l’estradizione verso gli USA fu sospesa ma per lo stesso delitto si aprì un procedimento analogo in Germania.

DIRITTO Il Regno Unito all’epoca non aveva ratificato il prot. 6 sull’abolizione della pena capitale, e tra gli argomenti di Soering decisivo è quello sui -trattamenti disumani e degradanti -consacrato nell’art. 3: infatti, pur se in linea di principio gli organi della Convenzione non possono statuire su violazioni potenziali, la Corte dubita in merito alle assicurazioni sulla vita dell’estradando affermando che nell’ambito della CEDU “questo patrimonio comune di ideali e tradizioni politiche di rispetto della libertà e di preminenza del diritto” menzionato nel preambolo, sarebbe svuotato qualora si consegnasse un latitante ad uno Stato dove vi è il rischio di esecuzione della pena capitale. In merito Amnesty International osserva che per la legislazione dell’ Europa occidentale la pena di morte è disumana e degradante. Questo argomento però non è accolto, in quanto la CEDU circoscrive l’uso della pena di morte a talune circostanze. La Corte sul “rischio reale” dell’esecuzione di Soering e dalle argomentazioni del procuratore generale britannico conclude che il “fenomeno del braccio della morte” viola l’art.3 evidenziando quattro fattori:a) durata della detenzione prima dell’esecuzione;b) condizioni nel braccio della morte;c) età e condizione mentale del ricorrente;d) possibilità della sua estradizione in Germania. Invero, l’estradizione del ricorrente negli USA lo avrebbe esposto ad un rischio reale di un trattamento degradante e quindi il legittimo scopo di estradizione verso gli USA potrebbe essere raggiunto anche con l’estradizione o il trasferimento in Germania. Da tale schema interpretativo derivano due fondamentali conseguenze: si amplia la responsabilità di uno Stato anche per violazioni potenziali e la CEDU prevale anche gli sugli accordi conclusi con altri Stati in materia di estradizione;In riferimento all’asserita violazione dell’art. 6 CEDU,-diritto ad un giusto processo- bisogna affrontare due questioni sollevate:la prima relativa al diritto ad un equo processo preminente in una società democratica (v., Colozza del 12 febbraio 1985, serie A, n. 89, p . 16 § 32). La Corte statuisce in merito che la decisione di estradare, come emerge dai fatti di causa, non espone Soering ad un diniego di giustizia; In secondo luogo, sul rifiuto da parte del Magistrates Court di esaminare i documenti sulla condizione psichiatrica del ricorrente in violazione dei paragrafi 1 e 3 d) del art. 6, osserva che tale doglianza non costituisce un semplice lamentela o nuova argomentazione giuridica ma una questione separata al di fuori di quella sulla ricevibilità (v., in particolare, sentenze Schiesser, del 4 dicembre 1979, serie A, n. 34, p. 17, § 41, e Johnston e altri dal 18 dicembre 1986, serie A, n. 112, p. 23, § 48). In merito all’art. 13 CEDU – diritto ad un ricorso interno effettivo-la domanda finalizzata al controllo giurisdizionale è rigettata per questione di irrazionalità, essendo prematura rispetto alla decisione del Ministro sull’estradizione, evidenziandosi altresì la reiterazione dei medesimi argomenti utilizzati per contestare la violazione dell’art.3; ne discende quindi che poiché l’efficacia del rimedio ai sensi dell’art 13 non dipende dalla certezza di un esito favorevole (v. sentenza dell’Unione svedese Engine Drivers ‘del 6 febbraio 1976, serie A no. 20 , p. 18, § 50), Soering ha avuto ha disposizione un rimedio effettivo in merito alla sua denuncia ex art. 3. Infine sull’art. 50 CEDUSoering evidenzia che poiché la sua domanda è finalizzata al godimento dei diritti della CEDU sarebbe necessaria l’effettiva applicazione della Sentenza: pertanto la Corte ritiene che la pronuncia in merito all’art. 3 di per sé equivale ad un’adeguata soddisfazione ai fini dell’art.50, posto che non è competente a emettere decisioni di tipo accessorio come richiesto dal ricorrente (v. sentenza Dudgeon del 24 febbraio 1983, serie A no. 59, p. 8, § 15). Invero in virtù dell’art. 54, la responsabilità di sovrintendere all’esecuzione della sentenza spetta al Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa. In Conclusione non vi è violazione dell’art. 50.

Conclusioni: La Corte afferma che vi sarebbe violazione dell’art. 3 qualora fosse eseguita l’estradizione verso gli USA; altresì afferma che non ricorre violazione dell’art. 6-3-c e che non è competente a conoscere del reclamo sull’art. 6 § 1 e 3; in relazione all’art. 13 non ravvisa alcuna violazione; Infine condanna il Regno Unito a pagare al ricorrente a titolo di spese legali la somma di £ 26,752.80 e 5,030.60 FF insieme a qualsiasi imposta sul valore aggiunto; Respinge la domanda di equa soddisfazione.

Link Udoc: http://cmiskp.echr.coe.int/tkp197/view.asp?item=1&portal=hbkm&action=html&highligh

t=K%D6KTEPE%20%7C%20TURKEY%20%7C%

KÖKTEPE c. TURCHIA, Ricorso n. 35785/2005 – Strasburgo, Sentenza di merito 22 luglio 2008 (Camera composta da sette giudici).

Articoli: Art. 1 Protocollo 1° della CEDU; Art. 6 § 1 della CEDU; Art. 41 della CEDU.

Materia: Protezione della proprietà; diritto ad un equo processo; equa soddisfazione.

Massima:La Corte ha riconosciuto nella delimitazione di demanio forestale pubblico una grave riduzione della disponibilità del bene, e quindi una eccessiva ingerenza ai sensi e per l’effetto dell’art.1, paragrafi 2 e 3 del protocollo 1°della CEDU, non sussistendo il giusto equilibrio tra  regolamentazione nell’uso dei beni in conformità all’interesse generale e rispetto della proprietà.

Fatto

Nel caso oggetto del presento ricorso, un cittadino turco nel 93 ha acquistato un terreno qualificato come agricolo, con regolare rilascio del titolo della proprietà da parte della Direzione generale dei titoli e dal catasto come è avvenuto per i precedenti tre acquirenti. Tuttavia dal 24 agosto del 1990 la Commissione catastale aveva proceduto alla delimitazione del demanio forestale pubblico ricomprendendovi una  porzione di terreno del ricorrente. Al termine della procedura le conclusioni della commissione venivano rese pubbliche ma all’epoca nessuna menzione si riscontrava nei registri fondiari. Con ricorso alla Corte d’Appello il Sig. Halil İbrahim Köktepe lamentava che l’atto della Commissione fosse viziato da errore. Successivamente il tribunale respingeva la domanda del ricorrente sostenendo che il fondo fin dall’origine non fosse suscettibile di acquisizione. Nel 2003 quindi viene proposto ricorso per cassazione, rilevandosi la carenza delle perizie effetutte in primo grado. Tale ricorso viene respinto in quanto la corte non ravvisa elementi tali da permettere la rettifica della delimitazione. Il 17 marzo del 1995 è aperto un procedimneto penale a carico del ricorrente che nel 2005 si è chiuso con una condanna per disboscamento. Il 28 ottobre 2007 il Ministero delle foreste depositava un’azione finalizzata ad annulare il titolo di proprietà e altresì misure atte ad impedirne il traferimento a terzi.

QUESTIONI DI DIRITTO

Il ricorrente sostiene che l’iscrizione del suo terreno nella categoria del demanio forestale pubblico, in assenza del versamento di un indennizzo rappresenti una ingiusta e sproporzionata violazione al suo diritto al rispetto dei beni consacrato dall’art. 1 prot. 1° della CEDU ed altresì  lamenta la violazione dell’art. 6 § 1 della Convenzione: il terreno è già stato oggetto di tre trasferimenti dal 1953, ragion per cui sia giuridicamente che tecnicamnete non poteva essere classificato come demanio forestale pubblico. Ne consegue che la delimitazione del terreno senza il versamento di alcun indennizzo, si sostanzia in un’espropriazione de facto ed implica altresì una interferenza sproporzionata al suo diritto al rispetto dei suoi beni. Il governo, invece facendo rinvio al caso Ansay c. Turchia afferma che la restrizione del diritto di proprietà subita dal  ricorrente perseguiva uno scopo legittimo ed era  pertanto proporzionata.

CONCLUSIONI DELLA CORTE

Sull’esistenza di un bene, il caso si discosta dalla giurisprudenza richiamata dal Governo, mancando qualsiasi annotazione nei registri fondiari non vi è alcun elemento obiettivo che dimostri che il ricorrente conoscesse la delimitazione all’acquisto del terreno. Ne consegue che chi possiede un titolo di proprietà può sperare di poter disporre di un bene non soggetto ad alcuna limitazione fino al momento in cui siffatta delimitazione non diventi definitiva in virtù di una sentenza definitiva. Pertanto, il ricorrente possiede «un bene» secondo il significato dell’articolo 1 del Protocollo n° 1(si veda, inter alia, Kopecký c. Slovacchia [GC], n. 44912/98, § 35, CEDH 2004-IX). La Corte riconosce una ingerenza nel diritto del ricorrente e una divergenza di valtazione delgi effetti effettuata dalle parti; il ricorrente attribuisce alla delimitazione la qualifica di una espropriazione de facto, invece il Governo sostiene una questione relativa alla regolamentazione dell’uso dei beni. La Corte evidenzia in primis che non è  dimostrato che il ricorrente non fosse in buona fede al momento dell’acquisto del terreno poichè egli era detentore di un valido titolo di proprietà. In secondo luogo, le autorità nazionali, con una decisione giudiziale hanno attribuito al terreno la qualifica di demanio forestale pubblico. La Corte ritiene che lo scopo della privazione, la protezione della natura e delle foreste, è riconducibile nella nozione di interesse generale ai sensi della seconda frase del primo capoverso dell’articolo 1 del Protocollo n° 1 (Lazaridi c. Grecia, n. 31282/04, § 34, 13 luglio 2006). Quindi allo stato attuale delle cose ed in contrasto con il titolo di proprietà di cui è pur sempre titolare, il ricorrente non può coltivarlo né raccoglierne i frutti né stipulare alcuna transazione su tale terreno. Alla luce delle modalità di indennizzo previste dalla legislazione intena la Corte ha stabilito che non esisteva alcun ricorso interno efficace in materia. Conclusivamentne, il carattere definitivo della delimitazione, l’inesistenza di ricorsi interni efficaci in grado di fornire un rimedio, l’ostacolo al pieno godimento del diritto di proprietà e la mancanza di indennizzo, conducono la Corte ad affermare che il ricorrente ha subito un peso eccessivo ed esorbitante che ha rotto il giusto equilibro necessario tra le esigenze riconducibili all’interesse generale e la salvaguardia del diritto al rispetto dei beni. Sulla dedotta violazione dell’art 6, la Corte non risconta arbitrarietà, le giurisdizioni interne non si siano basate su prove frammentarie per valutare la fondatezza della domanda; anzi la Corte d’appello di Çanakkale ha reso il suo giudizio in base a diverse relazioni peritali e ad altri elementi oggettivi di prova.

About local authorities…

INCARICHI DIRIGENZIALI E COLLABORAZIONI ESTERNE

 

PROPOSTA DI REVISIONE

 

CO.1 Il Sindaco può affidare incarichi e funzioni dirigenziali nonchè di collaborazione esterna, nel cui novero sono ricompresi anche quelli di direzione di determinate aree funzionali, al di fuori della dotazione organica, nel caso in cui tra i dipendenti dell’ente non siano presenti analoghe professionalità, in virtù del principio di rotazione, secondo le modalità e nel rispetto dei principi e criteri fissati nel Regolamento.

CO.2  La durata dell’incarico è legata al conseguimento degli obiettivi previsti nei programmi, nel rispetto comunque dei termini di cui al comma 4 del presente articolo.

CO.3 Il rinnovo dell’incarico è subordinato a:

       I.    Alla valutazione dei risultati ottenuti dal Dirigente a conclusione del periodo, in considerazione di obiettivi e programmi;

     II.    Al raggiungimento di livelli efficienza ed efficacia dei servizi a lui affidati e/o diretti.

CO.4 Nel caso di incarico dirigenziale affidato con contratto di natura privatistica, la durata non potrà superare i tre anni. Tuttavia alla scadenza, verificati i risultati di gestione, in caso di positivo espletamento dell’incarico, il contratto potrà essere prorogato di anno in anno fino e non oltre la scadenza del mandato elettorale del Sindaco, salvo norme di Legge non stabiliscano diversamente. La medesima disciplina è applicabile anche agli incarichi di collaborazione esterna.

 (Sora, lì 12 giugno 2008)

ISTITUTI Di PARTECIPAZIONE POPOLARE ex art. 7 Legge n. 241/90

 

Ritengo opportuno, anche e soprattutto a recepimento delle istanze delle varie associazioni di cittadini emerse, alla luce della risonanza dei fatti di cronaca in materia ambientale e urbanistica, dotare il presente Statuto dello strumento dell’istruttoria pubblica, inserito sotto varie formule in molti altri Statuiti.

Lo strumento de quo, è finalizzato, in considerazione del combinato legislativo degli art. 7 e 10 della Legge n. 241/90, a determinare e conseguire nel modo migliore, ogni qual volta si sia presenza d’interessi diffusi, l’interesse pubblico concreto, riguardo a particolari atti e attività di notevole interesse generale.

La partecipazione “funzionale”invero, costituisce sempre più la chiave di volta della trasparenza dell’azione amministrativa, e concerne tutti gli istituti miranti a una preventiva definizione degli interessi che il provvedimento realizza in un momento antecedente alla sua emanazione

Queste considerazioni fanno da corollario allo spostamento del fulcro dell’attività amministrativa “autoritativa”, dall’atto conclusivo a quello precedente la fase della decisione e quindi, quello dell’istruttoria, sviluppatosi dalla Legge n.241/90.


PROPOSTA D’ INSERIMENTO DELL’ISTRUTTORI PUBBLICA


CO.1 Nei procedimenti amministrativi concernenti la formazione di atti normativi o amministrativi a carattere generale, l’adozione del provvedimento finale può essere preceduto da pubblica istruttoria, allo scopo di configurare l’interesse pubblico concreto da perseguire.

CO.2 Sull’indizione dell’istruttoria decide il Consiglio comunale quando la proposta è avanzata dalla Giunta o da due capigruppo del Consiglio. L’indizione dell’istruttoria, può inoltre essere promossa da almeno 300 persone(?), salvo il diniego motivato dai 2/3 dei Consiglieri comunali.

CO.3 La richiesta deve essere avanzata da un comitato promotore composto da non meno di 30 cittadini(?) iscritti nelle liste elettorali. I cittadini in seguito devono provvedere alla raccolta di firme improrogabilmente entro 60 giorni dal deposito della richiesta istruttoria presso la Segreteria generale a pena di decadenza della stessa.

CO.4 L’istruttoria si svolge nella forma di pubblico contraddittorio, e il provvedimento finale deve essere motivato adeguatamente in relazione alle conclusioni istruttorie scaturite dall’istruttoria pubblica. Il regolamento disciplina modalità di raccolta delle firme, forme di pubblicità, modalità di svolgimento dell’istruttoria che deve svolgersi e concludersi in tempi certi.

(Sora, lì 15 giugno 2008)

Valentino Cerrone

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