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Molti mesi fa, nell’imminenza delle elezioni Comunali frusinati, il candidato a Sindaco, Avvocato Nicola Ottaviani aveva più volte pubblicamente affermato di voler riportare legalità e trasparenza ad una amministrazione sconquassata da opacità, dissidi, e polemiche a non finire. «Neanche a Corleone succedono queste cose” – tuonò l’allora candidato a sindaco Nicola Ottaviani in merito al concorso per istruttore direttivo al COL- “si riparlerà dopo il voto, una volta insediata la nuova amministrazione», Peccato che il finale sia andato oltre ogni limite di immaginazione assumendo i caratteri di un grottesco reality.

 

Nel contempo, eletto Sindaco, si è svolto il concorso temporaneamente sospeso in campagna elettorale, e molti di quei giovani partecipanti che speravano in un clima migliore, si sono trovati a recitare la parte di comparse di un film tragicomico già scritto, per le modalità con cui si è svolto e per l’esito finale.

 

Ma l’amarezza non terminò con la conclusione del concorso: il Sindaco, in un primo momento si erse a paladino della trasparenza, in quanto su sollecitazione di ben cinque candidati che formalmente misero in luce nero su bianco le presunte irregolarità, prese l’impegno di avviare un’indagine interna, paventando la possibilità di annullamento in quanto invalido e senza copertura finanziaria. Intanto, spirarono i giorni, i mesi, e come la sibilla cumana, oscillante fra “il forse che si –forse che no”, mentre esplodeva il problema dedito pubblico frusinate, nel ben mezzo del dibattito in merito alla spending review, non fece nulla per dare risposte concrete.

 

O meglio, formalmente non fece nulla, perché mentre i ragazzi ogni giorno guardavano l’albo pretorio per avere delucidazioni, sostanzialmente, in spregio al concorso bandito che prevedeva l’assunzione “a tempo indeterminato”, decideva di convertirlo “a tempo determinato”, con l’aggravante che di tale delibera non si è rinvenuta traccia fino a quando deliberata la conversione, con un accesso agli atti un candidato insospettito ha fatto emergere la “mancanza” sull’albo pretorio di tale delibera, con conseguente impossibilita di ricorso per i partecipanti.

 

Ma il funambolismo del primo cittadino è degno di una commedia di Plauto, e  così dopo la conversione si ritorna al principio di realtà amministrativa: invero, con la recentissima delibera di Giunta n° 146 dell’8 aprile ha provveduto a rideterminare la pianta organica per sovrannumero dei dipendenti, in stridente contrasto però con quanto deliberato con la conversione, e soprattutto con quanto affermato sul quotidiano “il messaggero”di voler accedere al fondo salva comuni per l’esigenza di spalmare il debito dell’ente in 10 anni.

 

In questa vicenda il primo cittadino, come in una commedia di Plauto ha cambiato più volte maschera, da garante della legalità, a indecisa sibilla cumana, per terminare con la gattopardiana ed italica figura di “homo novus” che cambia tutto affinchè nulla cambi. Peccato che le conseguenze di questa vicenda siano: un aggravio ulteriore di spesa per l’ente, un concorso farsa, uno schiaffo alla trasparenza amministrativa e alle speranze dei giovani partecipanti al concorso.

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“Il nostro carattere è come un diamante, è una pietra durissima ma ha un punto di rottura”.
Pietro Mennea

La vita, il suo fluire può essere paragonato ad una pista di atletica, nella quale l’uomo parte, guarda in avanti inseguendo un obiettivo, con tenacia, dando tutto se stesso per raggiungerlo, per poi andarsene dopo aver varcato quella linea. Così ha fatto anche un grandissimo personaggio, osannato ed amato, dentro e anche fuori le piste, che ho avuto l’onore di ascoltare in una conferenza di presentazione di una gara podistica (Corri sotto le stelle) alla quale l’abbiamo invitato: Pietro Mennea.
Sulla vita sportiva sulla “freccia del sud” come è stato ribattezzato, c’è poco da aggiungere, ma molto da ricordare per quanto riguarda quello che ha trasmesso. Il suo non è solo un lascito di ricordi e grandi imprese, ma una miniera di piccoli aneddoti e suggerimenti per quelle giovani generazioni che sono smarrite in un mondo nel quale i valori, anche e soprattutto quelli sportivi sono calpestati e barattati; ma è al contempo anche un esempio di vita anche per quei tanti dirigenti, allenatori, preparatori, che spesso dimenticano che per essere grandi bisogna essere umili, che non con soli allenamenti si costruisce un grande atleta. A riprova di ciò il grande velocista disse “Il nostro carattere è come un diamante, è una pietra durissima ma ha un punto di rottura”.
Nella vita quotidiana quindi come nell’atletica siamo sempre di fronte ad una sfida, nella quale siamo consci dei nostri limiti delle nostre debolezze, e solo con “l’allenamento” e con la passione che possiamo preservare la purezza e fortificare la nostra corazza.

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Ma un altro grande lascito è cristallizzato in questa frase:“Ho vinto tanto da atleta, ma non si può vivere di ricordi. Ogni giorno bisogna reinventarsi, avere progetti ed ambizioni. Perciò, quotidianamente ho tante idee e sogni che voglio realizzare”.
La vita è straordinariamente bella, un diamante grezzo che diventa capolavoro solo se siamo capaci di intagliare, con dedizione gli angoli e le asperità presenti. Anche nella corsa a cui ci dedichiamo, chi da atleti chi da amatori, secondo le parole di Pietro, sono necessarie molle, stimoli, che ci portino ad andare oltre, anche i risultati!
Non so se da lassù ci starai guardando, non sappiamo se continuerai anche da lì ad andare veloce: sei andato anche nell’ultima curva troppo veloce, ci hai lasciato troppo presto e già ci manchi tanto..

Valentino Cerrone

Dreaming a work!

aprile 14, 2013


Non esiste né peccato, né virtù. Esiste solo quello che si fa e che è parte della realtà, e tutto ciò che si può dire con sicurezza è che la gente fa delle cose che sono simpatiche, altre che non sono simpatiche.

FURORE- John Steinbeck

La crisi  dapprima solo finanziaria, degenerata poi in crisi di sistema ed economica, sta letteralmente scardinando le fondamenta della nostra società e i valori fondanti che per  una buona parte di secolo hanno garantito il vivere civile e un discreto progresso-benessere materiale; altresì essa sta inesorabilmente e progressivamente erodendo ogni fondamenta del nostro sistema democratico.

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Non è un caso isolato la tragedia di Isola del liri, ma una vera e propria emergenza generazionale ,spia di una situazione sociale a tratti insostenibile e sciagurata, che registra un incremento esponenziale dei suicidi legati al lavoro-nonlavoro; spesso a tale piaga si legano non solo bisogni materiali, assenza di lavoro, ma anche disperazione, scomparsa di ogni speranza del futuro, che nessuno a livello statale e sociale e capace di intercettare e indirizzare. Speravamo, con un pizzico di egoismo, proprio di quel comune pensare “non mi riguarda, o non ci posso fare nulla”, che una delega in bianco, la gestione tecnocratica dell’eccezionale-ordinaria tragedia, come un manna avrebbe incrementato la crescita, arginato il debito pubblico, e che virtuosamente ogni problema sociale si sarebbe risolto per inerzia.  

Ma la realtà è stata cruda, tranciante: licenziamenti, assenza di una politica industriale e  sopratutto di riconversione, quindi chiusura di stabilimenti e una pletora di disoccupati.

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Gli ammortizzatori sociali, dopo anni di pseudo politiche riformiste sul nulla sono svuotati o in fase di esaurimento. La tragedia che una generazione sta vivendo assomiglia al libro di Steinbeck “furore”, dove il sogno si infrange contro la realtà! In più c’è un perverso dualismo nella nostra nazione sintomo di una duplice tragedia!

Da un lato c’è chi ancora possiede si un lavoro, ma con forte rischio di perderlo, esclusione e scivolamento sociale, cioè le passate generazioni o i nuovi precari; dall’altro c’è chi non lo ha, moltissimi giovani ed esodati, CHE NONOSTANTE LE QUALITA’, vedono stringersi ogni orizzonte e scomparire ogni via d’uscita.

Ci eravamo convinti, ed in parte ci avevano persuaso che il famigerato spread fosse l’unico parametro da correggere per poi agganciare su di esso le linee di politica economica!  Ma se ancora si muore per suicidi, per una deliberata scelta che certifica l’assenza di ogni speranza, forse qualcosa di terribile c’è oltre il mero calcolo contabile. Giova ricordarlo, senza nascondersi, senza infingimenti ideologici,  che il lavoro non è solo uno strumento di sostentamento, ma un diritto “sociale; esso richiede un intervento positivo dello stato non invasivo e/o programmatore, ma per ripristinare le condizioni favorevoli, correggere le distorsione dell’economia di mercato: si sta perdendo la partita più grande, quella di civiltà. Una società che lo dimentica, o peggio fa finta di non poterci fare nulla non è solo egoista, ma è destinata o al dissolvimento o a far finta di abiurare sempre i suoi mali..senza mai risolverli..

Valentino Cerrone


L’ultimo studio della Banca d’Italia mette in luce ancora di più, come se non ce ne fosse bisogno, con autorevolezza e con dati analitici un nuovo problema, o meglio l’evoluzione di un dramma tutto italiano: quella della redistribuzione della ricchezza.

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Ma redistribuzione della ricchezza non solo tra ricchi,  -semplicisticamente coloro che detengono risorse e redditi in misura maggiore -e poveri, coloro che  non lavorano o peggio che nonostante il lavoro sono a forte rischio economico, di scivolamento ed esclusione sociale.

Infatti il problema della diseguaglianza colpisce sopratutto le nuove generazioni: secondo quanto riferisce l’Ocse nel suo ultimo rapporto sulla distribuzione del reddito percepito, l’indice di Gini, – che misura la distribuzione del reddito e non della ricchezza, per l’Italia nel 2010 era pari a 0.46, era secondo solo a quello degli Stati Uniti (vicino allo 0.53) e simile a quello del Portogallo.

Ora?  I dati sono impietosi, in vent’anni povertà triplicata tra i giovani e raddoppiata tra gli affittuari”. Ne consegue pertanto che non solo la sbandierata “crisi” ha portato a questo nefasto scenario, ma sopratutto un processo cominciato già da tempo e che è venuto consolidandosi nel corso dell’ultimo ventennio. Siamo un Paese che arranca, che non investe nell’istruzione di qualità per  i suoi giovani, che sono disoccupati e sempre più poveri.

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Inoltre, c’è un sistema duale a livello retributivo, pensionistico, assistenziale, che da molte garanzie alle passate generazioni, lasciando però i giovani senza paracaduti, senza risorse per apprestare i più basilari strumenti di tutela dei propri diritti. 

Gli studiosi hanno coniato l’espressione “distorsione distributiva”  per evidenziare il divario tra le diverse categorie occupazionali, una opposizione tra insiders e outsiders, rispetto alla possibilità di accedere alle prestazioni e alla generosità delle prestazioni: da tale contesto sono state enucleate tre diverse categorie: garantiti, semigarantiti, e non garantiti.

Quindi che fare? Lasciare tutto come sta, far finta di nulla? Una classe politica che ha ipotecato con egoismo e superficialità il futuro di una generazione intera ha adesso l’obbligo non solo morale ma anche etico di dare risposte e mettere in atto azioni concrete.

Una Nazione che ha già il problema della diseguaglianza tra Nord e Sud, non può permettersi, pena la sua dissoluzione sociale, uno scontro generazionale tra iper-garantiti e coloro che hanno ereditato le macerie di un sogno ormai sbiadito.


Recensione ad un racconto social fantasy di un mio caro amico disponibile su Amazon.it, intitolato “Call Center”.

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Call center non è solo come potrebbe apparire da una prima lettura un mirabile ed impegnato affresco sulla difficoltosa e nebulosa realtà del lavoro para-subordinato, ma  anche e soprattutto un viaggio “esperienziale” nelle zone d’ombra e meno focalizzate del nostro sistema economico –produttivo, che ne mette a nudo tutte le insidie, gli ingranaggi perversi, e le terrificanti scorie sociali.

L’autore di tale saggio, coniugando leggerezza narrativa ed impegno sociale,  tra spezzoni di poesia, incipit filosofici e richiami musicali di Gaber e Battiato, come un Dante Alighieri nella Divina Commedia, mediante un viaggio “esperenziale” fa emergere con abilità, senza mai essere prolisso, e banale, mai rischiando di scivolare nella retorica, un concetto ed un fenomeno poco studiato dai grandi media contemporanei: il non luogo di Marc Augè.

Si colgono altresì tratti orwelliani di “1984 e dalla fattoria degli animali” quando mette in luce che il lavoratore va “educato… il comportamento non può tendere alla neutralità o alla riflessione (dannosa in ambito produttivo), bensì a un energico entusiasmo decerebrante capace di far ottenere al lavoratore il tanto agognato premio finale.

Ebbene proprio l’apertura di tale viaggio inizia con un richiamo forte che descrive il binomio micidiale di spersonalizzazione e concreto bisogno che spinge il lavoratore para-subordinato a sottomettersi non solo fisicamente “Conosco bene le misure del mio spazio lavorativo: mi fermo un millimetro prima di strappare via il jack” ma soprattutto interiormente “ritorno fedele con le braccia sul tavolo del box dove mi aspettano i pieghevoli che illustrano le caratteristiche patinate dei meravigliosi prodotti da vendere e il decalogo delle cose da dire o da non dire pensati dall’intellighenzia aziendale.

Ma non solo alle distorsioni della realtà lavorativa si ferma la denuncia: infatti, percorrendo le stanze del non luogo, del call center, dal suo box n°103, il protagonista mette a nudo le fragilità e le contraddizioni di un finto benessere che poggia su basi di argilla quando afferma “Il sottobosco lavorativo offre una vastissima gamma di occupazioni surreali e facilmente sostituibili..l’assoluta mancanza di diritti e la facile reperibilità di cosiddette ‘risorse umane usa e getta’ rappresentano l’autentico propellente di quelle aziende che affidano la propria sopravvivenza a una delle carte vincenti della moderna economia: la precarietà del lavoratore.

Ma è proprio quando si ha l’impressione che la sfiducia e la solitudine esistenziale rappresentino necessari ed insormontabili ostacoli Siamo moscerini schiacciati sul parabrezza di un’economia veloce,” – penso in maniera disincantata – “e che nessuno mai rimpiangerà.”  che comincia la lenta risalita e la presa di coscienza. 

Da una forte disvelamento del proprio non essereè il lavoratore che, sopprimendo ogni forma di velleità individualista, deve sincronizzare la propria esistenza interiore e fisica con i tempi della Produzione…l’individuo è morto, il lavoratore trova la chiave di volta e la via d’uscita al suo disagio ed alla sua condanna.

Analizzando così i suoi“corsivi mentali” coglie quale sia il vero ed efficace strumento di difesa contro i“kapo imprenditoriali,…che attuano una costante azione di disturbo psicologico nei confronti di noi, piccoli ingranaggi in bilico tra il bisogno materiale e la mancanza di un sogno. Credono, così facendo, di spronarci, di aizzarci contro i consumatori indecisi e di renderci produttivi”.

Alla cieca devozione ai dogmi di un capitalismo freddo e malato si sostituisce la naturalezza e la spontaneità dell’essere umano troppo spesso sacrificate alle logiche del profitto, restituendo dignità e ragion d’essere all’errore “l’errore è la pausa dalla regola, la distrazione dal Piano, è l’aberrazione che sfida la Noia, è la fuga dello Spirito dall’impegno del Materialismo, è il fiore che spacca l’asfalto, è le “Tredici variazioni sul tema” di Jill Sprecher… È la

vita.

La liberazione dalle catene è quasi completa, il lavoratore a questo punto spacca volutamente e consapevolmente, e con lucidità le certezze e le falsità costruite ad hoc da un sistema egoista ed autoreferenziale, l’energia per la vera produttività non proviene dall’esterno, non può essere imposta, trasmessa per osmosi con micropompe terrorizzanti e lubrificate da minacce occupazionali”culminando quindi con un gesto che racchiude tutta la riflessione maturata“La filosofia del rematore di galea non attecchisce più sul mio cervello frustato e incatenato. Lo schiavo numero 103 abbandona i remi”.

Sembrerebbero risuonare in tale immagine echi del “l’elogio della fuga” di Henri Laborit, “quando non può lottare contro il vento e contro il mare per seguire la sua rotta, il veliero ha due possibilità: l’andatura di cappa che lo fa andare alla deriva, e la fuga davanti alla tempesta con il suo mare in poppa e un minimo di tela…”, ma non solo di fuga si ragiona.

Analizzando però le strutture del sistema con nettezza si fa emergere la contraddizione intrinseca e più drammatica del fenomeno: Il ‘mostro’ è la stupefacente rappresentazione materiale, terribile, esteriorizzata e a volte profetizzata, della superbia umana. Si ha paura del mostro e si combatte il mostro, ma in realtà abbiamo paura della nostra mostruosità e combattiamo i nostri errori”.

L’epilogo,  rappresentato dalla decisione  del protagonista di incendiare il luogo del non lavoro, con il suo carico di liberazione e speranza, è un “Fahrenheit 451” rovesciato: invero in tale scenario il fuoco assurge a simbolo di purificazione ed evoluzione, necessario male per sbloccare momentaneamente uno degli innumerevoli nodi di una filosofia di vita che si impone a sistema organizzatorio della società.

Adesso il protagonista è libero di riprogrammare le coordinate della propria meta!


foto16-290x200La regione Lazio, nonchè il territorio del frusinate sono stati per anni il palco prediletto dalla classe politica locale   per un infinito libro dei sogni  ante campagna elettorale, e un continuo fuggi fuggi dalle proprie responsabilità di governo post esercizio ruoli amministrativi.

Dagli scandali più o meno noti, quali quelle delle cliniche private, con il contemporaneo blocco delle assunzioni pubbliche ed il ricorso ai privati per il personale sanitario, che hanno contribuito a far esplodere il debito sanitario; al recente scandalo della banda guidata dal tandem Fiorito-Abbruzzese che nella zona del sorano ha drenato voti per poi mettere in scena una delle pagine più grottesche della politica italiana post- tangentopoli; senza dimenticare a livello locale, una infinita e spesso poco focalizzata miriade di piccoli provvedimenti e decisioni, alternata a qualche briciola calata, ops elemosinata ed elargita dall’alto, e a qualche passerella elettorale, che hanno contribuito a depredare e depotenziare con effetti quasi irreversibili un comprensorio vasto, che va dalle Valle di Comino fino al sorano.

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Ora, dopo che con il beneplacito degli eletti, che per anni hanno foraggiato tali scellerate politiche, mercanteggiando carriere personali sicure e comode, in luogo del territorio, dopo che con il massiccio voto anche da parte dei sorani di personalità totalmente avulse per appartenenza geografica e propositi politici dalle peculiarità della zona, si palesa la necessità di invertire la tendenza e recuperare una rappresentatività forte e di interposizione a un disegno quasi occulto che vuole il territorio schiacciato dalla logica dei numeri, fantasmi si annidano nel dibattito pubblico.

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Non bisogna essere dei politologi per capire che un sorano forte elettoralmente e con un bagaglio amministrativo di esperienza, ben visto anche trasversalmente dalla società civile, avrebbe rappresentato e rappresenta un pericolo serio per gli “squilibri” costruiti con tanta tenacia per anni sulle spalle dei sorani.

E’ ovvio che ci sarebbero stati paletti e distinguo infiniti da parte dei maggiorenti dei partiti provinciali per stoppare una eventuale candidatura con tali requisiti e propositi, che mai come ora avrebbe raccolto consensi facilmente. Ed è per questo che ora che Roberto De Donatis sale in campo,  sotto le insegne degli amici del partito Socialista, si avverte questo pericolo come ancora più stringente e concreto.

Inizia, come era prevedibile, ad essere fomentata da chi teme di essere cancellato dal dibattito pubblico la “logica dello struzzo”, quella del  mettere la testa sotto terra per un residuale senso di vergogna e dell’affermare che tutti sono uguali, onde non distinguere chi ha appoggiato e sostenuto tali “notabili amministratori”, e chi a loro si è opposto con tutti i mezzi; purtroppo tale “peccato civico” non è il solo  male da combattere.

Il “metodo del risiko”, molto praticato nelle sedi  di partito del frusinate, come in passato registra la tendenza dei pezzi forti dell’establishment a mantenere tutto come era prima, con qualche maquillage nelle candidature, in un infinito risiko fatto di riposizionamenti, cadidature deboli a livello locale concesse-imposte, onde mantenere le rendite di posizione e la supremazia amministrativa del frusinate-cassinate invariata. Il tutto a scapito di un territorio, che è stanco di essere svuotato, che registra una forte deindustrializzazione, che vede perdere progressivamente i suoi pezzi migliori, caso Ospedale in primis.

Ora è il momento di riprendersi con forza la rappresentatitività della città e del comprensorio, inviando un messaggio forte e univoco. Alla prossima tornata elettorale il malato potrebbe essere in coma irreversibile o deceduto. Il territorio ridotto a periferica contrada della provincia, e i suoi cittadini a comprimari per i prossimi vent’anni.


Sora, Italia, centro sportivo “Giuseppe Panico” ORE 11:30

Il venerdì, il giro di boa della settimana, il meritato riposo lavorativo per chi ce l’ha fortunatamente, il momento in cui ognuno di noi si lascia momentaneamente alle spalle il fardello di preoccupazioni quotidiane e di faccende più o meno importanti per godersi un po’ di pace in questo mondo sempre più caotico e anarcoide.

Mi incammino verso gli spogliatoi appena ultimati, che nel pomeriggio e di sera fino a tardi sono sempre aperti ed utilizzati da tutte o quasi le società sportive, e noto con amarezza che sono chiusi. Contemporaneamente, come documenta la foto, un ragazzo arriva, parcheggia la sua bici, entra nella struttura adibita al basket, si chiude comodamente dentro con una mandata di chiavi si allena. Una prima domanda mi sorge spontanea, perché alcuni utilizzano pienamente le strutture come fossero proprie e gli altri no? Con l’avallo di chi?
Io ed altri figli di un “Dio minore” CERCHIAMO SE è POSSIBILE cambiarsi nei box, essendo cittadini di questa città, contribuenti di questo comune,..ecco cosa abbiamo trovato! Sono passati ormai più di 9 MESI dai vari comunicati denuncia. In nove mesi notiamo che le strutture pubbliche non sono di tutti, sono accessibili ad uso e consumo di pochi fortunati ed “eletti”.
Non sono bastati questi comunicati: http://www.sora24.it/sora-runners-club-lasciate-ogni-speranza-voi-chentrate-cronaca-tragicomica-di-un-podista-martedi-21-agosto-ore-830-stadio-panico-40230.html;
http://www.sora24.it/lasciate-ogni-speranza-voi-chentrate-parte-ii-cronaca-surreale-dei-podisti-sorani-24-agosto-ore-830-40525.html.
Non sono bastate le domande precise a cui non si è avuta risposta nei FATTI. Se non ci volete, ditecelo chiaramente, ma non prendeteci per i fondelli, traslochiamo in altri comuni limitrofi. Per il bene della città, chi è responsabile, se non è capace o non vuole ovviare ad una banale gestione ordinaria faccia un passo indietro…

La dirigenza del Sora Runners club
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bansky-sale_ends_today“Non c’è niente di più pericoloso che illudersi di aver trovato una soluzione semplice ad un problema complesso!”-

Questa frase che al tempo stesso costituisce anche un’osservazione prospettica mette in luce tutte le fallacità ed i pericoli insiti nelle soluzioni propinate e spesso improvvisate nel nostro mondo dagli statisti ed operatori più affermati, fino ai saltimbanchi moderni e neo-azzecarbugli che stanno invadendo tutti gli spazi da quello economico -politico fino a quello culturale.

C’è  insomma crisi! Ma che tipo di crisi e quante crisi ci sono?

Crisi, la parola più ricorrente, nella nostra quotidianeità, da quella economica a quella sociale, ambientale, politica, per poi focalizzarsi su quella strictu sensu di valori che ne costituisce il tratto comune alle sue varie declinazioni e che potrebbe invece rappresentare la chiave di volta e la soluzione da adottare.

Purtroppo, nonostante il benessere  anche materiale in cui viviamo, la nostra epoca sarà ricordata come quella popolata da nuovi barbari, tecnologicamente muniti di ogni marchingegno moderno, dandy della nuova epochè, ma moralmente e spesso anche culturalmente e professionalmente poveri, carenti, invisibili.

Ci sarebbe bisogno come ha chiaramente affermato Roberto Benigni nella sua innovativa declinazione dei principi della Costituzione della cultura umanista e dei sui più infaticabili alfieri, gli “umanisti”, ormai relegati dal “mercato del lavoro” a casta infima da isolare o solo sfruttare.

Ci vorrebbe un renaissance moderno di quei valori che hanno ispirato e fatto da detonatore al bello sia in senso estetico che in campo relazionale, contribuendo a rendere la nostra Nazione la culla della modernità, quando nel resto del mondo il buio dell’incultura dominava.

Ma potranno i nuovi ed invisibili “umanisti”, sbeffeggiati anche nello slang televisivo come”umanitari”, ritagliarsi uno spazio pubblico di dibattito, e tentare di  contrastare e vincere i nuovi barbari?

Analizzando freddamente i presupposti, in assenza di riviviscenza di tale armata di invisibili riservisti depositari dei valori umanisti, la risposta è negativa e gli scenari cupi.

Siamo  pertanto destinati ad avvitarci in una povertà, dapprima percepibile solo come  meramente economica, ed in seguito anche culturale e sociale, che potrebbe spalancare le porte ad un nuovo medioevo?

L’anno che verrà porta con se mille speranze ma anche paure: i nuovi barbari bussano alle porte e le loro orde in doppiopetto ed iphone, famelicamente si preparano a sgretolare le fondamenta del nostro vivere civile ed i valori che ne costituiscono gli enzimi e gli anticorpi contro i vari vulnus che nascono dalla parte oscura dell’umanità.

Umanisti se ci siete battete un colpo….

 


FROSINONE, ANNO ZERO! La nostra provincia da mesi vive scandali che squassano la classe politica, alimentano l’antipolitica, e da pendant vedono la cittadinanza fuggire dai dibattiti pubblici.

Dallo scandalo Fiorito, passando per l’entourage del Presidente Abruzzese, alle varie “colpe” dei consiglieri regionali e comunali. Uno tsunami insomma, che dovrebbe far segnare lo zero da cui ripartire. E’ così?!

Se guardiamo alla realtà no, anzi la situazione sembra peggiore. Così capita che partecipare ad un concorso bandito in piena campagna elettorale comunale, per il reclutamento di 3 istruttori direttivi al Centro orientamento lavoro, si trasformi sulla pelle dei candidati in un film tragicomico, che le selezioni di accesso a pochi giorni dalla conclusione e per le modalità in cui si sono svolte assumano i caratteri di un grottesco ed esilarante reality. «Neanche a Corleone succedono queste cose – tuonò l’allora candidato a sindaco Nicola Ottaviani – del concorso si riparlerà dopo il voto, una volta insediata la nuova amministrazione», peccato che il finale sia andato oltre ogni limite.

Sembrava una speranza tale monito, ma le speranze sono state subito spente; il perché è cronaca: già dalle prove pre-selettive c’era qualcosa che non andava, in quanto per una strana interpretazione molto elastica della discrezionalità amministrativa, coloro che lavoravano internamente all’amministrazione hanno riportato un punteggio molto elevato.

A quel punto pensai, il grado qui è elevatissimo se con il mio curriculum c’è chi ha ben 5 punti più di me! Ma le sorprese dovevano ancora arrivare! Seguiranno altre due prove, che con relativa facilità supero. Ma ancora dai risultati si scorgono iperbolici voti, che riportano sempre gli stessi nomi. “A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca” affermava il divo Andreotti, e così iniziano a serpeggiare sospetti. Arriva il giorno del colloquio-prova orale, a cui ho partecipato più per curiosità, per ammirare i magici 3, che per provare a far saltare il banco! Qui inizia il reality: i tanti ed alcuni  candidati anche più preparati di me, che hanno studiato mole di testi, o che quel posto lo ricoprono presso altre amministrazioni, iniziano la selezione. Strano poi, a ripensarci, che la Commissione sia composta da coloro che sono stati datori di lavoro dei tre che risulteranno vincenti. Ebbene, se ne sentono di tutti i colori! Alla domanda quale è la differenza tra pubblico ufficiale ed incaricato di pubblico servizio,  per  uno dei tre il discrimine è dato dal fatto che i primi “esternano l’indirizzo politico”(??!!); Ad uno di essi viene chiesto chi approva il Bilancio. E la risposta è stata: ”la Giunta”». Mentre tutti sanno che il Bilancio lo approva il Consiglio; infine rimembro che alla domanda su cosa sia il Peg, piano esecutivo di gestione, la risposta è confusa ed incerta, senza poi tralasciare l’imbarazzante test di inglese di alcuni.

Risultato, stavamo vivendo un reality, dove l’importante per gli altri candidati come me è stato apparire, partecipare ad un esito che già era scritto. Adesso chi risarcirà il tempo perduto e i costi sostenuti? Cosa ne sarà di noi idonei in quella graduatoria? Non vorrei che dopo il danno anche la beffa, ovvero che dopo le selezioni accurate per i prossimi istruttori si riparta da ZERO!


Un martedì di una routinaria settimana di quelle che già vorresti fosse sabato, pregno di preoccupazioni e ansie, ed ecco che ad un certo punto il telefono squilla: rispondo e dall’altro lato c’è uno degli “amici”, perchè dopo Catanzaro agli Stati generali del mezzogiorno così li sento;  mi propone di  RI-presentare la nostra idea per il paese per il barcamp speciale intitolato InNovacamp che si terrà a casa del Papa, nel cortile della Chiesa cattolica, nella prestigiosa Università lateranense, nella quale non si insegna come potrebbe pensarsi erroneamente solo teologia. Invero, da anni tale Università è uno degli embrionali think tank moderni, nel quale si fondono innovazione e tradizione, modernità e futuro, salvezza e dannazione.

E proprio salvezza o dannazione, l’aut aut che fa da sfondo a tale manifestazione: più che una minaccia un detonatore pronto ad essere utilizzato dai vari barcamper per dare una scossa, non solo alle coscienze sopite ed impaurite dalla crisi  ma anche all’establishment produttivo-finanziario e al sistema paese nel suo insieme.

Si parte! Dopo la Lectio Magistralis del sociologo Zygmunt Bauman, seguono i saluti di S. E. Mons. Enrico dal Covolo, Rettore della Pontificia Università Lateranense, gli interventi di Gianni Letta, Presidente della Fondazione Civitas Lateranensis, di Pier Luigi Celli, innovatore rettore LUISS nonchè Presidente Fondazione ItaliaCamp, di Fabrizio Sammarco, vulcanico e applauditissimo Presidente Associazione ItaliaCamp, ed Antonio Catricalà, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.

Seguiranno  poi in ordine i Ministri in pectore Elsa Fornero e Paola Severino a chiudere il cerchio degli interventi che hanno riempito di contenuti l’auditorium pieno oltre ogni ordine di posto.

L’adrenalina è già alle stelle! Come formiche si esce dalla sala soddisfatti e consapevoli di vivere e rappresentare un cambiamento epocale, i poteri forti, il sistema-paese che  da qualche tempo a questa parte ascolta i giovani, un rovesciamento oltre che di prospettive oserei dire generazionale. Seguiranno poi le sessioni per discutere con esponenti del mondo della cultura e del giornalismo i temi della crescita e sviluppo.

Dall’aula 200 – “San precario, quale patto tra le generazioni” per l’area impresa e lavoro; ambiente ed energia, aula 204, “Green generations, ricerca di nuove energie”; aula Pio IX, “Camp mentis, Tecnologia ed innovazione sociale”.

Ed infine, Aula Paolo VI, “Forward to, oltre lo spread: eurozona ed Europa politica”, nella quale, assieme al  brillante gruppo Abruzzese capitanato da Armado Luigi Di Giorgio, mi trovo (ci troviamo con le mie “collaboratrici”) a relazionare: arriva il mio turno, salgo sopra il leggìo e presento il nostro “Comunità interattive & spending review: l’empowerment nella finanza pubblica locale”.

In considerazione della tematica affrontata,  e bene ricordare che saranno valorizzate le migliori idee-proposte, mediante pubblicazione nel primo Rapporto sull’Innovazione Sociale, redatto dal Centro di Ricerca Internazionale per l’Innovazione Sociale “ItaliaCamp”.

La giornata è finita, il treno ci aspetta, si torna a casa come siamo arrivati, armati di sorriso e tante belle speranze.

 

 

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